Gloria Pozzoli
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Gloria Pozzoli

Born in 1989. Bookworm, lit-nerd, graphic designer, yogi, freedom fighter and founder of AccioBooks ♥

«Quanto più il mondo cerca di consolidare un’immagine di te, tanto più devi perseverare nella determinazione a essere un Artista.» – Steve Jobs

«Vivi la vita avendo sempre presente la tua biografia. Ovviamente non sarà data alle stampe, a meno che tu non abbia un Motivo Meraviglioso, ma come minimo avrai vissuto in grande.» – Marisha Pessl

Di Motivi Meravigliosi per pubblicare una biografia di Jobs ce ne sono in abbondanza e infatti eccoci qui – e io non so dire quale sia l’aspetto migliore di questo libro – letto nel 2014, è rientrato senza ombra di dubbio nella rosa dei libri che hanno segnato il mio anno letterario.

Per quando adori Steve Jobs, ero convinta che una biografia potesse al massimo raccontarmi la vita del protagonista, se scritta bene potevo al massimo sperare che mi catturasse come un romanzo – mai mi sarei aspettata che potesse anche ispirarmi, emozionarmi, smuovermi.

Di Motivi Meravigliosi per pubblicare una biografia di Jobs ce ne sono in abbondanza e infatti eccoci qui - e io non so dire quale sia l'aspetto migliore di questo libro

Dopo aver letto le sue biografie di Albert Einstein e Benjamin Franklin Jobs ha ‘corteggiato’ Walter Isaacson per anni nel tentativo di convincerlo a scrivere anche la sua; è un’altra conferma del suo incredibile fiuto per la bellezza e la qualità, perchè Isaacson si è rivelato una scelta vincente: è riuscito a scrivere più di 600 pagine di cui neanche una noiosa, pesante o superflua – con interi capitoli dedicati a complesse questioni tecniche che si leggono con la fluidità di un romanzo. Ma il vero tocco di classe di Isaacson è la totale imparzialità verso Jobs: è impietoso nel parlare dei suoi lati oscuri e dei suoi fallimenti quanto generoso in elogi verso il suo operato quando meritati,  e sempre delicato nel parlare della sua malattia e della sua morte.

Già le prime righe dell’introduzione mettono in chiaro – con la consueta ironica classe di Isaacson – che non verranno applicati sconti e favoritismi e che i fatti verranno brutalmente riportati così come sono avvenuti:

«All’inizio dell’estate 2004, ricevetti una telefonata da parte di Steve Jobs. Nel corso degli anni era stato sempre molto cordiale con me, con saltuarie vampate di intensità, in particolare in occasione del lancio di un nuovo prodotto che desiderava vedere sulla copertina del Time o presentare alla CNN, per i quali all’epoca lavoravo.»

Ma credo che la parte migliore di questo libro non sia nè lo stile elegante e impeccabile, nè la classe dell’autore, ma il fatto che leggerlo fa venire voglia di alzarsi e mettersi a fare, di smetterla di procrastinare e iniziare a creare, di sognare più in grande, di realizzare qualcosa.

Sono di parte, sono innamorata di Jobs e della sua arte, ma credo fermamente che qualunque sia il campo di vostro interesse o competenza – tecnologia? web? design? grafica? psicologia? marketing? pubblicità? – questo libro sarà per voi di immenso interesse. Per non parlare dei fondatori o aspiranti tali di start-up/aziende, per i quali è ovviamente d’obbligo. Non potrei consigliarlo più vivamente.

 

Il secondo libro Jobs-related di cui vi voglio parlare è Lo zen di Steve Jobs, una graphic novel nata dalla collaborazione del celebre gruppo mediatico Forbes e l’agenzia creativa JESS3.

«Hai fatto quel che dovevi.»
«Ho fatto quel che volevo.»
«Mai capita la differenza.»

Ambientata a metà degli anni ’80, negli anni in cui Jobs venne allontanato dalla sua Apple e fondò la Next, questa ovviamente-molto-zen graphic novel racconta – o meglio, immagina – i dialoghi e le vicende dell’amicizia di Jobs con Kobun Chino Otogawa, un monaco buddista zen, emigrato negli USA dal Giappone.

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Da anticonformista con una scarsa considerazione delle regole e una grande passione per il design e l’arte, Kobun rappresentava per il buddismo zen quello che Jobs rappresentò per la tecnologia: una svolta. Non stupisce quindi il loro rapporto di allievo-maestro prima, e di amicizia poi – Kobun è stato il mentore e guida spirituale di Jobs, e ha celebrato il suo matrimonio con Laurene Powell.

