Gloria Pozzoli
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Gloria Pozzoli

Born in 1989. Bookworm, lit-nerd, graphic designer, yogi, freedom fighter and founder of AccioBooks ♥

Se seguite il mio blog sapete quanto amo Elizabeth Gilbert (1 | 2) – e sono sicura che da appassionati di libri conoscete la meravigliosa sensazione di avere tra le mani, finalmente, il nuovo libro – intonso, inedito e perfetto – del vostro autore preferito: è una promessa di felicità.

Con una premessa del genere la delusione era pericolosamente vicina, ma Big Magic non ha deluso le mie – altissime, credetemi – aspettative.

Di cosa si tratta, innanzitutto. È un libro sulla creatività – che non viene qui intesa come una qualità innata di cui sono dotati pochi, fortunati individui – e sull’importanza di vivere una vita creativa – che non viene qui intesa necessariamente come una vita dedicata esclusivamente all’arte.

Il libro si basa invece su questa luminosa definizione dell’essere umano: “siamo tutti depositari ambulanti di tesori sepolti” – il viaggio per portarli alla luce è la vita creativa: “una vita vissuta sulla spinta della curiosità e non della paura”.

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Qualche giorno fa ho pubblicato su Instagram questa citazione di Emil Cioran a cui credo con tutto il cuore:

Un libro deve frugare nelle ferite, anzi, deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo.

E sempre Cioran ribadisce il concetto:

Un libro che lascia il lettore uguale a com’era prima di leggerlo è un libro fallito.

Io leggo per essere messa in discussione, leggo per cambiare, per essere provocata, sfidata, soccorsa, scossa, illuminata da nuove prospettive – leggo per crescere. In ogni libro leggo la promessa implicita di crescita – e mi sento tradita ogni volta che un libro non muta almeno di un poco la mia visione del mondo.

Dico tutto questo perchè Big Magic – ovviamente arrivato al momento giusto – ha svolto egregiamente il suo lavoro: mi ha dato uno scappellotto in testa, un’amichevole ma decisa strigliata e mi ha rispedito sulla retta vita. E io glie ne sono dannatamente grata.

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Ho amato ogni virgola di questo libro, e ogni aspetto della visione radicale, rivoluzionaria, democratica, dissacrante e spirituale che la Gilbert ha della creatività – ma con un notevole sforzo di volontà ho estrapolato solo 4 concetti e ve li propongo in questo post – nella speranza di convincervi a fare un favore a voi stessi e leggere questo libro. Eccoli.

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1. Invita la paura a venire con te, ma NON lasciarla guidare
Sono il tipo di persona che mette il coraggio nella top three dei suoi valori, fatico a trovare un insulto peggiore di “vigliacco”, e inorridisco e arretro quando viene pronunciata la parola “paura” in mia presenza. Ok, ho calcato un pò la mano, ma avete capito l’antifona.

Ed ecco che come sempre quando si ha una convinzione granitica, arriva qualcuno o qualcosa a infrangerla. In questo caso è stata Liz, gentile ma sicura, che mi dice:

La creatività è fatta per i coraggiosi, ma non per gli impavidi, ed è bene chiarire questa distinzione.
Coraggioso è chi fa qualcosa che gli fa paura.
Impavido è chi non conosce il significato della parola paura.
[…] La verità è che la paura serve, per ovvie ragioni di sopravvivenza. L’evoluzione ha fatto bene a dotarvi di questo istinto, perchè in assenza di paura la vostra sarebbe una vita breve, folle e stupida.

Io ringrazio per l’esame di realtà e lei continua dicendo che in realtà non solo la paura è fondamentale per la sopravvivenza, ma anche per la creatività. Paura e creatività sono come gemelle siamesi, dove c’è una c’è anche l’altra, perchè l’incertezza implicita nel lavoro creativo non può non risvegliare in noi la paura. Cercando di liberarsi della paura, quindi, si rischia di liberarsi inavvertitamente anche della creatività.

La soluzione, quindi, stà nel permettere alla paura di restare, ringraziarla per il lavoro svolto, ma non permetterle mai di guidarci.

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2. Considera l’ispirazione come un’entità esterna a te
Se siete persone scientifiche e razionali fate un bel respiro e aprite la mente più che potete prima di continuare.

Questo libro non è intitolato Big Magic senza cognizione di causa. La magia a cui si riferisce è letterale, “la magia di Hogwarts, per capirci”. La Gilbert crede che il nostro mondo non sia popolato solo dalle forme di vita che conosciamo, ma anche dalle idee:

Le idee sono forme di vita energetiche e incorporee, completamente separate da noi, ma in grado di interagire con noi – sebbene in modo strano. Le idee non hanno un corpo materiale, ma possiedono una coscienza e di sicuro sono dotate di volontà. Sono mosse da un unico impulso: essere rese manifeste. […]
Trascorrono l’eternità a girarci intorno, alla ricerca di un essere umano disponibile e compiacente. […] Quando un’idea pensa di aver trovato qualcuno in grado di portarla al mondo – uno di voi, mettiamo – vi farà visita.

È molto probabile che il primo pensiero suscitato in voi – sicuramente il primo suscitato in me – da questa visione soprannaturale della creatività sia qualcosa tipo: “Perchè? Perchè vederla in questo modo così poco concreto e razionale?”. Ma dopo l’iniziale perplessità, ho riconosciuto il fenomeno. Inequivocabilmente. Chiunque sia mai stato attraversato da un lampo di ispirazione sa che la sensazione è proprio questa: percepiamo l’idea come un’entità esterna a noi che improvvisamente ci entra dentro. Ma c’è anche un motivo di ordine pratico per cui sarebbe utile che facessimo nostra questa visione della creatività, ed è il seguente.

