Se mi seguite sapete che sono fermamente convinta del fatto che ogni libro arriva nella nostra vita esattamente al momento giusto, ma per Tecniche di resistenza interiore la serendipità è stata così evidente da stupire persino una firm believer come me.

Mi è stato regalato da una persona che mi conosce benissimo, in un momento in cui mi serviva una decisa spinta interiore – ed è qui che è entrato in gioco il pregio più evidente di questo libro: mi ha reso consapevole di alcune fondamentali risorse che ci sono state date in dote in quanto esseri umani – ma che a causa di come la società ci educa e ci abitua a vivere, rimangono tristemente inutilizzate – e solo in virtù di questo è riuscito a motivarmi enormemente all’auto-miglioramento, alla perseveranza, alla lotta. In poche parole: a scovare queste risorse dentro di me e portarle alla luce.

Tecniche di resistenza interiore

Pietro Trabucchi è psicologo, scrittore e docente all’Università di Verona. Si occupa di preparazione mentale di atleti olimpici e squadre nazionali – che, a giudicare da quanto la semplice lettura di questo libro ha motivato me, sono in ottime mani: ancora prima di finirlo avevo incominciato a correre regolarmente e accettato un posto di lavoro che prima non avrei preso in considerazione.

Ho cercato di parlarvene velocemente su Instagram, ma riassumere il suo messaggio in poche righe non gli rendeva giustizia. Ecco qui allora, con più respiro, i miei tre concetti preferiti del libro:

1

Nel mondo di oggi, in cui la crisi non è più una situazione transitoria ma la nuova realtà, la soluzione non può essere l’affidarsi a politici e capi di stato. Se ci saranno dei cambiamenti “dall’alto” sicuramente avranno un impatto nella vita dei singoli, ma l’unico cambiamento che può fare veramente la differenza è quello individuale.

Il lavoro sul singolo può essere percepito da alcuni come uno sforzo infimo e irrilevante, oppure egoistico e disinteressato. In realtà, dice Trabucchi:

«La globalizzazione ci rende tutti vincolati e corresponsabili […] ognuno porta su di sé una parte della responsabilità dell’intero pianeta.»

Questo concetto mi ha ricordato una frase in cui mi sono imbattuta spesso sul web: hurt people hurt people. Le persone ferite feriscono le persone. E se questo concetto è vero (e lo è), sono veri anche i suoi vari corollari: le persone felici rendono felici le persone. Le persone libere liberano le persone. Quello che siamo ha impatto su chi entra in contatto con noi come nient’altro. Per questo il lavoro interiore su noi stessi è di importanza capitale.

 2

La resilienza è una delle caratteristiche che ci differenziano dalle altre specie animali.
La parola resilienza viene dalla metallurgia e indica la resistenza del metallo alla rottura. Viene a sua volta dal latino resilio, che descrive il gesto di risalire su una barca rovesciata dalla forza del mare. In psicologia viene utilizzata per indicare la resistenza di un individuo di fronte alle avversità.

Nell’uomo è enormemente più sviluppata che nelle altre specie. La causa risale al Pleistocene, quando i nostri antenati, a causa delle continue glaciazioni, non hanno più potuto contare sul solo raccolto per il loro sostentamento e hanno dovuto trasformarsi in cacciatori.

Tecniche di resistenza interiore

Visto che a livello fisico l’uomo è nettamente inferiore a qualsiasi altro predatore (nel regno animale siamo l’equivalente del secchione occhialuto negato in educazione fisica), l’unico modo per avere la meglio su una preda era la tecnica che oggi viene chiamata persistence hunting: la preda veniva inseguita e braccata fino a quando non moriva di sfinimento. Questo ci ha resi specialisti di endurance, resistenza a enorme disagio fisico e psicologico.

In più, ci ha resi capaci di tollerare la gratificazione dilazionata: la motivazione degli altri animali è orientata alla gratificazione immediata, il che li rende incapaci di tollerare il disagio in vista di una gratificazione non immediata, cosa che noi invece sappiamo fare.

Se questo è il nostro patrimonio genetico, perchè oggi la maggior parte di noi fatica a portare avanti progetti che non prevedono un risultato immediato, ad allenarci due volte a settimana, o a tollerare un raffreddore senza aspirina? Cosa ci è successo?

3

Ci è successo di nascere nel più lungo periodo di pace e benessere mai sperimentato dall’umanità. Il benessere atrofizza la resilienza perchè le toglie ragioni d’essere. La conseguenza è un tragico calo della resistenza alla fatica e al disagio fisico, ma, ancora più preoccupante, psicologico.

Il problema viene accentuato da una società che ci educa a pensare di non potercela fare da soli, e di non poter tollerare neppure una dose minima di scomodità o privazioni (per poi poterci vendere la soluzioni a tali “avversità”), che per i nostri antenati (o semplicemente nonni) sarebbero state irrisorie o inesistenti.

La soluzione, ancora una volta, deve essere una profonda consapevolezza, sia di questi meccanismi dannosi, sia di quanto siano ampie le risorse potenziali degli esseri umani.
Una volta ottenuta questa consapevolezza il nostro compito è quello di sviluppare le nostre risorse interne, processo che non avviene attraverso una conoscenza teorica, ma attraverso un vero e proprio allenamento, che deve essere svolto con perseveranza e costanza. Come? Non vi resta che leggere il libro (:

«La caccia persistente – intesa come arte di imparare a inseguire un obiettivo nonostante ostacoli e difficoltà – non è solo una nozione antropologica: è il paradigma dell’esistenza umana.»

Se avete aperto questa pagina aspettandovi una recensione di Franny e Zooey resterete delusi. Troverete solo una serie di pensieri più o meno sconnessi che ho buttato giù a caldo dopo la prima lettura di questo capolavoro (giugno 2011), perchè hey, che io possa recensire Salinger suona come una blasfemia, e comunque, chi potrebbe mai recensire il proprio Libro del Cuore?

Voglio aggiungere solo una cosa a quanto ho scritto anni fa, l’unico pensiero razionale che riesco a partorire sul perchè reputo questo libro così incredibile: la varietà di temi che vengono trattati, soprattutto la profondità con cui vengono trattati, è assolutamente inusuale per un romanzo. In 150 pagine i protagonisti parlano, tra le altre cose, di religione, spiritualità, educazione, filosofia, letteratura – e su tutti questi argomenti Salinger ha da dire qualcosa di straordinariamente acuto e fuori dal coro.
Leggendo Franny e Zooey si sperimentano le vette più alte della narrativa, e si impara come dal più erudito dei saggi.