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Il volume mette in evidenza i parallelismi tra la disciplina zen e l’estetica Apple, certamente influenzata dalla pratica di Jobs di questa disciplina, come fa notare anche Isaacson nella sua biografia:

«In un mondo pieno di apparecchi elettronici di bassa lega, software scadenti, imperscrutabili messaggi di errore e interfacce sgradevoli, [Jobs] ha reso possibile la realizzazione di prodotti d’eccellenza, capaci di assicurare un’esperienza d’uso straordinaria. Chi usa un prodotto Apple può provare lo stesso sublime trasporto di chi passeggia in uno dei giardini zen di Kyoto tanto cari a Jobs; l’una e l’altra esperienza non sono state create portando offerte all’altare di una concezione «aperta» o permettendo lo sbocciare di migliaia di fiori. A volte trovarsi nelle mani di un maniaco del controllo è una gran bella cosa.»

E ancora:

«Jobs è riuscito a rimettere in piedi la Apple facendo strame di tutto fuorchè di pochi prodotti chiave. Ha saputo semplificare apparecchi eliminando qualche pulsante, semplificare software rimuovendo qualche funzione, semplificare interfacce escludendo qualche opzione. Amava attribuire questa sua capacità di concentrazione e questa sua passione per la semplicità alla pratica zen, che gli ha fatto avvertire in modo più intenso l’importanza dell’intuizione, gli ha mostrato come spazzare via ogni fattore di distrazione e ogni elemento non necessario e gli ha instillato un senso estetico improntato al minimalismo.»

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Non posso non concludere questo post dedicato al mio amato Steve senza includere l’ormai celeberrimo discorso a Stanford del 2005 – che mi riguardo a cadenza regolare e mi guida come un faro ogni volta che mi sento persa. Sono sicura farà lo stesso anche per voi 

Love,

Gloria

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Steve Jobs, Walter Isaacson, Mondadori, 650 p.

Lo zen di Steve Jobs, Forbes & JESS3, Rizzoli Etas, 87 p.

Sono felicissima di iniziare questo nuovo progetto/tag che condivido qui e sulla mia pagina Instagram @ghiofgreengables – yeeeeeh!

L’ispirazione mi è giunta da questa bellissima quote di Gary Paulsen:

I owe everything I am and everything I will ever be to books.

Inutile dire che la sento straordinariamente mia. I libri mi hanno cresciuta, mi hanno presa e letteralmente trascinata fuori dal fango. Devo loro tutto quello che so e tutto quello che sono. E appena ho realizzato questo fatto, ho sentito di dover condividere in qualche modo quello che i libri mi hanno insegnato.

Ho iniziato a passare in rassegna la mia libreria – fisica e virtuale – e a raccogliere i brani più significativi, le citazioni più memorabili, quelle che io in prima persona voglio essere sicura di tenere bene a mente, e che quindi sono meritevoli di essere condivise.

Sono tratte da romanzi o saggi, saranno principalmente in italiano ma potrebbe essercene qualcuna anche in inglese, potrei voler aggiungere un mio commento personale o altre citazioni/associazioni, ma anche no – quello che le accomuna tutte è che mi hanno insegnato qualcosa.

Se volete condividere con me quello che i libri della vostra vita vi hanno insegnato scattate una foto e pubblicatela su Instagram con il tag #bookdocet ♥

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Il mio primo #bookdocet è tratto da Illusioni – Le avventure di un Messia riluttante di Richard Bach, l’autore del famosissimo Il gabbiano Jonathan Livingston.

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Illusioni è un libretto piccolo piccolo, come tutti quelli di Bach, che ricorderete sia per i suoi meravigliosi, candidi insegnamenti che per la dolcezza della vicenda che racconta: è la storia dell’amicizia tra un aviatore, Richard (alter ego dell’autore) e Donald Shimoda, in apparenza un altro pilota, in realtà un Messia, il Gesù o il Siddharta dei nostri giorni.

