Mangia, prega, ama, repeat

La recensione di questa settimana è dedicata ad un libro-bussola che ha aiutato milioni di donne a ritrovare la strada di casa: ovviamente, parlo di Mangia prega ama.

Volevo le gioie del mondo e la trascendenza – il duplice splendore di una esistenza pienamente umana. Volevo quello che i greci antichi chiamavano kalòs kai agathòs, l’equilibrio tra ciò che è buono e ciò che è bello.

Mangia, prega, ama è uno dei miei libri del cuore – e mentre lo dico mi sembra di sentire un coro di voci scettiche che si alza: è un romanzo fortemente criticato, per molti motivi diversi, tutti discutibili: da quelli che “se un libro ha fatto i soldi allora sicuramente è spazzatura e l’autore è un venduto” (teoria vera spesso ma non sempre), da quelli che “queste stronzate da fricchettoni new age non fanno per me”, da quelli che “che banalità, viaggiare per ritrovare sè stessi”, ai migliori, gli italiani permalosi che si offendono perchè l’immagine che ne esce di noi è di un popolo di “mangioni, bevoni, mammoni” (falso, il ritratto della Gilbert è fin troppo roseo).

La trama è ormai celebre (grazie anche all’omonimo film del 2010 con Julia Roberts): Elizabeth ha 31 anni, un marito, una grande casa alla periferia di New York, una brillante carriera da scrittrice, e una certezza: Non voglio più essere sposata. E fin qui, niente di nuovo. Quello che è nuovo, e coraggioso, e degno di avere un libro a raccontarlo, è il modo in cui Liz ha deciso di reagire a questa consapevolezza (e al conseguente, disastroso divorzio, seguito da un’altra relazione altrettanto dolorosa): decide di partire per un viaggio lungo un anno, diviso tra Italia, India e Indonesia, alla ricerca della serenità e dell’equilibrio interiore.

Il libro è diviso in tre parti, una per ogni stato visitato, e in 108 brevi capitoli, tanti quante le perline degli japa mala, le collane utilizzate dagli yogi come aiuto per mantenere la concentrazione durante la meditazione. Le tre parti sono ugualmente belle quanto diverse: calda e colorata quella dedicata all’Italia, lenta, profonda e riflessiva quella indiana, passionale e liberatoria quella ambientata a Bali.

[Kenut] Mi mostrò uno schizzo che aveva eseguito durante la meditazione: una figura umana androgina, in piedi, con le mani congiunte in preghiera. Ma quella figura aveva quattro gambe, e al posto della testa un groviglio di foglie e fiori selvatici. Sul cuore era disegnato un piccolo viso sorridente.
«Per trovare l’equilibrio che stai cercando» mi rispose Kenut attraverso l’interprete «devi diventare così. Devi tenere i piedi ben piantati a terra, come se avessi quattro gambe. In questo modo puoi vivere nel mondo, ma devi smettere di guardarlo con la testa, devi guardarlo con il cuore. Così conoscerai Dio.»

Liz è simpaticissima, incasinata, tenera, imbranata, a volte superficiale, a volte profonda, ma sempre vera, e racconta se stessa con una sincerità e un’autoironia disarmanti: la naturalezza con cui racconta imbarazzanti aneddoti che i più farebbero di tutto per tenere ben nascosti non finiva di stupirmi e, ovviamente, mi divertiva da morire.

È un libro che non ha l’intenzione nè la pretesa di proporre soluzioni originali, o intelligenti, o innovative: vuole solo raccontare. Il percorso della Gilbert non può essere giudicato in nessun modo, è semplicemente il suo percorso, quello che ha scelto, voluto, amato, che sentiva giusto per sè stessa. E non è un libro per tutti: evitatelo se cercate un romanzo rosa, evitatelo se siete chiusi rispetto alla spiritualità e alle religioni orientali, evitatelo se non volete che la vostra routine sia scossa dal racconto di chi ha avuto il coraggio di lottare e non arrendersi all’infelicità.

Oltre la godibilità, oltre la simpatia dell’autrice, il grosso pregio di questo libro non è quello di fornire una strada giusta, o originale, ma di ispirare, di mostrare che c’è una strada, sempre, anche quando le cose sembrano senza speranza. Questa è quella di Liz, ed è meravigliosa. Buona lettura.

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Mangia prega ama, Elizabeth Gilbert, Rizzoli, 376 p.

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