E ora beccatevi il mio balbettio e sappiate che dopo queste poche parole in me rimane solo adorazione.

Franny e Zooey

Gioiello.

Salinger parla la mia stessa lingua, sento lui e i suoi personaggi spaventosamente vicini al mio cuore. Ho ritrovato tanto di Holden – quindi anche di me – in Franny e Zooey, e mi sono sentita a casa.

C’è Franny, la più piccola della numerosissima famiglia Glass – sette bambini prodigio ormai cresciuti, e per genitori due artisti musicali di fama internazionale – ventenne bellissima e dolorosamente sensibile, nel bel mezzo di una profonda crisi spirituale, che torna a casa dal college e passa le sue giornate a piangere, dormire e pregare sul divano del soggiorno (nota autobiografica dell’autore, adepto di buddhismo e indusmo), in compagnia del gatto pulcioso:

«Se si continua a ripetere la preghiera senza interruzione (in principio basta che tu lo faccia con le labbra), poi succede che la preghiera diventa autoattiva. Accade qualcosa, dopo un po’ di tempo. Non so cosa, ma qualcosa succede, e le parole si sincronizzano coi battiti del cuore, e allora preghi davvero senza fermarti mai. E questo ha un formidabile effetto mistico su tutto il tuo modo di pensare. Voglio dire, questo è più o meno il succo di tutto quanto.»

C’è Bessie che, povera donna, si è ritrovata madre di sette geni sregolati, e se la cava come può:

Franny e Zooey

E c’è Zooey, attore venticinquenne in lotta con se stesso e con l’ingombrante presenza/fantasma dei fratelli maggiori – Seymour, morto suicida (si veda Nove racconti) e Buddy, che vive da eremita in un bosco:

«Prima di tutto, quando cominci a prendertela con le cose e con la gente invece che con te stessa, sei fuori strada.»

Tutto qui. Praticamente non c’è trama.
I libri di Salinger sono fatti di dialoghi, dialoghi così potenti e perfetti – tra personaggi così potenti e perfetti – che da soli tengono letteralmente in piedi il libro.
E’ che Salinger non ha bisogno di una trama.
Mi inchino (e zittisco).

Franny e Zooey


asteriscoCome ho fatto per il post su Virginia Wolf, voglio chiudere questo post raccontandovi un episodio di bookserendipity di cui questo libro è protagonista.
Verso la fine del libro, Zooey entra nella camera che era stata di Seymour e Buddy, e si ferma a leggere alcune delle decine di citazioni riportate con una «scrittura minuta, ma appassionatamente nitida e d’un nero lucente» su un foglio appeso dietro la porta della camera. Tra le altre c’è questa, tratta dalla Bhagavadgītā, uno dei testi sacri dell’Induismo:

«Tu hai diritto di lavorare, ma solo per il piacere di lavorare. Non hai diritto ai frutti del tuo lavoro. Non dev’essere mai il desiderio dei frutti del lavoro a spingerti a lavorare. Ma, d’altro canto, non cedere mai alla pigrizia. […] Il lavoro che compi con l’ansia del risultato è di gran lunga inferiore a quello compiuto senza quest’ansia, nella calma dell’abbandono di sé. […] Chi lavora egoisticamente per il risultato, è un infelice.»

Da quando ho riletto Franny e Zooey due mesi fa, sono stata letteralmente perseguitata da questo brano: sbuca fuori ovunque, nei posti (libri) più impensabili. L’ultima volta, settimana scorsa, in Cambiare idea di Zadie Smith, in un saggio su E. M. Forster. Amo il modo discreto che hanno i libri di suggerirmi la strada 

Franny e Zooey

«Un giorno mia sorella Virginia si è svegliata che aveva un lupo dentro. Faceva versi da lupo e si comportava in modo strano…»

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

La prima volta che ho posato gli occhi sul titolo di questo libro – Virginia Wolf; La bambina con il lupo dentro – che la mia amica Cristina mi mostrava durante una visita in biblioteca, il mio cuore ha sussultato: da ex bambina-lupo ho saputo istintivamente cos’era il lupo di cui parlano sottotitolo e titolo (con il geniale gioco di parole tra il cognome di Virginia, Woolf, e Wolf, lupo).

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Con ammirevole profondità e accuratezza le autrici utilizzano la metafora del lupo interiore per rappresentare simbolicamente la malattia mentale, gli esaurimenti nervosi e le crisi depressive (diagnosticati poi dall’odierna psicologia come sintomi di un disturbo bipolare) che portarono la scrittrice al suicidio, a 59 anni.

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Ma il triste tema della malattia viene qui utilizzato come pretesto per concentrarsi su un tema ben più luminoso: lo strettissimo rapporto tra Virginia e la sorella, di due anni maggiore, Vanessa Bell (pittrice e arredatrice d’interni), che legò le due donne per tutta la vita.

vanessa-e-virginia

In un breve saggio sull’infanzia a casa Stephen – il cognome originario di Virginia e Vanessa – letto da quest’ultima alla BBC nel 1956 (Notes on Virginia’s childhood), Vanessa descrive la sorella con queste parole:

«Persino allora lei aveva il potere di riuscire a creare all’improvviso un’atmosfera di insostenibile tristezza. Credo che ne sia sempre stata capace, forse è un’abilità tipica degli Stephen, ma io non mi rendevo conto di come la creasse. Improvvisamente il cielo si rannuvolava e io piombavo nella tristezza. Poteva durare un’eternità (agli occhi di un bambino) e poi dissolversi.»

Parole che, credo, abbiamo ispirato queste parole di Virginia Wolf:

«Le casa è sprofondata.
Su è diventato giù.
Chiaro è diventato scuro.
Allegro è diventato triste.»

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Ma, sempre nello stesso saggio, sembra che Vanessa faccia risalire l’inizio di una sensibilità più spiccata in Virginia ad un’epidemia di pertosse che contagiò tutti i bambini della famiglia e che, a causa di cure sbagliate, durò più del necessario e segnò Virginia più degli altri:

«Noi ci riprendemmo in fretta, ma mi sembra che per Virginia le cose siano state diverse. Non fu mai pù rosea e paffuta e credo che fosse realmente entrata, abbastanza all’improvviso, in uno stadio di maggiore consapevolezza e che si fosse di colpo resa conto di problemi e possibilità che prima ignorava.»

1976-7-42

La bambina con il lupo dentro, invece, è probabilmente ispirato al tragico periodo della vita di Virginia che diede origine ai suoi crolli nervosi: a 13 anni perse la madre, due anni dopo la sorellastra Stella e, non molti anni dopo, il padre.