Amo particolarmente la citazione che ho scelto, perchè mi ricorda che non tutte le catastrofi vengono per nuocere, o meglio, che non esistono catastrofi, ma solo cambiamenti che possono farci soffrire ma sono sempre volti al nostro bene e alla nostra crescita – ma in realtà è stato difficile scegliere quale citazione utilizzare, perchè il libro è costellato di tante piccole perle – eccone alcune:

«Volevo dire, in nome di Dio, se desiderate tanto libertà e felicità, non riuscite a capire che non si trovano in nessun luogo fuori di voi? Dite che le avete, e le avrete! Comportatevi come se vi appartenessero, e così sarà! Richard, cosa c’è di tanto maledettamene difficile in questo?»

Non esite
nulla che sia un problema
senza un dono per te
nelle mani.

Tu cerchi problemi
perchè hai bisogno
dei loro doni.

«Come lo fai?»
«Richard, non si fa niente. Lo si vede già fatto, e così è.»
«Perdinci, sembra facile.»
«È come camminare. Ti domandi come sia mai potuto esserti difficile imparare.»

Mai
ti si concede un desiderio
senza che inoltre ti sia concesso
il potere di farlo avverare.

Spero che amerete questo nuovo progetto almeno quanto lo amo io,

Hugs,

Gloria

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Illusioni. Le avventure di un Messia riluttante, Richard Bach, Bur, p. 160

«Non mi ero reso conto che, con tutte quelle salite, ci eravamo portati su un belvedere privilegiato.
Un pò come a volte succede nella vita: la difficoltà della salita ci fa dimenticare che continuiamo ad avanzare, migliorando la nostra posizione.»

Se mi chiami mollo tutto... però chiamami è un libro dolcissimo, profondamente ottimista, che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo

Esattamente un anno fa questo libro è stato il protagonista del primo vero episodio di sincronicità della mia vita – o meglio, il primo che ho notato sapendo cosa fosse e che significato dargli. Sono entrata in biblioteca con una domanda che mi martellava in testa, la stessa che mi perseguitava da giorni (mesi? anni?). Senza motivo né consapevolezza, ho preso in mano questo libro – solo perchè me lo sono trovata davanti, sul primo espositore all’ingresso della biblioteca – e ho letto la prima frase dell’aletta di copertina: era una descrizione straordinariamente dettagliata e accurata della situazione attuale, con tanto di nome del protagonista dei miei pensieri. E dopo una virgola, la risposta alla mia domanda.

Ieri ho deciso di leggerlo, nonostante avesse già svolto il suo compito nella mia vita rispondendo alla mia domanda un anno prima – e sono felice di averlo fatto.

Se mi chiami mollo tutto... però chiamami è un libro dolcissimo, profondamente ottimista, che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo

Cercherò di parlarvi di Se mi chiami mollo tutto… però chiamami rimanendo molto vaga riguardo alla trama, perchè parte della bellezza di questo libro stà nello scoprire la vita del protagonista poco alla volta, attraverso i continui flashback e il racconto disordinato della sua esistenza. Vi dirò solo che il libro inizia mentre il protagonista, Dani, viene lasciato dalla compagna e, mentre lei fa le valigie, riceve la chiamata di un padre disperato che lo prega di ritrovare suo figlio. Il lavoro di Dani consiste infatti nel ritrovare bambini perduti – essendo stato a sua volta un bambino perso – fisicamente e emotivamente.

Si tratta di un libro dolcissimo, profondamente ottimista (qual’è il senso e l’utilità di libri e film dai messaggi pessimisti e senza speranza?), che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo – ed è originale, con una trama, un messaggio e delle idee non comuni.

Se mi chiami mollo tutto... però chiamami è un libro dolcissimo, profondamente ottimista, che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo

Tra le altre, due sono le idee dell’autore che mi hanno fatto particolarmente sorridere:

1) Fermare il mondo

«Non hai mai fermato il mondo?»
«Che cosa vuol dire?»
«Fermare il mondo significa che decidi consapevolmente di allontanartene per migliorare te stesso e per migliorare lui. Per procedere meglio e per far procedere meglio lui. In quei momenti devi fare in modo che niente e nessuno ti disturbi. Devi nutrirti di ottima letteratura, buon cinema e, soprattutto, parlare con l’unica persona al mondo che tu ammiri.»

2) Giocare a ‘che cosa farebbe un altro al posto mio’

«E se ti sentirai smarrito, senza più punti cardinali, gioca a ‘che cosa farebbe un altro al posto mio’…» […]
«Che cosa farebbe un altro al posto mio?» ripetei. […]
«Si, esatto. Trova una persona che condivida con te quell’energia, e chiedile cosa farebbe se fosse nei tuoi panni per due giorni. Cosa cambierebbe, della tua vita? Come si taglierebbe i capelli? Che cosa mangerebbe? A quali attività si dedicherebbe?… Per farla breve: come vivrebbe la tua esistenza, in quel breve intervallo?»