I greci e i romani credevano nell’esistenza del genio (o demone) della creatività – un’entità senza corpo fisico che viveva tra le mura di casa e aiutava l’artista durante il processo creativo. Per lungo tempo, quindi, non si è trattato di essere un genio, ma di avere un genio. Questa concezione del genio e della creatività, che oggi ci sembra superstiziosa e arcaica – aveva in realtà un enorme pregio: creava una distanza psicologica tra l’artista e l’opera, che lo proteggeva dai risultati – gloriosi o fallimentari – del suo lavoro. L’ego dell’artista era protetto sia dal prendersi tutto il merito della riuscita di un’opera – era merito anche del genio – sia dal dolore di un eventuale fallimento – la responsabilità non era interamente sua.

L’avvento del Rinascimento, e in particolare dell’Umanesimo, rivoluzionarono questa concezione, distogliendo l’attenzione dal divino e dal soprannaturale, e mettendo l’essere umano al centro dell’universo, considerandolo l’unico e solo artefice del suo destino: per la prima volta nella storia non si aveva un genio, ma si era un genio. Secondo la Gilbert questo fu un “enorme errore” – e se ci si pensa è chiaro che le implicazioni per il nostro fragile ego sono terribili.

In più, aggiungo io, credendo che la creatività venga interamente dall’interiorità dell’indivisuo si crea la falsa convinzione che ci siano individui nati con una provvista di genio, gli “artisti”, e tutti gli altri, che semplicemente ne sono sprovvisti. Io credo invece che la distinzione sia tra persone che sono in contatto, con la propria creatività, e altre che non lo sono.

Credere in un concetto soprannaturale non mi è mai sembrato così razionale.
[Per approfondire questi concetti non perderti questa meravigliosa Ted Talk.]

3. Ricorda che tutto ciò che è autentico è anche originale
Uno dei primi pensieri che mi hanno turbata subito dopo che l’idea di AccioBooks mi ha scelta per essere resa manifesta è stata: “Non funzionerà, non è abbastanza originale, sicuramente è già stato fatto” – fortunatamente non mi sono lasciata bloccare da questo pensiero, ma se avessi potuto leggere la risposta della Gilbert a questo tipo di interrogativi i miei timori si sarebbero sciolti come neve al sole:

Gli aspiranti scrittori mi dicono spesso: “Io un’idea ce l’avrei, ma ho paura che quello che voglio fare sia già stato fatto.” Ebbene si, probabilmente è già stato fatto. Molte cose sono già state fatte, ma non da voi. […] Che male c’è se ogni generazione prova gli stessi bisogni e si pone le stesse domande che gli esseri umani si pongono da anni? In fondo siamo tutti collegati gli uni agli altri e c’è per forza un pò di ripetizione nell’istinto creativo di ciascuno di noi. Tutto ci ricorda qualcosa. Ma mettete dietro un’idea il vostro registro personale e la vostra passione, e quell’idea diventerà vostra. […]
Dite quello che volete dire e fatelo con tutto il cuore. Condividete ciò che siete portati a condividere. Se è abbastanza autentico, credetemi, sarà anche originale.

Trovo l’idea che un lavoro autentico sia anche originale sia buona e giusta, pensateci: se ad ognuno dei 7 miliardi di esseri umani fosse chiesto di svolgere lo stesso tema, otterremo 7 miliardi di interpretazioni diverse. Alla luce di questo, ha senso preoccuparsi che il nostro lavoro sia unico? Non basta il semplice fatto che sia nostro a renderlo tale?

4. Crea sempre e solo per una ragione: il piacere di farlo
E, ultimo ma non ultimo, il concetto che più ha lasciato un segno dentro di me e ha cambiato il mio modo di vedere la creatività.

Non è un concetto che viene espresso in un punto specifico del libro, ma lo spirito che lo permea dalla prima all’ultima parola: l’importanza di creare per il piacere di farlo, e per nessun altra motivazione.

  • Non per il successo: «Questa prospettiva presuppone che il mistero dell’ispirazione operi secondo il nostro metro di giudizio, un metro di giudizio umano e limitato che si basa sul successo e sul fallimento, sul fatto di vincere o perdere […] Ma tutto questo cosa c’entra con la vocazione?»
  • Non per ottenere l’approvazione, il rispetto o le lodi altrui: «Le soddisfazioni non potevano dipendere dalle risposte degli altri, lo sapevo. Le soddisfazioni dovevano arrivare dalla gioia di mettere insieme il lavoro in sè, e dalla consapevolezza di aver scelto una strada di dedizione alla quale restavo fedele.»
  • Non per i soldi: «Intimare alla vostra arte “Devi guadagnare dei soldi per me!” è come dirlo a un gatto; non ha nessuna idea di che cosa stiate parlando e non farete che spaventarla, con tutto quel gridare e quella faccia strana.»
  • E – questa è la più difficile – non per aiutare gli altri, ma per aiutare voi stessi: «Vi prego, non cercate di aiutarmi. È davvero bello voler aiutare gli altri, ma non fatene la vostra motivazione principale, perchè avvertiremmo il peso della vostra intenzione.»

E allora, perchè dovremmo creare? Per divertirci. E perchè, in quanto umani, non possiamo fare altrimenti.

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Big Magic, Elizabeth Gilbert, Rizzoli, 230 p.

La sua assenza è come il cielo: si stende sopra ogni cosa.

Una delle qualità che più ammiro in un essere umano è l’onestà intellettuale. Ci sono  molti modi per definirla, probabilmente tanti quante sono le persone dotate di opinione. La mia personale definizione è:

Onestà intellettuale: la decisione di mettere la ricerca della verità sopra ogni cosa, sopra il proprio ego, sopra le proprie necessità di conferme o rassicurazioni. Il saper ammettere i propri errori e saper dire “hai ragione”, passando sopra il proprio ego per amore della Verità.

Quando C.S. Lewis ha scritto questo libriccino si trovava nella condizione ideale per dimenticare la propria onestà intellettuale e cedere a facili rassicurazioni: era prostrato dalla morte dell’amatissima moglie, appena uccisa da un cancro – questo diario è l’annotazione chirurgica della sua reazione a questa perdita. Una cronaca brutale del suo dolore.

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Credo che il modo in cui le persone decidono di reagire al dolore dica molto di loro – il modo in cui Lewis decide di reagire al suo dice: «Sono abbastanza forte da mostrare la mia debolezza. Soffro, ma non permetterò che il mio dolore mi conduca al vittimismo o al compatimento di me stesso. Non cederò a facili rassicurazioni. Non permetterò che il dolore mi rubi la mia onestà intellettuale.»