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Ho trovato sublime il fatto che in pochissime righe (in questo sta la magia degli albi illustrati e la grandezza dei loro autori, come ho già detto QUI) Kyo Maclear riesca a raccontare con incredibile accuratezza lo stato di una psiche sofferente – senza nascondere nulla, senza dire una parola di troppo:

«Ha detto “NON METTERTI QUEL BEL VESTITO GIALLO.” (È il mio preferito!)
“NON LAVARTI I DENTI COSI’ FORTE.”
È arrivata a dire all’uccellino: “SMETTILA DI FAR CHIASSO!”»

Il testo è accompagnato dalle radiose – di colori e sensibilità – illustrazioni di Isabelle Arsenault, autrice del famoso Jane, la volpe & io.

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Un’altra chicca dell’albo è il rimando al Bloomsbury Group, il circolo intellettuale fondato da Vanessa, Virginia e i loro fratelli Thoby e Adrian, che aveva come sede appunto il quartiere di Bloomsbury a Londra, dove i quattro si erano trasferiti dopo la morte del padre.
In Virginia Wolf, Vanessa, in un tentativo di confortare Virginia le chiede “Se potessi volare, dove vorresti andare?”, e Virginia risponde:

«“Se potessi volare andrei in un posto perfetto. Un posto pieno di dolcetti glassati e bei fiori e alberi da arrampicarcisi sopra. E niente niente malinconia.”
“Dov’è questo posto?” ho chiesto io.
Lei ci ha pensato un momento e ha detto: “A Bloomsberry, naturalmente.”»

Come tutti i libri che parlano di noi e ci fanno da specchio, Virginia Wolf è entrato, immediatamente e a passo sicuro, nella lista dei miei libri del cuore.


asteriscoPer chiudere il post vorrei raccontare un piccolo episodio di bookserendipity: contemporaneamente a Virginia Wolf ho letto L’albero delle bugie di Frances Hardinge; i due libri sono appoggiati uno sull’altro sulla mia scrivania da una settimana, ma solo oggi, scrivendo questo post, ho notato la curiosa somiglianza delle copertine, e pensandoci ho notato corrispondenze anche nei temi: entrambi parlano di ragazzine fuori dal comune, e entrambi utilizzano la metafora di un mostro/lupo interiore per rappresentare la loro fame, la loro diversità.

«Era quella Faith, la fanciulla brava e buona?
La ragazza nello specchio era capace di qualunque cosa. Ed era tutto fuorchè brava e buona, lo si capiva al primo sguardo.
“Non sono buona.” Qualcosa nella mente di Faith riuscì a liberarsi, a volare via sbattendo ali nere nel cielo. “Una persona buona non sarebbe mai capace di provare quello che provo io. Sono cattiva e subdola e piena di rabbia. Non c’è salvezza per me.”

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Inverno, sera, presentazione di un libro in una bella, bellissima libreria milanese (Spazio BK!) specializzata in albi illustrati. Nel cesto dei libri a metà prezzo ne trovo uno di quelli che sembrano fatti apposta per accelerarmi il battito del cuore e trasformarmi le pupille in cuoricini pulsanti.

È un albo illustrato dalla grafica impeccabile, magiche illustrazioni ad acquarello, e un titolo che mi fa tremare le ginocchia e l’anima, visceralmente attratta da tutti i temi profondi e complessi dell’esistenza: Life and I. A story abouth death. Il libro ha la copertina ricurva, probabilmente a causa di qualche sbalzo di temperatura, ma non ci penso due volte e vado alla cassa a pagare.

life and I
L’albo illustrato più bello del mondo… e la sua copertina piegata, argh!

Niente di strano, direte voi. E invece io mi rendo conto, dopo aver concluso l’acquisto con assoluta tranquillità, che è avvenuto uno spostamento nel mio asse interiore, nel modo in cui mi rapporto all’oggetto libro.

Fino a non molto tempo fa, comprarne uno con un difetto anche così lieve mi avrebbe infastidito non poco – non parliamo neanche di comprarne di vecchi, rovinati, ingialliti, vissuti, usati.

A cosa devo questo shift interiore? Credo in particolare alla scoperta della filosofia del wabi-sabi, a cui ho già dedicato un articolo che cito qui:

侘  wabi – semplicità, silenzio, eleganza non ostentata

寂  sabi – la bellezza originata dallo scorrere del tempo su una persona o su un oggetto: vecchiaia, usura, riparazioni evidenti

Il wabi-sabi è l’antica arte giapponese di saper vedere la bellezza nell’imperfezione; deriva dal concetto buddhista di transitorietà delle cose secondo il quale tutto è imperfetto, mutevole e incompleto, ed esalta la bellezza dei difetti e dell’irregolarità che diventano simboli di unicità.

wabisabibooks - kafka

Da persona estremamente precisa quale sono, so bene quanto la spinta verso la perfezione, e la sua ovvia mancanza, sia estenuante e improduttiva – quindi l’aver conosciuto, e soprattutto iniziato ad applicare, questo approccio alla bellezza (e di conseguenza alla vita), mi ha sollevata e alleggerita.

Cercando di applicare il wabi-sabi nei vari ambiti della mia vita, ho notato che in alcuni incontro più resistenza interiore (come l’accettazione del mio aspetto fisico con tutte le sue imperfezioni), in altri il processo è più naturale: il mio rapporto con i libri è uno di questi.

In ordine casuale, ecco tutti i modi in cui il wabi-sabi ha inaspettatamente, radicalmente cambiato il mio rapporto con gli oggetti più importanti della mia vita.

Io, che per tutta la vita ho comprato solo libri nuovi, scegliendo ossessivamente il più intonso della pila, mi sono ritrovata a comprarli (quasi solo) usati, e a percepire quasi come innaturale il gesto di comprarne di nuovi.

Temo un po’ meno l’idea di esporre i miei libri alla vita. Inorridisco un po’ meno nel toccarli con mani non perfettamente pulite, tremo un po’ meno nell’infilarli in borse che potrebbero rovinarli. (Solo un pochino meno, ok, ma ci sto lavorando).

wabi sabi books

Ho incominciato ad amare, di un amore intenso e particolare, i libri vecchi e sgualciti, quelli che mostrano i segni di una vita travagliata – come si amano di un amore più intenso le persone quando ti mostrano le loro cicatrici.

Wabi sabi books

Una cosa su cui ancora sto lavorando: cerco di accettare, forse persino apprezzare, i segni che inevitabilmente io, o – brividi! – le persone a cui ho prestato i miei libri, lasciamo leggendoli. Incomincio a sentire che non avrebbe senso rammaricarsene, un po’ come non ha senso rammaricarsi di una cicatrice.