Concludo dicendo che la “coincidenza” della quarta di copertina non è stata l’unica: la lettura del libro ha portato alla luce altre incredibili similitudini con la mia storia personale, e ho scoperto che la sinconicità della vita è a sua volta uno dei concetti cardine del libro. Magia.

«Le coincidenze sono il mio punto debole, le uniche ragioni al mondo che riescano a infrangere le mie stesse regole.»

Se mi chiami mollo tutto... però chiamami è un libro dolcissimo, profondamente ottimista, che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo

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Se mi chiami mollo tutto… però chiamami, Albert Espinosa, Salani Editore, p. 190

Questa storia è una biografia indiretta, la cronaca in terza persona della realizzazione di un sogno. È diviso in sei parti, una per ogni fase della vita di Ultimo, il protagonista, e ognuna viene raccontata da un diverso narratore, persone che hanno in qualche modo incrociato la loro storia con la sua – espediente che ti dà l’impressione di pedinarlo da lontano – e ciascuna ha un suo ritmo, una sua voce peculiare, alti e bassi, pregi e difetti.

Dopo la prima parte dedicata all’infanzia di Ultimo – scorrevole, incalzante, – mi sono ritrovata incagliata nella seconda – pesante, indigesta – sulla Prima Guerra mondiale, a cui il protagonista partecipa. Mentre me la prendevo con Baricco e mi chiedevo come fosse possibile arenarsi così miseramente dopo un inizio tanto promettente, avevo l’impressione di trascinarmi tra le parole come attraverso una melma densa – come fossi in trincea – e lì ho capito.

Ci troviamo davanti a uno di quei libri-mimo che fanno il verso alla vita, la imitano. Potrei chiamarli romanzi-esperienza – sono quei libri che danno l’impressione di fartela vivere, questa storia, non solo leggerla, o ascoltarla. Baricco ha voluto creare un libro tridimensionale, che ricalca gli alti e bassi dell’esistenza. Il risultato è un libro scorrevole e pesante, allegro e triste, bello e brutto, doloroso e lieve. Sono libri rari: quelli che ho incontrato nella mia vita di lettrice si contano sulle dita di una mano – il mio preferito è Questo è tutto (curiosa la somiglianza del titolo), splendido romanzo-fiume del britannico Aidan Chambers.

Nella mente ragazzina capace di simile assioma – che fosse la strada a domare le automobili, e non il contrario – era già iscritta tutta una vita. Curioso come la gente sia già se stessa ancor prima di diventarlo.

Così, quando capita che mi chiedano se Questa storia mi è piaciuto mi trovo particolarmente in difficoltà, perchè non esiste una risposta univoca a questa domanda – come non potrebbe esserci una risposta univoca alla domanda: “Come è stato il tuo primo bacio?”

Non puoi dare un voto a questo libro – ed è lo stesso motivo per cui non puoi dare un voto alle esperienze della tua vita: perchè in ultima analisi non sono nè buone nè cattive, semplicemente, sono.

Come il sogno di Ultimo è quello di costruire un circuito automobilistico le cui curve rappresentino fedelmente le curve della sua esistenza – così Baricco costruisce questo libro, a fedele imitazione della vita. Touchè.