Lewis è un fervente cristiano, e qui si trova nella condizione ottimale per cedere alle lusinghe della sua religione riguardo la vita dopo la morte, sarebbe stata la via più facile – sicuramente la più battuta – ma è la più onestà che gli interessa. Sa che c’è solo una strada per superare il dolore: quella che gli passa attraverso. Tutte le altre sono menzogne.

Parlatemi della verità della religione e ascolterò con gioia. Parlatemi del dovere della religione e ascolterò con umiltà. Ma non venite a parlarmi delle consolazioni della religione, o sospetterò che non capite.

A meno, naturalmente, di non prendere per buone tutte quelle storie di ricongiungimenti «sull’altra riva», dipinti in termini affatto terreni. Ma sono cose che non hanno nulla a che fare con le Scritture, cose derivate da inni e litografie dozzinali. Nella Bibbia non ce n’è traccia. E poi suonano false. Lo sappiamo che non può essere così. La realtà non si ripete. Ciò che viene tolto e ciò che viene ridato non sono mai la stessa identica cosa.

Accarezza l’idea di negare del tutto l’esistenza del suo Dio, ma anche questa sarebbe una soluzione troppo semplicistica:

Una risposta, fin troppo facile, è che Dio sembra assente nel momento del nostro maggior bisogno appunto perchè è assente, perchè non esiste. Ma allora perchè sembra così presente quando noi, per dirla con franchezza, non Lo cerchiamo?

Affronta da tutti i punti di vista l’idea di un Dio malvagio, ma neanche questa soluzione lo soddisfa.
Quindi, abbandona la facile consolazione della promessa di un futuro ricongiungimento, abbandona la facile scappatoia del rifiuto e dell’odio verso Dio – e parte alla ricerca della Verità, passando attraverso il dolore.

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La “soluzione” a cui arriva è insieme spaventosa e rassicurante, ma è l’unica che riesce ad accettare, perchè è l’unica che sente vera: Dio è buono, ed è appunto per questo che ci fa sperimentare il dolore – perchè è l’unica via possibile per la nostra crescita.

La cosa terribile è che, sotto questo aspetto, un Dio perfettamente buono non incute meno paura di un Sadico Cosmico. Più siamo convinti che Dio ci fa soffrire solo per guarirci, meno credibile ci sembra che implorare di non far male serva a qualcosa. Un uomo crudele lo si potrebbe corrompere, potrebbe stancarsi del suo infame passatempo, potrebbe avere la sua parentesi di misericordia, come un alcolizzato ha le sue parentesi di sobrietà. Ma mettiamo invece di avere a che fare con un chirurgo che ha a cuore solo il nostro bene. Più sarà buono e coscienzioso, più sarà inesorabile nel tagliare. […]
Che cosa vogliono dire quelli che proclamano «Non ho paura di Dio, perchè so che è buono»? Non sono mai stati da un dentista?

Per quanto Diario di un dolore analizzi perfettamente la perdita di una persona amata, e sia quindi dolorosamente terapeutico per chi stia affrontando un lutto o una rottura sentimentale, cosiderarlo “solo” questo sarebbe riduttivo. Questo diario racchiude alcune delle più acute e sincere riflessioni sulla vita e la morte, Dio e la religione, l’amore e la condizione umana che io abbia mai letto. Immenso.

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Diario di un dolore, C.S. Lewis, Adelphi, 85 p.

Il libro-messaggero del #bookdocet #9 è uno dei libri più giustamente, universalmente amati di sempre – che non solo contiene degli enormi, preziosissimi insegnamenti, ma è anche narrato con uno stile eccezionale: parlo di Il buio oltre la siepe.

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Credo di aver incominciato a far caso a questa grande verità solo dopo aver letto questo libro meraviglioso. E non è un concetto facile da accettare, ma è uno di quelli che una volta digeriti cambiano il tuo modo di vedere le persone. Ci avete mai fatto caso? Qualsiasi persona, anche quella che mai avresti pensato potesse ispirare sentimenti positivi in te – può suscitarti simpatia, tenerezza, amore perfino, una volta che ti sei messo nei suoi panni e sei riuscito a guardare il mondo attraverso i suoi occhi.

E questa importanza della comprensione dell’altro è uno dei motivi per cui amo così tanto la psicologia e la reputo un bagaglio fondamentale per chiunque: perchè solo attraverso una conoscenza il più possibile approfondita delle dinamiche del nostro essere umani possiamo provare vera compassione, solidarietà e empatia gli uni per gli altri.

And it’s hard to hate someone once you understand them. – Lucy Christopher

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Il buio oltre la siepe, Harper Lee, Feltrinelli, 306 p.

In questo post ti racconterò quello che ho imparato nell’ultimo, magico anno sull’inseguire i propri sogni e lavorare per le proprie passioni. Ready? Go!

Se segui il mio blog certamente saprai che sono l’orgogliosa fondatrice di AccioBooks, che da poco – il 22 settembre – ha compiuto il suo primo anno di vita – yeeeeeh!

AccioBooks è per me più di un semplice lavoro: è la concretizzazione della passione della mia vita (devo specificare? i libri) oppure, detto in altre parole di uguale significato: il mio Sogno.

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Tirando le somme di questo pazzo, emozionante, gioioso, ansiogeno anno pieno di parole e amore mi sono felicemente resa conto di tutte le cose che mi ha insegnato. Le riassumo per te in questo articolo, sperando che possa essere un’occasione di confronto se anche tu hai intrapreso questo cammino, o un’ispirazione se il grande viaggio è ancora solo un’idea.

1. Scegli il lavoro che ami e non lavorerai mai, neanche per un giorno in tutta la tua vita
Lo dice anche il celebre aforisma di Confucio e io qui lo confermo con tutta me stessa: c’è un solo modo su questa Terra per non rimanere bloccati nelle terribile trappola creata dalla nostra società – dedicare la vita ad attività che non ci danno niente se non i soldi per vivere una vita che non abbiamo il tempo di vivere, se non in vecchiaia – ed è quella di scegliere un lavoro che si ama, o, detto in altre parole, seguire la propria vocazione.