Wabi sabi books

Ho incominciato ad amare così tanto i libri letti da altri occhi e toccati da altre mani che quelli nuovi hanno incominciato a sembrarmi mancanti di qualcosa: l’elemento umano, forse. Tutta la vita e le emozioni che si incagliano tra le pagine quando viene letto, e che per forza di cose mancano in un libro nuovo, rendendolo in quale modo meno intenso.

Wabi sabi books

Ho fatto così mia la filosofia del wabi-sabi books che ho creato un sito che ne è l’incarnazione: AccioBooks, un portale per scambiare, vendere, comprare, dare nuova vita a libri che ne hanno già vissuta una, o più.


Nelle foto di questo post vi mostro i miei libri wabi-sabi preferiti (e continuo qui sotto), ma sono curiosissima di sentire le vostre storie, di sapere qual’è il vostro rapporto con i libri rovinati e vissuti: fatemelo sapere nei commenti qui sotto e mostratemeli taggando le foto #wabisabibooks su Instagram (:

Wabi sabi books

Wabi sabi books

Wabi sabi books

Tra i lettori adulti i pareri sulla letteratura per l’infanzia sono spesso discordanti: c’è chi la disprezza apertamente, convinto che si tratti di libri minori, chi la ignora elegantemente, per mancanza di interesse o convinzione che si tratti di puro intrattenimento, e chi invece la ama follemente. Chiaramente mi ritrovo nell’ultimo gruppo.

Credo che il pregiudizio più diffuso sia che al linguaggio semplice e diretto corrisponda una povertà di contenuti, che siano libri poco profondi per menti poco profonde. Con immensa convinzione io dico: «No, anzi.»

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Anzi, i libri per bambini sono sempre creati con una particolare cura che spesso e volentieri ai libri per adulti manca, hanno sempre un cuore, una morale, un insegnamento nascosto, e sono profondi e meritevoli di essere considerati libri a tutti gli effetti in virtù del loro linguaggio semplice, non nonostante. Bruno Munari ha detto:

Complicare è facile, semplificare è difficile. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare. Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’è in più della scultura che vuole fare. 

Dopo questa doverosa introduzione posso parlarvi di questa meraviglia che si legge in non più di 10 minuti, ma si desidera conservare in libreria (e nel cuore) molto più a lungo.

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I protagonisti sono cinque cosi malfatti — il Bucato, il Piegato, il Molle, il Capovolto e lo Sbagliato — ed è subito chiaro che la meravigliosa Beatrice Alemagna parla di me, di te, di tutti noi.

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Siamo indiscutibilmente noi, degli “ammassi di stranezze”, “piegati in due come una lettera da spedire”. È chiaro a noi, ma è chiaro anche ad un bambino, ed eccola qui la grandezza degli autori di libri per l’infanzia: la capacità di parlare un linguaggio essenziale, universale, che elimina tutto il superfluo e riesce a trovare ed esprimere solo il cuore, il nocciolo delle cose. Che classe! Mica da tutti.

Perchè quando leggiamo una frase come «Non riuscivano a concludere niente nella vita nè avevano voglia di fare granchè» la sentiamo risuonare nel profondo: ecco il linguaggio universale.

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Qual’è la morale del libro? Forse sarebbe meglio che la scopriste leggendolo, ma non resisto e vi dò una piccola preview: questo libro insegna l’amore per sè stessi, più nello specifico per le nostri parti “sbagliate”, “difettose”, “malfatte”, e ci insegna a perdonare la nostra umanissima non-perfezione. Nientepopodimenoche.

Regalatevelo e regalatelo ♥  (Non so decidere se sarebbe più utile a grandi o piccini. Facciamo così, regalatelo a tutti).


I cinque malfatti, Beatrice Alemagna, Topipittori, 40 p.

Se mi conoscete un pochino lo sapete: credo che se poniamo una domanda – ad alta voce o a bocca chiusa – l’Universo non tarderà a darci una risposta, sotto forma di coincidenze, segnali, seredipità varie: come palline di pane che ci indicano la Via. E penso anche che queste risposte saranno in una lingua che noi possiamo capire. Per me, ovviamente, questa lingua è quella dei libri: spesso coincidenze e segnali mi appaiono sotto forma di titoli eloquenti, frasi lapidarie che sembrano rivolgersi proprio a me, nomi speciali che spuntano all’improvviso tra le righe. Così spesso che ho coniato un termine per descrivere il fenomeno: bookserendipity.

In questo periodo le domande che pongo silenziosamente ma insistentemente all’Universo parlano di pazienza, tempistiche, fretta, attese – e credo siano abbastanza universali. Suonano più o meno così: quanto ancora dovrò aspettare per ottenere X e Y? Perchè ogni progresso nella mia vita sembra così lento? È normale che il viaggio per arrivare da A a B sia così lungo? 

Quello che è successo poi è che l’Universo ha incominciato a rispondere alle mie domande, e lo ha fatto nel suo solito modo sottile ma inequivocabile: ha incominciato a nascondere (ma neanche troppo) risposte alle mie domande in ogni libro che leggo, sfoglio, o anche solo apro casualmente – una valanga di saggezza sul tema della pazienza è piovuta dal cielo su di me. Eccole qui, tutte le citazioni che mi sono capitate sotto gli occhi in questo periodo, voglio condividerle con voi, per i momenti in cui vi sembrerà di non avanzare di un passo, e l’impazienza prederà il sopravvento.

* Spoiler: il tempo che ci state mettendo è esattamente il tempo giusto. *

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«Quando un guerriero ha acquisito la pazienza è sulla via che porta alla volontà. Sa come aspettare. La sua morte siede con lui sulla stuoia, sono amici. […] Si accorge di poter veramente toccare tutto ciò che vuole con una sensazione che esce dal suo corpo da un punto appena sotto o sopra il suo ombelico. Quella sensazione è la volontà. E quando l’uomo è capace di afferrare le cose con essa, si può dire a ragion veduta che il guerriero è uno sciamano, e che ha acquisito la volontà.» – Carlos Castaneda, Una realtà separata