Io però, aggiunse, ho un piano. Che piano?, gli chiesi, sorridendo. È un buon piano, mi disse. Spinse un pò la sua sedia verso di me. Gli si erano illuminati gli occhi. Io costruirò una strada, disse. Da qualche parte, non so, ma la costruirò. Una strada come mai nessuno l’ha immaginata. Una strada che finisce dove inizia. La costruirò in mezzo al niente, neanche una baracca, o uno steccato, niente. Non sarà una strada fatta per la gente, sarà una pista fatta per correre. Non porterà da nessuna parte, perchè porterà a se stessa, e sarà fuori dal mondo, e lontano da qualsiasi imperfezione. Sarà tutte le strade della terra strette in una, e sarà dove sognava di arrivare chiunque sia mai partito. La disegnerò io e, sa una cosa?, la farò abbastanza lunga da mettere in fila tutta la mia vita, curva dopo curva, tutto ciò che i miei occhi hanno visto e non hanno dimenticato. Nulla andrà perduto, nè la curva di un tramonto, nè la piega di un sorriso. Ogni cosa non l’avrò vissuta invano, perchè diventerà terra speciale, e disegno per sempre, e pista perfetta. Voglio dirle questo: quando avrò finito di costruirla, salirò su un’automobile, metterò in moto, e da solo inizierò a girare, sempre più veloce. Continuerò senza fermarmi fino a quando non sentirò più le braccia ed avrò la certezza di percorrere un anello perfetto. Allora mi fermerò nel punto esatto da cui ero partito. Scenderò dall’automobile e, senza voltarmi, me ne andrò.
Sorrideva. Orgoglioso.
Dici sul serio?, chiesi.
Si.
Davvero?
È la cosa per cui vivo.
Scossi la testa, ridendo.
Ti ci vorranno un bel pò di soldi.
Li troverò.
Lo disse con l’aria di uno che li avrebbe trovati.

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Questa storia, Alessandro Baricco, Fandango, 285 p.

Solo dopo averle lette ed essermi apprestata a scrivere questa tripla recensione mi sono resa conto dello scherzo del destino per il quale mi sono trovata a leggere, inconsapevolmente, tre graphic novels nello stesso mese con un forte fil rouge che le collega: in tutti e tre i casi il/la protagonista è un ragazzino/a che entra in contatto con degli esseri fantastici o sovrannaturali: fantasmi, spiriti, dèi, animali guida…

Come persona che non crede alle coincidenze sono sicura ci sia un messaggio per me, qui da qualche parte…

Parto dal mio preferito, il bellissimo NonNonBâ del 93enne fumettista giapponese Shigeru Mizuki – mangaka celebre in tutto il mondo, in Giappone è una vera celebrità: la vita sua e della moglie è documentata in un reality e a Sakaiminato, la sua città d’origine, è stata istituita una via in suo nome, popolata da 100 statue di bronzo raffiguranti gli yōkai (creature soprannaturali della mitologia giapponese) protagonisti delle sue opere – in particolare di Kitaro dei cimiteri, il suo manga più celebre.

NonNonBâ è una splendida opera autobiografica che racconta l’infanzia dell’autore, ambientata nel Giappone rurale del 1930 ma stracolma di magia grazie alla presenza di una vecchia del villaggio a cui Shigeru è particolarmente affezionato: NonNonBâ è un’esperta di spiriti (una strega, diremmo in Occidente), vede ed entra in contatto con gli yōkai che la circondano e condivide con Shigeru la sua conoscenza, influenzando profondamente la sua visione del mondo.

«Perchè lanci fagioli?»
«Non lo so neppure io! È la mia ragione d’essere!»
«Ti piace spaventare la gente?»
«Non particolarmente, ma non spetta a me decidere… dimmi, tu perchè sei nato nella famiglia Muraki?»
«???»
«Perché disegni anche se nessuno te lo ordina? Siamo uguali, io e te… Ogni essere ha un destino già scritto.»

La bellezza di quest’opera sta nell’essere una rappresentazione perfetta del mondo visto attraverso gli occhi di un bambino: non vi è nessuna distinzione tra realtà e fantasia, le due dimensioni si fondono, sono la stessa cosa – ed è impossibile per il lettore distinguere cosa sia autobiografico e cosa sia avvenuto solo nell’immaginazione dell’autore. E, in fondo, sembra suggerire Mizuki, è una distinzione che non importa o, forse, non esiste.

«Mi dica un’ultima cosa» chiese Harry. «E’ vero? O sta succedendo dentro la mia testa?»
Silente gli sorrise e la sua voce risuonò alta e forte nelle orecchie di Harry anche se la nebbiolina luminosa stava calando di nuovo e nascondeva la sua sagoma.
«Certo che sta succedendo dentro la tua testa, Harry. Ma perchè diavolo dovrebbe voler dire che non è vero?» 

J.K. Rowling, Harry Potter e i Doni della Morte

La seconda graphic novel di cui vi voglio parlare è Aurore, dello spagnolo Enrique Fernández, edito in Italia da Tunué.

In una terra dimenticata dagli dèi – offesi perchè dimenticati dagli uomini – Aurore viene colpita da un maleficio e trasformata in pietra. La sua anima viene guidata da un lupo, uno spirito guida mandato dalla sciamana del villaggio, nella creazione di una canzone che parli del suo popolo, per salvarlo dall’oblio del tempo.