Così facendo non solo il lavoro non sarà mai un lavoro per te – ma una gioia, un divertimento –  ma non ti troverai mai neanche a contare gli anni che ti separano dalla pensione, o a chiederti se il modo in cui stai passando la tua vita ha un senso.

2. L’unico modo per crescere nella vita è decidere di uscire dalla comfort zone, again, and again, and again
La tua comfort zone è quello spazio, fisico o mentale, in cui ti senti protetto dal pericolo, dai colpi, dagli imprevisti – insomma: dal dolore. Può sembrare una meraviglia, ma ecco la fregatura: la comfort zone è una bolla, un nido sicuro, che non ti isola soltanto dal pericolo, ma anche dalla vera gioia e dalla vera soddisfazione. Insomma, ti isola dalla vita vera. Questo schema chiarirà il concetto:

Comfort-zone-smallGià lo sospettavo, ma l’anno appena passato me lo ha confermato: non sperimenterai mai la magia se non sei prima disposto a sperimentare la paura, il pericolo, il disagio. Non c’è ricompensa senza rischio.

3. “No” non significa “no” – significa “Prova di nuovo”
Se avessi dato ascolto ai “No” il mio progetto non sarebbe mai neanche partito. Segui la tua strada e la tua intuizione.

4. Convinciti che sei più in gamba di quanto pensi
Sono una persona decisamente timida e riservata, spesso insicura del suo potenziale e delle sue idee, ma durante questo primo anno di lavoro con AccioBooks ho dovuto sperimentare rischi economici, esporre la mia idea al giudizio di decine di persone più adulte e competenti di me, partecipare a call con sconosciuti dall’altra parte del mondo, contrastare il dilagante pessimismo di quasi tutti i miei conoscenti, esporre il mio progetto davanti ad una sfilza di uomini d’affari portati alla critica e alla distruttività, etc.
Un anno fa avrei mai pensato di poter affrontare tutte queste cose? Assolutamente no.
Abbiamo risorse che mai sospetteremmo di avere e che possono mostrarsi solo quando usciamo dalla nostra comfort zone – fai in modo di scoprire le tue!

5. La qualità più importante da sviluppare è la perseveranza
Ho già parlato della perseveranza nella mia recensione a The Obstacle is the Way e qui mi auto-cito :):

Quando riusciamo a fare nostra la vera perseveranza – che è non fermarsi fino a quando non si è raggiunto l’obiettivo – non c’è più bisogno di preoccuparsi, affrettarsi o affaticarsi, perchè si sa che non è più una questione di riuscire a raggiungere l’obiettivo o no, ma di quando si raggiungerà.

Gli ostacoli non mi fermano. Ogni ostacolo si sottomette alla rigida determinazione. Chi guarda fisso verso le stelle non cambia idea. – Leonardo da Vinci

6. Non sarà semplice, ma sarà meraviglioso
Potremmo paragonare il sogno raggiunto alla cima di una montagna – se ne deduce che la strada per raggiungerlo non sarà semplice nè immediata – ma volete mettere la bellezza del panorama mentre la percorrete? È qui che mi trovo ora e vi posso assicurare che è mozzafiato, e la fatica della salita, lungi dal rovinare la camminata, la rende enormemente più stimolante.

Ecco qua, questo è pretty much quello che questo rocambolesco anno mi ha insegnato! Sono curiosa di sentire di voi, dei vostri sogni, del tratto di strada che state percorrendo e di quello che vi sta insegnando – fatemelo sapere lasciando un commento, e se l’articolo vi è piaciuto usate i social links qui sotto per condividerlo, share the love

Buona serata a voi!
Gloria

* Nelle foto tre dei molti libri che ho ottenuto sul mio AccioBooks: soddisfazioni!

“Be yourself, babydoll!” / Il #bookdocet di questa settiamana è dedicato all’importanza di essere se stessi, attraverso le meravigliose parole di uno degli autori più saggi che conosca.

Dopo una lunga assenza eccomi tornata con un altro #bookdocet, yeeeeh!

Si tratta della mia quote preferita, di uno dei miei autori preferiti di libri di psicologia/spiritualità/crescita personale, che ha lasciato questo mondo il 30 settembre 2015, facendomi versare una lacrima di tristezza mista a gratitudine per tutte le cose che mi ha insegnato e mi insegnerà: stò parlando di Wayne Dyer, psicoterapeuta, autore e speaker americano poco conosciuto da noi ma celebre in patria. Questo #bookdocet è il mio piccolo omaggio a lui.

Una delle cose che mi fa amare Dyer così tanto è il tono contemporaneamente dolce ed energico dei suoi libri, come se ti stesse dicendo “Ti capisco, sono con te, ma ora è il momento di agire”. La quote che vi propongo oggi è tratta dal mio preferito tra i suoi libri che ho letto fin ora: Le vostre zone erronee. Guida all’indipendenza dello spirito.

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Cosa potrei aggiungere a questa frase già così completa e perfetta?

“Sii te stesso” è senza dubbio il consiglio più usato di sempre, e viene sempre elargito con un’alzata di spalle, come a dire: “È semplice”. In realtà, essere se stessi è una cosa che si impara, è un processo continuo di prove e scoperte, faticoso ma necessario, perchè se mi guardo intorno vedo che le persone più felici e di successo che mi vengono in mente (gli “uomini grandi”) sono anche quelle che scelgono di esprimere se stesse nel modo più autentico possibile.

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Utilizza i bottoni social per condividere questo #bookdocet con tutte le persone a cui vuoi dire: “Sei speciale, non hai motivo di non essere te stesso” ♥

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Le vostre zone erronee. Guida all’indipendenza dello spirito, Wayne W. Dyer, Bur, 239 p.