«Sono così fortemente consapevole della mia capacità di manifestare l’essenza dei miei desideri che riesco a mantenermi paziente e distaccato dal modo in cui si manifestano i dettagli, anche di fronte a quelle che potrebbero apparire come insormontabili disparità. Ricordate che non ci sono tabelle di marcia quando avete una pazienza infinita. Non c’è fallimento quando siete distaccati dal modo in cui avviene la manifestazione della vostra essenza spirituale. La vita segue il suo corso. Sappiatelo, e lasciate che l’universo pensi ai dettagli. […] Distaccarsi dai risultati significa evitare di attraversare la vita di corsa. Pensate a quel seme che è stato piantato nel terreno e sta diventando una quercia. Immaginate di tirar fuori dalla terra il seme dopo tre settimane per vedere come sta diventando e capire se c’è qualcosa che potete fare per accelerare il processo in modo tale da rispettare la vostra tabella di marcia.» – Wayne W. Dyer, Inventarsi la vita

«I fiumi lo sanno: non c’è fretta. Arriveremo laggiù, alla fine.» – A.A. Milne, Winnie Puh

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«A chi ha fede, a chi è paziente, a chi è ermeticamente puro, le cose più importanti di questo mondo – non la vita e la morte che sono soltanto dei nomi ma le cose veramente importanti – riescono meravigliosamente.» – J.D. Salinger, Seymour. Introduzione

«Vedi, Kamala, se tu getti una pietra nell’acqua, essa si affretta per la via più breve fino al fondo. E così è di Siddharta, quando ha una meta, un proposito. Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa, aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come la pietra attraverso l’acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia cadere. La sua meta lo tira a sé, poichè egli non conserva nulla nell’anima propria, che potrebbe contrastare questa meta. Questo è ciò che Siddharta ha imparato dai Samana. Questo è ciò che gli stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei demoni. Ognuno può compiere opere di magia, ognuno può raggiungere i proprio fini, se sa pensare, se sa aspettare, se sa digiunare.» – Hermann Hesse, Siddharta


Spero che abbiamo aiutato/ispirato te quanto l’hanno fatto con me – condividi questo articolo con le persone della tua vita che pensi possano beneficiare di questi messaggi  ♥  #sharethelove

P.s. Questa mattina mi è stato detto: «Tu non stai aspettando, ti stai preparando.»

Ho una seria difficoltà a parlare dei libri che ho amato, rischio di diventare schifosamente scontata e di perdermi in inutili meraviglioso e assolutamente fantastico!. Se poi mi hanno anche emozionata, resto direttamente senza parole. Così di solito non ci provo neanche. Questa volta però voglio fare un tentativo, perchè questo libro merita, veramente.

Prima di tutto è un memoir: uno dei miei generi preferiti. Per una il cui massimo interesse è l’indagare l’animo umano, capirete che il memoir – che per definizione è «fondato sul racconto dei ricordi relativi alle gesta di vari personaggi (memorie) e narra di ricordi reali avvenuti nell’esistenza di una persona o di un popolo che l’ha/hanno segnato/i in maniera particolare» – è una manna dal cielo.

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Come si bacia un serpente (titolo originale, Twenty chicken for a saddle) racconta la magica, inusuale, straordinaria infanzia/adolescenza di Robyn Scott, che gli assolutamente folli genitori decidono improvvisamente di trascinare, insieme a fratello e sorella, Damien e Lulu, in Africa, precisamente in Botswana, nel centro esatto del nulla.

La madre di Robyn, un’appassionata sostenitrice della medicina alternativa, con il suo sfrenato, contagioso ottimismo, ricopre il pavimento della nuova casa, una ex stalla, con della carta da pacchi, per renderla più accogliente; e decide di non mandare i figli a scuola per istruirli personalmente, convinta che il divertimento e l’avventura siano fondamentali nell’apprendimento.
Il padre, un “dottore volante” in perenne fuga dalla medicina e dal bizzarro senso dell’umorismo, arriva a baciare un pitone per dimostrare quanto sia innoquo (da qui la scelta del titolo italiano). Per non parlare di nonno Ivor, un personaggio assolutamente esilarante e «meraviglioso, porca puttana!»

Potendo scegliere tra un chiaro successo e un fallimento reinventato come un trionfo, mamma e papà avrebbero immancabilmente scelto la seconda opzione.

Robyn parla della sua famiglia, e dell’altra grande protagonista del libro, l’Africa, con una passione contagiosa, emozionante. In ogni parola si avverte l’orgoglio e la riconoscenza per essere scresciuta in un ambiente, sia famigliare che non, tanto straordinario.
Il libro è costituito da una quantità di racconti, fatti e aneddoti che, davvero, vale la pena sentire. Se è vero che ogni libro dovrebbe ampliare di un pochino la nostra visione del mondo, questo svolge magnificamente il suo compito, e va oltre, mostrando mille altri mondi possibili, che non avevamo neanche lotanamente immaginato.

Ho così amato questo libro che mi è venuto spontaneo rendergli omaggio a modo mio, nel modo più personale e sincero che conosco: ho creato un remake della cover, eccolo qui, vicino all’originale Guanda.

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* Pag. 114: «Pochi giorni dopo ci condusse al bordo della savana e ci indicò un punto, sotto un ramo basso di mopane. Una palla di sterco grande quanto un arancia si muoveva impercettibilmente – e in apparenza da sola – in mezzo alla sabbia. Solo guardando molto più da vicino vidi lo scarabeo che faceva la verticale e spingeva il suo enorme contenitore di uova con le zampe posteriori, facendo una pausa dopo ogni spinta vana. E fu allora, vedendo come quella creatura minuscola affrontava il suo impossibile compito, che per la prima volta capii come mai gli egiziani considerassero sacro il piccolo scarabeo; e pensassero che fosse lo scarabeo stercorario a spingere il sole attraverso la volta celeste, giorno dopo giorno.»

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Parlando di memoir, non posso proprio concludere questo articolo senza consigliarvene altri tre, i più belli che ho mai letto, insieme a quello di Robyn Scott; eccoli qui:

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  1. Non avere paura dei libri di Christian Mascheroni, Hacca, 253 p.
    Una struggente dichiarazione d’amore dell’autore agli amori della sua vita: i genitori scomparsi e i libri. Scrittura di una bellezza rara e luminosa.
    La citazione: «Noi non siamo solo ciò che mangiamo: siamo anche quello che leggiamo (e quindi bisognerebbe fare attenzione a ciò che si legge come si fa per il cibo che si mette in bocca). Siamo tutte le vite dei personaggi che abbiamo amato. Nel nostro sangue scorrono brani di libri.»

  2. Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, Einaudi, 296 p.
    Un classico della letteratura italiana del ‘900, incredibilmente scritto in solo due mesi. Vividissimo ritratto di una famiglia, di un’epoca, di una guerra (ve ne parlerò meglio in una recensione dedicata solo a lui, merita so much).
    La citazione: «Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. […] Ma basta, fra noi, una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.»