Se la vicenda non è riuscita a catturarmi del tutto – per una semplice questione di lunghezza: le opere troppo corte non lasciano mai un’impronta significativa in me – mi sono letteralmente persa nelle magnifiche tavole ad acquarello di Fernández.

La terza e ultima graphic novel è Anya e il suo fantasma, della fumettista russa Vera Brosgol.

È la storia di Anya – tipica adolescente in lotta con il mondo – a cui capita qualcosa di straordinariamente atipico: l’incontro con il fantasma di una ragazza assassinata un secolo prima. Non aggiungerò niente riguardo alla trama perchè gran parte del fascino di quest’opera si basa su un colpo di scena che aggiunge pepe e una notevole ombra nera alla vicenda, che altrimenti risulterebbe simpatica e bene scritta ma sostanzialmente senza spessore.

La copertina ci informa che Neil Gaiman – alla cui opera il fumetto è palesemente ispirato – l’ha definito “un capolavoro” (?) – io lo definirei piuttosto “una piacevole lettura young adults” (perfetto se volete fare felice un’adolescente). Dare retta a Gaiman o a me? A voi l’aurdua sentenza 😉

È la storia di Anya - tipica adolescente in lotta con il mondo - a cui capita qualcosa di straordinariamente atipico: l'incontro con il fantasma di una ragazza assassinata un secolo prima.

Have a nice sunday!

Gloria

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NonNonBâ: Storie di fanatsmi giapponesi, Shigeru Mizuki, Rizzoli Lizard, 414 p.

Aurore, Enrique Fernández, Tunuè, 64 p.

Anya e il suo fantasma, Vera Brosgol, Bao Publishing, 224 p.

Durante i diciannove anni del suo regno – anni di guerre, pestilenze, estenuanti viaggi e complotti quasi costanti – Marco Aurelio non ha mai trascurato di sedersi e scrivere. Non per un pubblico o per una futura pubblicazione, ma per se stesso.

C’è uno suo scritto, in particolare, che ha colpito Ryan Holiday così tanto da costruirci intorno un libro:

«Le nostre azioni posso essere ostacolate… ma non può esserci impedimento alle nostre intenzioni o alla nostra disposizione d’animo. Perchè possiamo modificarci e adattarci. La mente adatta e converte ai suoi scopi gli ostacoli al nostro agire. L’impedimento all’azione fa progredire l’azione. Ciò che stà sulla strada diventa la strada.»

Intorno a questa intuizione – e se il problema, l’ostacolo di fronte a noi nascondesse un insperato beneficio? E se la soluzione fosse un cambiamento interiore? – Holiday costruisce questo pamphlet intelligente e ispirato.

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Il libro è diviso in tre parti: Perception (il modo in cui decidiamo di vedere l’ostacolo, il significato che decidiamo di dargli), Action (il modo in cui decidiamo di agire per trasformarlo in un’opportunità) e Will (la creazione e il mantenimento di una volontà interiore che ci permetta di superare difficoltà e fallimenti).

Per questa recensione mi sono proposta di trovare e riassumere i 5 concetti del libro che mi sembravano più decisivi e importanti: operazione che può sembrare semplice ma si rivela difficoltosa quando ognuna delle 200 pagine che lo compongono è intrisa di buon senso e bellezza. Eccoli (+ citazioni varie – di Marco Aurelio se non diversamente specificato).

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1) Niente è buono o cattivo in se stesso, tutto ha il significato che decidiamo di dargli. Nello specifico, ogni ostacolo, o perfino disastro, può essere visto come un’opportunità, una fortuna, una scuola – e, dopo un attimo di riflessione, ci si renderà conto che è precisamente quello che è, che i nostri più utili maestri sono stati i nostri momenti bui, i nostri nemici, le difficoltà, gli ostacoli e gli impedimenti che abbiamo dovuto superare, come ognuno di noi può constatare guardando indietro alla sua storia personale. La difficoltà, e il punto di svolta, sta nel saper riconoscere il dono insito in ogni ostacolo ora, nel momento in cui si presenta, e non solo una volta superato.