Nella recensione di questa settimana vi parlo di uno dei romanzi più belli che ho letto negli ultimi anni, una potente historical novel inserita nelle liste dei migliori libri del 2013 dai più influenti magazine del mondo: The New York Times, O, The Washington Post, Chicago Tribute e The New Yorker. Ladies and gentelman, The Signature of All Things.

Elizabeth Gilbert è una delle mie autrici preferire – come avrà capito chi ha letto la mia recensione a Mangia prega ama – ma non solo: è una donna che mi ispira enormemente e mi commuove per la sua genuinità, il suo coraggio e la sua saggezza.
Se ne stà nel mio Olimpo letterario, tra Salinger, la Austen e Dickens, e qualcuno potrebbe pensare che la cosa la imbarazzi e le faccia nascere un leggero senso di inferiorità, ma vi assicuro che in realtà lei è serafica e soddisfatta della sua posizione.

La adoro per molti motivi diversi, ma se dovessi scegliere i principali sarebbero questi:

1. I leitmotiv delle sue opere sono i temi che mi stanno più a cuore al mondo: la crescita personale, il viaggio (quello fisico e quello alla ricerca di sé stessi), la spiritualità, la creatività, le relazioni sentimentali – il tutto raccontato attraverso il suo spirito femminista e libero (che ha riversato nella protagonista di The Signature of All Things, come vedremo tra poco).

2. Scrivere è la sua vocazione, e la ammiro enormemente per non averla abbandonata durante molti anni di rifiuti e fallimenti – come racconta in questa intervista che vi consiglio di non perdervi per nessuna ragione al mondo. Adoro il suo riuscire a passare con leggerezza e grazia attraverso ogni genere letterario possibile – giornalismo, racconti, memoir, romanzo, saggio – e riuscire nonostante questo a rimanere sempre se stessa.

Venendo a The Signature of All Things, tradotto in italiano da Rizzoli Il cuore di tutte le cose – l’ho amato, e la cosa non mi ha stupito neanche un pò.

La trama: Alma nasce nel 1800, insieme al nuovo secolo. Figlia dell’imprenditore più ricco di Philadelphia, cresce in un’immensa magione, White Acre; istruita in maniera rigorosa dalla madre fino dalla più tenera età, Alma compensa con intelligenza, curiosità e cultura la sua mancanza di avvenenza e propensione per la vita di società. Vive in relativo isolamento, dedicando la sua vita alla studio della botanica e al mantenimento dell’impero paterno, fino ai 50 anni, quando la sua ormai collaudata e ampiamente accettata vita di zitella viene sconvolta dall’entrata in scena di Ambrose Pike, giovane e dotatissimo illustratore botanico – sognatore quanto Alma è concreta, spirituale quanto Alma è razionale. Ambrose si rivela essere una creatura misteriosa, e porta con se numerosi enigmi che, per la prima volta, spingono Alma oltre i confini di White Acre, e fino a Tahiti prima, e Amsterdam poi.

Si tratta di un lunghissimo, epico romanzo-fiume, che segue Alma dal momento della nascita a quello della morte. Una biografia immaginaria così realistica e accurata, e intrecciata con fatti e personaggi realmente eistiti, da farti dubitare che Alma sia solo un personaggio letterario (quando la sua carriera di naturalista si intreccia con quella di Charles Darwin sono corsa sul web ad assicurarmene).
Ci si affeziona così tanto a lei  – un magistrale esempio di personaggio femminile forte ma profondamente vero, accurato, umano – da sentire un senso di perdita una volta girata l’ultima pagina (personalmente, con una lacrimuccia e un sorriso commosso che riservo solo ai libri che mi hanno davvero toccato il cuore).

I would like to spend the rest of my days in a place so silent–and working at a pace so slow–that I would be able to hear myself living.

La Gilbert si conferma una magistrale, abilissima narratrice – e questo romanzo è così vivido da darti l’illusione di toccare con mano i preziosi muschi di Alma, di sentire la sabbia di Tahiti sotto i piedi, di vedere lo sfarzo di White Acre – questo libro sà di vita vera.

E qui finisce la mia recensione a questo libro amatissimo – fatemi sapere se avete mai letto qualcosa di Liz Gilbert e cosa ne pensate, e se questo post vi è piaciuto non dimenticate di condividerlo sui social – share the love 🙂

Buona settiamana a tutti voi!
Gloria

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Il cuore di tutte le cose, Elizabeth Gilbert, Rizzoli, 636 p.

Durante una passeggiata come tutte le altre, mi è passato per la mente un pensiero che non esito a definire “il pensiero più ottimista che io abbia mai pensato”. Voglio condividerlo con te, nelle certezza che ti sarà d’aiuto nelle tempeste e negli inverni della tua vita.

Mai stata ottimista, io.
Anzi, per tutta la vita mi sono definita pessimista. Sentivo Schopenhauer molto vicino al mio cuore e mi rivedevo molto nella sua visione del mondo, non so se mi spiego. Massime come “Il mezzo più sicuro per non diventare molto infelici consiste nel non chiedere di diventare molto felici.” (da L’arte di essere felici, Arthur Schopenhauer, Adelphi) mi sembravano quanto di più sincero e realista una mente potesse concepire.

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Poi, intorno ai 20 anni, ho scoperto che la psicologia e la spiritualità mi interessavano enormemente – passione che si è ovviamente tradotta in una montagna (letterale, non metaforica) di libri letti – che poco a poco, come delle gocce che nel corso degli anni scavano un solco cadendo sempre nello stesso punto – hanno cambiato la mia visione del mondo.
Oggi posso finalmente dirlo con cognizione di causa: sono un’ottimista. Il mondo mi sembra (davvero!) un bel posto e sono (davvero!) convinta che the best is yet to come.

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Ma qualche giorno fa, durante la mia mia consueta passeggiata serale, mi è balenato in mente un pensiero così ottimista da stupire perfino la mia ottimista nuova me.
Un pensiero che credo sinceramente sia il pensiero più ottimista che abbia mai pensato. Anzi, fatemi esagerare: penso sia il pensiero più ottimista che si possa pensare. Eccolo:

Improvvisamente mi ha colpito la consapevolezza – così elementare da passare inosservata – che non è mai esistito e mai esisterà un inverno che non abbia portato alla primavera, mai una notte che non si sia conclusa con l’alba, mai una tempesta che non abbia portato nuova vita.