  3. Una donna e altri animali di Brunella Gasperini
    Questo libro – tragicamente fuori catalogo – è stata una delle più clamorose sorprese letterarie della mia vita: preso in biblioteca senza sapere di cosa si trattasse, attirata soltanto da titolo e copertina, me ne sono perdutamente innamorata dalla prime righe (ve ne parlerò meglio in una recensione dedicata solo a lui, parte 2).
    La citazione: «Mettete le mie ceneri
    sotto il mio gelsomino
    e scrivete sull’urna:
    viaggiò tutta una vita
    attorno a un tavolo
    – senza peraltro combinare un cavolo.»

Come si bacia un serpente, Robyn Scott, Guanda, 528 p.

La mattina del 1 gennaio ho deciso di iniziare il nuovo anno con qualcosa che mi facesse guardare a quello passato con gratitudine, e al 2016 con speranza. Mi sono alzata dal letto e ancora in pigiama/piedi nudi ho incominciato ad arrampicarmi qui e là sulle librerie di casa per trovare tutti i libri che quest’anno ho ottenuto su AccioBooks (il sito dedicato allo scambio di libri che ho aperto da poco più di un anno).

E, oh hey!, la pila è altissima e pericolante — sono 29 libri! (con un 30esimo in arrivo). 
Sono tutti in ottime condizioni, molti grandi successi, qualche perla rara — ma la cosa migliore è non li ho pagati con soldi, ma con altri libri, che io avevo già letto e che quindi potevo lasciar andare (QUI trovate tutto sul funzionamento di AccioBooks). E sapete una cosa? Mi è sembrato l’unico modo in cui i libri andrebbero “comprati”.

Lo scambio di libri è una di quelle pratiche che ti cambiano la vita; sia materialmente (da quando ho iniziato a praticarlo non ho quasi più comprato un libro nuovo e, dopo aver eliminato tutti i libri che non mi interessavano più, ho una libreria che davvero parla di me) sia interiormente (liberarsi dal superfluo dà una meravigliosa sensazione di leggerezza).

Qui sotto trovate i 7 motivi principali per cui consiglio ad ogni appassionato di libri di provarlo, con la certezza che una volta iniziato, smettere sarà impossibile. Si parte!

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1. Restituisci ai libri la loro vera ragione d’essere
Questo principio è la certezza che c’è alla base di AccioBooks: vedo i libri come dei messaggeri, e sono convinta che la loro ragione d’esistere sia di portare il loro messaggio a più persone possibili.
Lasciando i libri a prendere polvere su uno scaffale li priviamo del loro scopo ultimo. Avete mai pensato che un libro che a voi non è piaciuto potrebbe cambiare la vita di qualcun altro? E non è un gesto meraviglioso dargli la possibilità di farlo, rendendolo di nuovo libero di viaggiare? Io credo fortissimamente che la risposta sia si.

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2. I libri usati sono oggetti affascinanti e magici
Per tutta la vita ho comprato solo libri nuovi, i più intonsi e perfetti che riuscivo a trovare, ma lo scambio di libri mi ha iniziata al fantastico mondo dei libri di seconda mano. A parte gli ovvi vantaggi pratici – libri scontatissimi, fuori catalogo o in fascinose edizioni vintage – i libri usati, con le loro pagine segnate dal tempo e impregnate delle emozioni, dalle risate e dalle lacrime dei precedenti proprietari, sono oggetti letteralmente magici. Lo pensava anche Virginia Woolf.

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3. La condivisione aumenta la ricchezza
Avete notato che quando condividete qualcosa che amate con qualcun altro la magia non si dimezza ma si moltiplica? Condividere un oggetto carico di significato come un libro aumenta esponenzialmente questa semplice legge della natura.

4. Ti allena al distacco dai beni materiali
Se separarci dai libri del cuore ci sembra un’impresa ai limiti dell’impossibile, diversa è la questione per tutti quei libri che non ci sono piaciuti, che ci sono piaciuti discretamente, o anche molto, ma con cui non abbiamo nessun legame affettivo e sappiamo non rileggeremo di nuovo. Guardate le vostra libreria: se andasse a fuoco, quanti sono i libri che vi spezzerebbe davvero il cuore perdere, con cui avete un vero legame emotivo? E di quanti invece non sentireste la mancanza? Gli appartenenti al secondo gruppo sono i candidati ideali per lo scambio, e grazie a loro ti abituerai gradualmente a liberarti di beni materiali che non ci sono indispensabili, ma ci danno l’illusione di esserlo – è una pratica che fa bene al cuore. E chissà che non giorno non arriveremo tutti a condividere anche i nostri libri del cuore ; )

5. Ti aiuta a creare una libreria che ti somiglia davvero
Prima che iniziassi a praticare lo scambio la mia libreria era un miscuglio disordinato dei libri di tutta una vita, conteneva: i libri illustrati di quando ancora non avevo imparato a leggere, i tremendi libri adolescenziali, i libri del cuore, libri che avevo odiato, libri che non mi ricordavo nemmeno di possedere, i libri che mi avevano cambiato la vita e quelli con cui avevo sprecato un pomeriggio.
Dopo un anno di scambi la mia libreria contiene: i libri che ho davvero amato e con cui ho un vero legame emotivo, e libri che non ho ancora letto ma che non vedo l’ora di iniziare.
E senza che il numero sia variato. Tornerei indietro? Mai. Voglio che la mia libreria, come ogni altra cosa nella mia vita, sia sgombra dal superfluo e mi somigli davvero.

6. Fai un favore al Pianeta Terra
Scegliere di donare nuova vita ai libri usati e di lasciarli liberi di viaggiare di proprietario in proprietario, riduce l’utilizzo di carta vergine e non necessita di processi di riciclaggio. Riutilizzare è più ecologico che produrre o riciclare.

7. Fai un favore al tuo portafoglio
E per l’ultimo punto, porto il discorso in territori più materiali, ma non per questo meno rilevanti.
Se avessi comprato in libreria tutti i libri che ho ottenuto quest’anno con lo scambio avrei speso oltre 250€; utilizzando il booksharing, gli unici soldi che ho speso sono quelli utilizzati per le spedizioni, per un totale di 37€ – il prezzo di 2-3 libri nuovi, su un totale di 30 libri ottenuti. Devo aggiungere altro?

Ecco qua! Questa è la mia Top 7 dei motivi per cui amo lo scambio di libri, per cui non tornerei mai indietro ai volumi intonsi delle librerie, e del perchè AccioBooks ruota intorno a questa pratica magica e benefica.
Ma ora voglio sapere di te: hai mai provato lo scambio di libri? Lo ami quanto me? E se no, perchè?