«La morte, la vita, la fama, l’infamia, il dolore, il piacere, la ricchezza, la povertà, tutto ciò tocca ugualmente a buoni e cattivi, non essendo queste cose né belle né brutte; e, dunque, neppure beni o mali.» (da Pensieri; II, 11)

2) In un mondo (apparentemente?) governato dal caos, l’unico fattore su cui abbiamo pieno dominio è la nostra interiorità – di nuovo: la nostra perception a ciò che ci accade. Il nostro mondo interiore, la nostra immaginazione, la nostra visione (intesa come visione del mondo ma anche come obiettivo), sono le uniche cose che nessuna persona o evento potrà mai scalfire – a meno che noi in prima persona non decidiamo di permetteglierlo.

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«Tre sono le componenti di cui sei formato: corpo, soffio, mente. Di queste le prime due sono tue, per quanto devi curartene; solo la terza è sovranamente tua.» (da Pensieri, XII, 3)

«- Voialtri, – diceva mio padre, – vi annoiate, perchè non avete una vita interiore» (da Lessico famigliare, Natalia Ginzburg)

«Posso vivere sola, se il rispetto per me stessa e le circostanze me lo richiederanno. Non mi è necessario vendere l’anima per comprare la felicità. Ho un tesoro interiore, nato insieme a me, che può mantenermi viva anche se tutti i piaceri esterni mi verranno negati; o offerti ad un prezzo che non potrò accettare.» (da Jane Eyre, Charlotte Brontë)

3) La nostra percezione determina, in maniera sorprendentemente vasta e precisa, quello che siamo o non siamo in grado di fare. Si può anzi dire che determini la realtà stessa. E se è la nostra percezione del mondo a creare il mondo che abbiamo davanti agli occhi, si può facilmente dedurre che senza eccezioni, quando riconosciamo il problema in un fattore esterno a noi, stiamo guardando nel luogo sbagliato – il luogo giusto in cui guardare siamo sempre e solo noi stessi. Per superare il problema supera la tua percezione negativa, quindi errata, del problema.

«Prima di tutto, quando cominci a prendertela con le cose e con la gente invece che con te stessa, sei fuori strada.» (da Franny e Zooey, J.D. Salinger)

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4) L’importanza della persistenza. Troppo spesso si attribuiscono le grandi scoperte e le grandi vittorie alla fortuna o ad un improvviso lampo di genio, ignorando che «genuis often really is just persistence in disguise» «Il genio spesso è solo persistenza sotto mentite spoglie» (p.78). Quando riusciamo a fare nostra la vera perseveranza – che è non fermarsi fino a quando non si è raggiunto l’obiettivo – non c’è più bisogno di preoccuparsi, affrettarsi o affaticarsi, perchè si sa che non è più una questione di riuscire a raggiungere l’obiettivo o no, ma di quando si raggiungerà.

5) All’età di 67 anni, Thomas Edison venne interrotto durante una cena da un uomo che corse nella stanza per comunicargli una terribile notizia: l’immenso laboratorio di ricerca di Edison stava andando a fuoco, portando con se anni e anni di ricerche e prototipi (si è poi stimato un danno di un milione di dollari, 23 milioni odierni). Arrivato sul posto Edison, osservando le sue proprietà bruciare, disse al figlio «Vai a chiamare tua madre e tutti i suoi amici. Non vedranno più un incendio come questo.»

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Ad una prima valutazione la reazione di Edison può sembrare folle, ma ad un’analisi più attenta ci si rende conto che è l’unica reazione possibile da parte di una persona assennata. Cos’altro avrebbe potuto fare? Arrabbiarsi? Disperarsi? E cosa avrebbe ottenuto? La risposta, ovviamente, è: niente. È ciò che gli antichi chiamavano amor fati, l’amore per tutto ciò che ci accade. L’amore per ciò che ci accade proprio perchè è accaduto – nella convinzione che se è accaduto è perchè era la cosa migliore per noi in questo momento.

«Vivi con gli dei. Perché infatti vive con gli dei chi costantemente mostra loro di essere intimamente soddisfatto di ciò che gli hanno assegnato.» (da Pensieri, V, 27)

«A me ben si adatta, o mondo, ogni cosa che a te si adatta: non viene per me in anticipo né in ritardo ciò che per te è tempestivo. È per me frutto ogni cosa mi rechino le tue stagioni, o natura: da te viene ogni cosa, in te è ogni cosa, a te va ogni cosa.» (da Pensieri, IV, 23)

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The Obstacle is the Way: The timeless art to turning trials into triumph, Ryan Holiday, Portfolio Penguin, 200 p.