“Come si bacia un serpente” e altri memoir che – ci scommetto – amerete

Ho una seria difficoltà a parlare dei libri che ho amato, rischio di diventare schifosamente scontata e di perdermi in inutili meraviglioso e assolutamente fantastico!. Se poi mi hanno anche emozionata, resto direttamente senza parole. Così di solito non ci provo neanche. Questa volta però voglio fare un tentativo, perchè questo libro merita, veramente.

Prima di tutto è un memoir: uno dei miei generi preferiti. Per una il cui massimo interesse è l’indagare l’animo umano, capirete che il memoir – che per definizione è «fondato sul racconto dei ricordi relativi alle gesta di vari personaggi (memorie) e narra di ricordi reali avvenuti nell’esistenza di una persona o di un popolo che l’ha/hanno segnato/i in maniera particolare» – è una manna dal cielo.

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Come si bacia un serpente (titolo originale, Twenty chicken for a saddle) racconta la magica, inusuale, straordinaria infanzia/adolescenza di Robyn Scott, che gli assolutamente folli genitori decidono improvvisamente di trascinare, insieme a fratello e sorella, Damien e Lulu, in Africa, precisamente in Botswana, nel centro esatto del nulla.

La madre di Robyn, un’appassionata sostenitrice della medicina alternativa, con il suo sfrenato, contagioso ottimismo, ricopre il pavimento della nuova casa, una ex stalla, con della carta da pacchi, per renderla più accogliente; e decide di non mandare i figli a scuola per istruirli personalmente, convinta che il divertimento e l’avventura siano fondamentali nell’apprendimento.
Il padre, un “dottore volante” in perenne fuga dalla medicina e dal bizzarro senso dell’umorismo, arriva a baciare un pitone per dimostrare quanto sia innoquo (da qui la scelta del titolo italiano). Per non parlare di nonno Ivor, un personaggio assolutamente esilarante e «meraviglioso, porca puttana!»

Potendo scegliere tra un chiaro successo e un fallimento reinventato come un trionfo, mamma e papà avrebbero immancabilmente scelto la seconda opzione.

Robyn parla della sua famiglia, e dell’altra grande protagonista del libro, l’Africa, con una passione contagiosa, emozionante. In ogni parola si avverte l’orgoglio e la riconoscenza per essere scresciuta in un ambiente, sia famigliare che non, tanto straordinario.
Il libro è costituito da una quantità di racconti, fatti e aneddoti che, davvero, vale la pena sentire. Se è vero che ogni libro dovrebbe ampliare di un pochino la nostra visione del mondo, questo svolge magnificamente il suo compito, e va oltre, mostrando mille altri mondi possibili, che non avevamo neanche lotanamente immaginato.

Ho così amato questo libro che mi è venuto spontaneo rendergli omaggio a modo mio, nel modo più personale e sincero che conosco: ho creato un remake della cover, eccolo qui, vicino all’originale Guanda.

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* Pag. 114: «Pochi giorni dopo ci condusse al bordo della savana e ci indicò un punto, sotto un ramo basso di mopane. Una palla di sterco grande quanto un arancia si muoveva impercettibilmente – e in apparenza da sola – in mezzo alla sabbia. Solo guardando molto più da vicino vidi lo scarabeo che faceva la verticale e spingeva il suo enorme contenitore di uova con le zampe posteriori, facendo una pausa dopo ogni spinta vana. E fu allora, vedendo come quella creatura minuscola affrontava il suo impossibile compito, che per la prima volta capii come mai gli egiziani considerassero sacro il piccolo scarabeo; e pensassero che fosse lo scarabeo stercorario a spingere il sole attraverso la volta celeste, giorno dopo giorno.»

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Parlando di memoir, non posso proprio concludere questo articolo senza consigliarvene altri tre, i più belli che ho mai letto, insieme a quello di Robyn Scott; eccoli qui:

memoirs

  1. Non avere paura dei libri di Christian Mascheroni, Hacca, 253 p.
    Una struggente dichiarazione d’amore dell’autore agli amori della sua vita: i genitori scomparsi e i libri. Scrittura di una bellezza rara e luminosa.
    La citazione: «Noi non siamo solo ciò che mangiamo: siamo anche quello che leggiamo (e quindi bisognerebbe fare attenzione a ciò che si legge come si fa per il cibo che si mette in bocca). Siamo tutte le vite dei personaggi che abbiamo amato. Nel nostro sangue scorrono brani di libri.»

  2. Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, Einaudi, 296 p.
    Un classico della letteratura italiana del ‘900, incredibilmente scritto in solo due mesi. Vividissimo ritratto di una famiglia, di un’epoca, di una guerra (ve ne parlerò meglio in una recensione dedicata solo a lui, merita so much).
    La citazione: «Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. […] Ma basta, fra noi, una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.»

  3. Una donna e altri animali di Brunella Gasperini
    Questo libro – tragicamente fuori catalogo – è stata una delle più clamorose sorprese letterarie della mia vita: preso in biblioteca senza sapere di cosa si trattasse, attirata soltanto da titolo e copertina, me ne sono perdutamente innamorata dalla prime righe (ve ne parlerò meglio in una recensione dedicata solo a lui, parte 2).
    La citazione: «Mettete le mie ceneri
    sotto il mio gelsomino
    e scrivete sull’urna:
    viaggiò tutta una vita
    attorno a un tavolo
    – senza peraltro combinare un cavolo.»

Come si bacia un serpente, Robyn Scott, Guanda, 528 p.

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