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Gloria

21 giorni fa ho iniziato un progetto su Instagram, introducendolo con queste parole: “Tra le milioni di cose che la mia mente iperattiva sta cercando di padroneggiare c’è questa: mantenere una mentalità positiva, riconoscente, ottimista. 
Chi mi conosce sa che la positività non è sempre stata il mio forte, ma sono convinta si tratti di una delle cose più importanti e vitali che possiamo imparare come esseri umani – e guarda caso anche una delle più difficili – quindi ci sto mettendo tutto l’impegno di cui sono capace. Spesso è l’esatto opposto di quello che società, famiglia e amici ci hanno insegnato – quindi praticare la positività richiede uno sforzo costante – sforzo che in questo periodo, per quanto mi riguarda, stà fallendo miseramente. Ouch. 
Così ho raccolto 21 citazioni positive, le più positive che sono riuscita a trovare, e le pubblicheró ogni mattina per 21 giorni – per avere un mantra da seguire che mi mantenga sulla retta via (e spero che accidentalmente aiuti anche voi). Perchè proprio 21? È il numero di giorni per i quali va svolta un’azione prima che la nostra mente la trasformi in un’abitudine.”

E ora che i 21 giorni sono finiti eccole qua, tutte raccolte in questo post, che spero possa essere un antidoto all’umore nero, ai temporali, alle bad day – pronti? Eccole.

[Le quote senza autore sono frasi che circolano sul web ma che non sono attribuite a nessuno in particolare.]

#1 / Quote by Emma Watson

 

#2 / Quote by John Maxwell

#3

#4

#5

#6 / Quote by Zelda Fitzgerald

#7 / Quote by Lao Tzu

#8 / Quote by Francis Scott Fitzgerald

#9 / Quote by Leo Tolstoy

#10

#11

#12 / Quote by Dallas Clayton

#13 / Quote by Marianne Williamson

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#14

#15 / Quote by Chris Assaad

#16

#17 / Quote by Thomas S. Monson

#18 / Quote mia, da questo articolo 😉

#19 / Quote by Samuel Beckett

#20 / Quote by Sarah Breathnach

#21 / Quote by Paulo Coelho

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Se seguite il mio blog sapete quanto amo Elizabeth Gilbert (1 | 2) – e sono sicura che da appassionati di libri conoscete la meravigliosa sensazione di avere tra le mani, finalmente, il nuovo libro – intonso, inedito e perfetto – del vostro autore preferito: è una promessa di felicità.

Con una premessa del genere la delusione era pericolosamente vicina, ma Big Magic non ha deluso le mie – altissime, credetemi – aspettative.

Di cosa si tratta, innanzitutto. È un libro sulla creatività – che non viene qui intesa come una qualità innata di cui sono dotati pochi, fortunati individui – e sull’importanza di vivere una vita creativa – che non viene qui intesa necessariamente come una vita dedicata esclusivamente all’arte.

Il libro si basa invece su questa luminosa definizione dell’essere umano: “siamo tutti depositari ambulanti di tesori sepolti” – il viaggio per portarli alla luce è la vita creativa: “una vita vissuta sulla spinta della curiosità e non della paura”.

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Qualche giorno fa ho pubblicato su Instagram questa citazione di Emil Cioran a cui credo con tutto il cuore:

Un libro deve frugare nelle ferite, anzi, deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo.

E sempre Cioran ribadisce il concetto:

Un libro che lascia il lettore uguale a com’era prima di leggerlo è un libro fallito.

Io leggo per essere messa in discussione, leggo per cambiare, per essere provocata, sfidata, soccorsa, scossa, illuminata da nuove prospettive – leggo per crescere. In ogni libro leggo la promessa implicita di crescita – e mi sento tradita ogni volta che un libro non muta almeno di un poco la mia visione del mondo.

Dico tutto questo perchè Big Magic – ovviamente arrivato al momento giusto – ha svolto egregiamente il suo lavoro: mi ha dato uno scappellotto in testa, un’amichevole ma decisa strigliata e mi ha rispedito sulla retta vita. E io glie ne sono dannatamente grata.

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Ho amato ogni virgola di questo libro, e ogni aspetto della visione radicale, rivoluzionaria, democratica, dissacrante e spirituale che la Gilbert ha della creatività – ma con un notevole sforzo di volontà ho estrapolato solo 4 concetti e ve li propongo in questo post – nella speranza di convincervi a fare un favore a voi stessi e leggere questo libro. Eccoli.

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1. Invita la paura a venire con te, ma NON lasciarla guidare
Sono il tipo di persona che mette il coraggio nella top three dei suoi valori, fatico a trovare un insulto peggiore di “vigliacco”, e inorridisco e arretro quando viene pronunciata la parola “paura” in mia presenza. Ok, ho calcato un pò la mano, ma avete capito l’antifona.

Ed ecco che come sempre quando si ha una convinzione granitica, arriva qualcuno o qualcosa a infrangerla. In questo caso è stata Liz, gentile ma sicura, che mi dice:

La creatività è fatta per i coraggiosi, ma non per gli impavidi, ed è bene chiarire questa distinzione.
Coraggioso è chi fa qualcosa che gli fa paura.
Impavido è chi non conosce il significato della parola paura.
[…] La verità è che la paura serve, per ovvie ragioni di sopravvivenza. L’evoluzione ha fatto bene a dotarvi di questo istinto, perchè in assenza di paura la vostra sarebbe una vita breve, folle e stupida.

Io ringrazio per l’esame di realtà e lei continua dicendo che in realtà non solo la paura è fondamentale per la sopravvivenza, ma anche per la creatività. Paura e creatività sono come gemelle siamesi, dove c’è una c’è anche l’altra, perchè l’incertezza implicita nel lavoro creativo non può non risvegliare in noi la paura. Cercando di liberarsi della paura, quindi, si rischia di liberarsi inavvertitamente anche della creatività.

La soluzione, quindi, stà nel permettere alla paura di restare, ringraziarla per il lavoro svolto, ma non permetterle mai di guidarci.

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2. Considera l’ispirazione come un’entità esterna a te
Se siete persone scientifiche e razionali fate un bel respiro e aprite la mente più che potete prima di continuare.