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Potreste dirmi: “È tutto molto bello, ma perchè questo dovrebbe riguardarci e renderci felici?”
Perchè noi siamo natura, e tutto ciò che riguarda la natura riguarda anche noi – e questa è un’ottima notizia. Quando siamo nel mezzo di un periodo problematico, spesso è difficile immaginare la fine e sperare in un nuovo inizio, ma in virtù delle magnifiche ovvietà riportate sopra è naturale aspettarci – in quanto elementi naturali non meno di un albero, un fiore, una tigre o una nuvola – che gli inverni della nostra vita lasceranno spazio alle estati, che le tempeste porteranno nuove opportunità, e che i periodi bui non dureranno per sempre.

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Non che inverni rigidi, siccità interminabili e notti oscure non esistano, è solo che non hanno mai l’ultima parola.

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Lots of love,
Gloria

Vincitore del Premio Bancarella, Premio John Fante e Premio Campiello 2015 – ecco a voi un romanzo “su un guagliuncello incantato che fischia amore e libertà”.

Il mio nome non è proprio Isidoro Sifflotin, eh.

Questo è un libro felice. Non tanto per la trama – quella, come la vita, è tristelice* – ma per lo spirito. È chiarissimo come l’intento (riuscito) di Ianniello fosse quello di scrivere un libro gioioso, leggero, fischiettante. (E tra l’altro, gli occhi a cuore che gli vengono quando parla dei suoi personaggi sono adorabili.)

E ve lo dice una che di libri leggeri se ne intente: sono i miei preferiti. Non ho mai trovato nessun senso o utilità nei libri che trasmettono una visione pessimista del mondo, che ti lasciano con una cappa di grigiore e speranze infrante addosso. E non perchè vedo i libri come un mezzo di evasione per scappare da un mondo doloroso, che ha quindi la responsabilità di essere il più spensierato possibile. Tutto il contrario: perchè sono un’inguaribile ottimista, che nonostante tutti i bassi della vita vede il mondo come un posto davvero positivo, e quindi le opere felici mi sono sempre sembrate anche le più sincere.

Questo è un libro felice. Non tanto per la trama - quella, come la vita, è tristelice* - ma per lo spirito

E La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, comunque, non è quel tipo di leggero che ignora i bassi della vita – è leggero in virtù dei bassi della vita (il miglior tipo di leggero).

Il nostro eroe nasce in Campania, sulla caviglia dello stivale, precisamente nel paesello (realmente esistente) di Mattinella. Isidoro mostra il suo essere speciale fin dal suo primo attimo di vita: al posto di piangere, fischia. Ma non fischia come gli umani, fischia proprio come gli uccelli.

I genitori di Isidoro, Quirino (sindacalista, comunista, poeta, orgogliosamente strabico e amante delle belle parole) e Stella (pastaia dolcissima dal passato misterioso – “perchè chi non attraversa la disgrazia non conoscerà mai la grazia”) sono il prototipo dell’amore genitoriale – e sono quasi riusciti a scalzare Atticus Finch (il padre di Scout ne Il buio oltre la siepe) dalla vetta della mia personale classifica dei perfetti genitori letterari. Che è tutto dire.

Isidò!
Tu ti devi ricordare sempre che sei una persona speciale, che sei straordinario, e non dare lo sfizio alla gente di dirti che sei normale. Quando qualcuno eventualmente ti dice così, perchè qualche strunzo ce sta sempre, tu rispondi: “Guardate che ci sono almeno due persone sulla Terra, ma sicuramente più di due, che vivono per vedere il mio sorriso, che si esaltano pure se mi vedono solo mangiare o correre, e non ti dico poi se gli racconto una cosa che mi è successa quando stavo solo, si fanno divorare dalla contentezza. Quindi, normale, ‘nu par’e palle”.

Questo è un libro felice. Non tanto per la trama - quella, come la vita, è tristelice* - ma per lo spirito

L’essere metà bambino metà uccello porta Isidoro a fare amicizia con Alì, merlo indiano del negozio di animali del paese, con cui inizia a creare un fischiabolario – un vocabolario del loro linguaggio fischiato – che si evolverà poi in un intento utopico e meraviglioso (retaggio paterno): insegnare il linguaggio degli uccelli alla gente comune, ai poveri, ai diseredati, per dotarli di un linguaggio tutto loro, che i potenti non possano capire, per aiutarli a organizzare una rivoluzione pacifica che porterà ad un mondo più giusto.

«Ci insegno alle persone che vengono al concerto, che so’ tutti poveri più o meno, un pò di parole fischiate, così incominciano a impararsi ‘na lingua, diciamo, che sanno solo loro, e la possono usare poi in futuro per parlare senza farsi capire, e organizzano un mondo diverso all’insaputa dei ricchi, e questo mondo naturalmente sarà più giusto di mo, e non che ridono sempre gli stessi e piangono sempre gli stessi, ma che si ride e si piange un pò per uno.»
«O che non si piange proprio, si ride solo!»
«Ah, meglio ancora!»

Ma proprio mentre l’intento di Isidoro incomincia a concretizzarsi, la Natura sconvolge i suoi piani e la sua vita.

Questo è un libro felice. Non tanto per la trama - quella, come la vita, è tristelice* - ma per lo spirito

Si fatica a credere che questa perla sia l’opera prima di Ianniello (attore, regista e traduttore) per quanto la prosa è felice (again!) e naturale (sembra non abbia fatto altro per la sua intera vita) – e una menzione d’onore va fatta all’uso del dialetto napoletano: mai tanto da rendere la lettura difficoltosa, mai così poco da snaturare i personaggi.

Insomma: adorabile, non perdetevelo.

* tristelice è un mix di “triste” e “felice” – uno dei bellissimi mix di parole creati da Quirino. Tanto amore.

“Isidoro!”
“Uè, papà!”
“Qual’è la capitale delle Francia?”
“Praga!”
“Sta bene! E chi è l’uomo più felice?”
“Quello che gode della felicità altrui!”

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La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, Enrico Ianniello, Feltrinelli, 265 p.

In questo #bookdocet si parla di Amore (si, con la A maiuscola) – quindi mi faccio da parte e lascio parlare qualcun altro al posto mio (ma vi lascio in cambio la recesione ad un libro speciale).

Hi everyone! Per chi leggesse per la prima volta questa rubrica: i #bookdocet sono una raccolta di tutto quello che i libri mi hanno insegnato nella mia ventennale carriera da lettrice, o almeno ci provano. Questo è il #7 – hope you like it!

Il #bookdocet di oggi è tratto da un romanzo che ho amato profondissimamente: Ho un castello nel cuore di Dodie Smith. Da noi pressappoco sconosciuto (e svalutato da titolo e cover troppo infantili), in Inghliterra è considerato – a ragione – un classico della letteratura femminile. Sarà anche un luogo comune, ma, davvero, avrei voluto che non finisse mai.

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Ambientato negli anni ’30, in Inghilterra, parla di una pazza, sgangherata, poverissima, romantica famiglia che vive in un magnifico castello medievale. La voce narrante, Cassandra, è la protagonista perfetta per questo glorioso romanzo – appassionata e passionale, ingenua ma disincantata – il genere di persona così piena di deliziosi difetti, tutti mostrati con meravigliosa spontaneità, da sembrare perfetta (non per niente J.K.Rowling ha commentato: «This book has one of the most charismatic narrators I’ve ever met»).
Verrebbe da dire che si tratta di una storia d’amore, ma sarebbe molto riduttivo: è anche un romanzo di formazione, una saga famigliare, una deliziosa commedia, una dichiarazione d’amore per un Paese (la Smith, tra l’altro autrice de La carica dei 101, – che sicuramente leggerò ora che so di cosa è capace – inglese, ha iniziato a scrivere questo libro durante la seconda guerra mondiale, spinta dalla nostaglia per il suo paese, dopo essersi trasferita in California con il marito).

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Siccome il tema della quote che ho scelto è niente di meno che l’amore – o meglio, l’Amore – ho preso la decisione di fare qualche riverente passo indietro e non pronunciarmi sull’argomento. Lascerò che a commentare la quote di oggi siano invece Osho e Albert Camus.

La mente umana funziona così: chiede sempre: «Ma l’altro mi ama?» La donna, la moglie, chiede: «Mio marito mi ama?». Il marito continua a chiedere: «Mia moglie, la donna, mi ama?». I figli si chiedono sempre: «La mamma, il papà, mi amano?». E i genitori si chiedono se i figli li amano. La domanda riguarda sempre l’altro. Stai ponendo la domanda sbagliata. Stai procedendo in una direzione sbagliata e andrai a sbattere contro un muro, non troverai alcuna porta. E ti sentirai ferito, perchè avrai sbattuto contro il muro. Ma il tuo approccio era sbagliato dall’inizio; dovevi chiedere: «Amo mia moglie?», «Amo mio marito?», «Amo i miei figli?», «Amo mia madre e mio padre?». Devi partire sempre da te, interrogarti sul tuo amore. E qui è il mistero: se ami, d’un tratto sai che tutti ti amano. Se ami tua moglie, lei ti ama; se ami tuo marito, lui ti ama; se ami i tuoi figli, loro ti amano. Una persona che ama dal profondo del cuore viene contraccambiata da ogni direzione. L’amore non è mai sterile. E’ una fioritura. 

Osho, Yoga: il respiro dell’infinito

Non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare.

Albert Camus, L’estate

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Ho un castello nel cuore, Dodie Smith, Rizzoli, 538 p.

Se sei donna e ami leggere, non puoi perderti questi 5 gioielli (per poi passarli a tutte le bambine/ragazze/donne che conosci): queste bambine letterarie hanno davvero qualcosa da insegnare.

Da bambina – da brava tomboy qual’ero – ho sempre evitato i libri da bambine (detto rigorosamente in tono dispregiativo) come la peste: roba da mocciose. Crescendo e diventando più femminile ho scoperto un amore per la letteratura per bambini (che, diversamente da ciò che la maggior parte delle persone sembra pensare, è letteratura a tutti gli effetti) che non ho mai avuto nell’età in cui sarebbe stato più prevedibile averlo – e, in particolar modo, proprio per quei libri da mocciose che tanto disprezzavo quando ero piccola e passavo le giornate ad arrampicarmi sugli alberi, giocare a Super Mario sul Gameboy e a calcio con i miei fratelli.

I cinque libri di cui vi parlo oggi hanno un comune denominatore: le protagoniste sono delle bambine assolutamente kickass – non trovo un corrispettivo italiano più indicato. Partono tutte (a parte Calpurnia) da una situazione molto difficile e disagiata, e riescono a uscirne contando solo su se stesse, attraverso coraggio, intelligenza e soprattutto – particolarità che adoro – sulla forza della loro immaginazione. Eccole:

1. La piccola principessa, Frances Hodgson Burnett (Sara Crewe – 1905)

Con un titolo così lezioso e una trama del genere – Sara frequenta la prestigiosa accademia londinese di Miss Minchin, ottenendo un trattamento privilegiato grazie alla ricchezza del padre; improvvisamente però cade in rovina, ed è costretta a rimanere nella scuola come sguattera, subendo ogni genere di angheria – non mi aspettavo altro che un libro svenevole intriso di buonismo e zucchero.

E invece, sorpresa, no.

La Burnett ha avuto l’intelligenza (e il talento) di creare il personaggio ideale per non cadere in questa trappola: un personaggio che non si piega al corso degli eventi ma li affronta con coraggio, ottimismo e fantasia. Un personaggio che sa bene, nonostante la sua giovanissima età, che la realtà viene plasmata dai nostri pensieri, e usa il potere della sua immaginazione per trasformare i tristi eventi della sua vita in altrettante avventure.

Qualunque cosa accada, niente di fondamentale può cambiare: resterò sempre una principessa, anche se vestita di stracci, purchè lo sia nell’animo.