Questo libro non è intitolato Big Magic senza cognizione di causa. La magia a cui si riferisce è letterale, “la magia di Hogwarts, per capirci”. La Gilbert crede che il nostro mondo non sia popolato solo dalle forme di vita che conosciamo, ma anche dalle idee:

Le idee sono forme di vita energetiche e incorporee, completamente separate da noi, ma in grado di interagire con noi – sebbene in modo strano. Le idee non hanno un corpo materiale, ma possiedono una coscienza e di sicuro sono dotate di volontà. Sono mosse da un unico impulso: essere rese manifeste. […]
Trascorrono l’eternità a girarci intorno, alla ricerca di un essere umano disponibile e compiacente. […] Quando un’idea pensa di aver trovato qualcuno in grado di portarla al mondo – uno di voi, mettiamo – vi farà visita.

È molto probabile che il primo pensiero suscitato in voi – sicuramente il primo suscitato in me – da questa visione soprannaturale della creatività sia qualcosa tipo: “Perchè? Perchè vederla in questo modo così poco concreto e razionale?”. Ma dopo l’iniziale perplessità, ho riconosciuto il fenomeno. Inequivocabilmente. Chiunque sia mai stato attraversato da un lampo di ispirazione sa che la sensazione è proprio questa: percepiamo l’idea come un’entità esterna a noi che improvvisamente ci entra dentro. Ma c’è anche un motivo di ordine pratico per cui sarebbe utile che facessimo nostra questa visione della creatività, ed è il seguente.

I greci e i romani credevano nell’esistenza del genio (o demone) della creatività – un’entità senza corpo fisico che viveva tra le mura di casa e aiutava l’artista durante il processo creativo. Per lungo tempo, quindi, non si è trattato di essere un genio, ma di avere un genio. Questa concezione del genio e della creatività, che oggi ci sembra superstiziosa e arcaica – aveva in realtà un enorme pregio: creava una distanza psicologica tra l’artista e l’opera, che lo proteggeva dai risultati – gloriosi o fallimentari – del suo lavoro. L’ego dell’artista era protetto sia dal prendersi tutto il merito della riuscita di un’opera – era merito anche del genio – sia dal dolore di un eventuale fallimento – la responsabilità non era interamente sua.

L’avvento del Rinascimento, e in particolare dell’Umanesimo, rivoluzionarono questa concezione, distogliendo l’attenzione dal divino e dal soprannaturale, e mettendo l’essere umano al centro dell’universo, considerandolo l’unico e solo artefice del suo destino: per la prima volta nella storia non si aveva un genio, ma si era un genio. Secondo la Gilbert questo fu un “enorme errore” – e se ci si pensa è chiaro che le implicazioni per il nostro fragile ego sono terribili.

In più, aggiungo io, credendo che la creatività venga interamente dall’interiorità dell’indivisuo si crea la falsa convinzione che ci siano individui nati con una provvista di genio, gli “artisti”, e tutti gli altri, che semplicemente ne sono sprovvisti. Io credo invece che la distinzione sia tra persone che sono in contatto, con la propria creatività, e altre che non lo sono.

Credere in un concetto soprannaturale non mi è mai sembrato così razionale.
[Per approfondire questi concetti non perderti questa meravigliosa Ted Talk.]

3. Ricorda che tutto ciò che è autentico è anche originale
Uno dei primi pensieri che mi hanno turbata subito dopo che l’idea di AccioBooks mi ha scelta per essere resa manifesta è stata: “Non funzionerà, non è abbastanza originale, sicuramente è già stato fatto” – fortunatamente non mi sono lasciata bloccare da questo pensiero, ma se avessi potuto leggere la risposta della Gilbert a questo tipo di interrogativi i miei timori si sarebbero sciolti come neve al sole:

Gli aspiranti scrittori mi dicono spesso: “Io un’idea ce l’avrei, ma ho paura che quello che voglio fare sia già stato fatto.” Ebbene si, probabilmente è già stato fatto. Molte cose sono già state fatte, ma non da voi. […] Che male c’è se ogni generazione prova gli stessi bisogni e si pone le stesse domande che gli esseri umani si pongono da anni? In fondo siamo tutti collegati gli uni agli altri e c’è per forza un pò di ripetizione nell’istinto creativo di ciascuno di noi. Tutto ci ricorda qualcosa. Ma mettete dietro un’idea il vostro registro personale e la vostra passione, e quell’idea diventerà vostra. […]
Dite quello che volete dire e fatelo con tutto il cuore. Condividete ciò che siete portati a condividere. Se è abbastanza autentico, credetemi, sarà anche originale.

Trovo l’idea che un lavoro autentico sia anche originale sia buona e giusta, pensateci: se ad ognuno dei 7 miliardi di esseri umani fosse chiesto di svolgere lo stesso tema, otterremo 7 miliardi di interpretazioni diverse. Alla luce di questo, ha senso preoccuparsi che il nostro lavoro sia unico? Non basta il semplice fatto che sia nostro a renderlo tale?

4. Crea sempre e solo per una ragione: il piacere di farlo
E, ultimo ma non ultimo, il concetto che più ha lasciato un segno dentro di me e ha cambiato il mio modo di vedere la creatività.

Non è un concetto che viene espresso in un punto specifico del libro, ma lo spirito che lo permea dalla prima all’ultima parola: l’importanza di creare per il piacere di farlo, e per nessun altra motivazione.

  • Non per il successo: «Questa prospettiva presuppone che il mistero dell’ispirazione operi secondo il nostro metro di giudizio, un metro di giudizio umano e limitato che si basa sul successo e sul fallimento, sul fatto di vincere o perdere […] Ma tutto questo cosa c’entra con la vocazione?»
  • Non per ottenere l’approvazione, il rispetto o le lodi altrui: «Le soddisfazioni non potevano dipendere dalle risposte degli altri, lo sapevo. Le soddisfazioni dovevano arrivare dalla gioia di mettere insieme il lavoro in sè, e dalla consapevolezza di aver scelto una strada di dedizione alla quale restavo fedele.»
  • Non per i soldi: «Intimare alla vostra arte “Devi guadagnare dei soldi per me!” è come dirlo a un gatto; non ha nessuna idea di che cosa stiate parlando e non farete che spaventarla, con tutto quel gridare e quella faccia strana.»
  • E – questa è la più difficile – non per aiutare gli altri, ma per aiutare voi stessi: «Vi prego, non cercate di aiutarmi. È davvero bello voler aiutare gli altri, ma non fatene la vostra motivazione principale, perchè avvertiremmo il peso della vostra intenzione.»

E allora, perchè dovremmo creare? Per divertirci. E perchè, in quanto umani, non possiamo fare altrimenti.

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Big Magic, Elizabeth Gilbert, Rizzoli, 230 p.