Da guardare l’adattamento cinematografico del 1995 di Alfonso Cuarón: nonostante vi siano molte differenze rispetto al libro l’atmosfera è da sogno e lo spirito del libro intatto.

2. Anna dai capelli rossi, Lucy Maud Montgomery (Anne of Green Gables – 1908)

Ho già parlato di questo magnifico libro in questo #bookdocet – non voglio ripetermi, quindi dirò solo che Anna è un eccezionale role model, e che qualsiasi sia la vostra età porterà una ventata di ispirazione e ottimismo nella vostra vita.

Se non puoi essere proprio allegra, cerca almeno di essere più allegra che puoi.

E una volta finito il libro fate in modo di non perdervi l’anime del maestro Isao Takahata (co-fondatore dello studio Ghibli insieme a Hayao Miyazaki, nientepopodimeno) – meraviglioso.

3. Pippi Calzelunghe, Astrid Lindgren (Boken om Pippi Långstrump – 1945)

Ok, da dove si inizia a parlare di Pippi Calzelunghe?

Alla sua uscita, anche nella per noi anticonformista Svezia causò “un profondo rivolgimento di costumi e grande scandalo fra i benpensanti” (e non so voi, ma io un libro che causa rivolgimento dei costumi e scandalo fra i benpensanti lo leggo a priori – se è un libro per bambini a maggior ragione).

Pippi è una bambina di 9 anni che vive completamente sola (se si escludono un cavallo e una scimmia) in una vecchia casa in rovina, Villa Villacolle. La mamma è morta quando Pippi era piccola, e il padre è un capitano di marina che durante un temporale “era volato via ed era scomparso”.

Tralasciando il fatto che questo libro è davvero divertentissimo, il personaggio di Pippi è uno dei migliori in cui io mi sia imbattuta nella mia carriera di lettrice. È puro e semplice anticonformismo, forza di carattere, sfacciataggine, indipendenza e menefreghismo verso l’opinione altrui, tutto nel corpo di una bambina con trecce rosse e lentiggini.

Il capitolo in cui due ladri si introducono a Villa Villacolle per rubare le molte ricchezze di Pippi, e lei li costringe a ballare la tarantella tutta la notte per poi offrirgli la colazione e regalargli una moneta d’oro a testa commentando «Ve la siete proprio guadagnata», è qualcosa di epico – per non parlare di quando decide di andare a scuola:

«Salute a voi!» esclamò Pippi agitando il suo ampio cappello. «Arrivo in tempo per le mortificazioni

Fatevi un regalo, qualsiasi sia la vostra età: leggete Pippi Calzelunghe.

4. Matilde, Roald Dahl (Matilda – 1988)

Roald Dahl è uno dei miei scrittori preferiti of all time – i suoi libri sono spettacolarmente l’esatto contrario di tutto ciò che ci si aspetta dai libri per bambini: per niente politically correct (Furbo, il signor Volpe, Agura Trat, Gli Sporcelli), davvero spaventosi (Le streghe), percorsi da una vena di humor nero (La fabbrica di cioccolato) e i cui protagonisti, spesso bambini, sono perseguitati da adulti molto realisticamente perfidi (alcune scene di Matilde e La magica medicina fanno pensare ad un Full Metal Jacket adattato per l’infanzia) – è la grandezza di Dahl: tratta i bambini come come persone, non come bambini.

Matilde (inspiegabilmente tradotto dall’originale Matilda) è uno dei migliori di uno scrittore che anche nei suoi “peggiori” è grande. La trama è nota, anche grazie al film di Danny DeVito del 1996, che se sei un ’90 kid annovererai sicuramente tra i tuoi film dell’infanzia: Matilde è una bambina incredibilmente dotata quanto incredibilmente ignorata dai genitori. A diciotto mesi parla correttamente («Ma i suoi genitori, invece che lodarla, le dicevano che era una fastidiosa chiacchierona e aggiunsero seccamente che le brave bambine non dovrebbero farsi nè vedere nè sentire.»), a tre anni impara a leggere da sola, a quattro legge speditamente e incomincia ad avere una gran voglia di libri:

«Papà, mi compreresti un libro?»
«Un libro? E per che cavolo farci?»
«Per leggerlo.»
«Diavolo, ma cosa non va con la tele? Abbiamo una stupenda tele a ventiquattro pollici e vieni a chiedermi un libro! Sei viziata, ragazza mia!»

Questo libro è il racconto di come Matilde impara ad utilizzare i suoi poteri magici (l’intelligenza e la sensibilità, ma anche una misteriosa energia che le esce dagli occhi) per portare se stessa in salvo dagli adulti che non possono/non vogliono apprezzarla ed amarla. Meraviglioso!

5. L’evoluzione di Calpurnia, Jacqueline Kelly (The Evolution of Calpurnia Tate – 2009)

Magari non è un libro perfetto, magari scorre un pò lento, ma volete mettere? Quell’atmosfera: il caldo della campagna del Texas, il profumo del fieno e i campi di cotone… Volete mettere un nonno come Il Nonno, scienziato burbero che molla gli affari per dedicarsi alla Natura? E Viola, la scorbutica-saggia-meravigliosa cuoca nera? E i cerbiatti, e i colibrì? E volete mettere Calpurnia – che non vuole debuttare perchè vuole andare all’università e poi diventare una Scienziata, che arriva in ritardo a cena con il vestito sporco perchè ha inciampato in una tana di tasso e forse si è rotta una caviglia; e la prima automobile, il primo telefono e la prima Coca Cola, e il capodanno del 1899, e la prima neve dopo decenni! E una mamma così non la vorreste anche voi? Volete mettere? Io in questo libro ci voglio abitare.

Un giorno avrei posseduto tutti i libri del mondo, scaffali e scaffali pieni. Avrei vissuto in una torre di libri. Avrei letto tutto il giorno mangiando pesche. E se qualche giovane cavaliere con l’armatura avesse osato passare sul suo bianco destriero e mi avesse implorato di calargli la treccia, lo avrei bersagliato di noccioli di pesca finchè non se ne fosse andato a casa.

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