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Bookdocet

Il libro-messaggero del #bookdocet #9 è uno dei libri più giustamente, universalmente amati di sempre – che non solo contiene degli enormi, preziosissimi insegnamenti, ma è anche narrato con uno stile eccezionale: parlo di Il buio oltre la siepe.

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Credo di aver incominciato a far caso a questa grande verità solo dopo aver letto questo libro meraviglioso. E non è un concetto facile da accettare, ma è uno di quelli che una volta digeriti cambiano il tuo modo di vedere le persone. Ci avete mai fatto caso? Qualsiasi persona, anche quella che mai avresti pensato potesse ispirare sentimenti positivi in te – può suscitarti simpatia, tenerezza, amore perfino, una volta che ti sei messo nei suoi panni e sei riuscito a guardare il mondo attraverso i suoi occhi.

E questa importanza della comprensione dell’altro è uno dei motivi per cui amo così tanto la psicologia e la reputo un bagaglio fondamentale per chiunque: perchè solo attraverso una conoscenza il più possibile approfondita delle dinamiche del nostro essere umani possiamo provare vera compassione, solidarietà e empatia gli uni per gli altri.

And it’s hard to hate someone once you understand them. – Lucy Christopher

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Il buio oltre la siepe, Harper Lee, Feltrinelli, 306 p.

“Be yourself, babydoll!” / Il #bookdocet di questa settiamana è dedicato all’importanza di essere se stessi, attraverso le meravigliose parole di uno degli autori più saggi che conosca.

Dopo una lunga assenza eccomi tornata con un altro #bookdocet, yeeeeh!

Si tratta della mia quote preferita, di uno dei miei autori preferiti di libri di psicologia/spiritualità/crescita personale, che ha lasciato questo mondo il 30 settembre 2015, facendomi versare una lacrima di tristezza mista a gratitudine per tutte le cose che mi ha insegnato e mi insegnerà: stò parlando di Wayne Dyer, psicoterapeuta, autore e speaker americano poco conosciuto da noi ma celebre in patria. Questo #bookdocet è il mio piccolo omaggio a lui.

Una delle cose che mi fa amare Dyer così tanto è il tono contemporaneamente dolce ed energico dei suoi libri, come se ti stesse dicendo “Ti capisco, sono con te, ma ora è il momento di agire”. La quote che vi propongo oggi è tratta dal mio preferito tra i suoi libri che ho letto fin ora: Le vostre zone erronee. Guida all’indipendenza dello spirito.

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Cosa potrei aggiungere a questa frase già così completa e perfetta?

“Sii te stesso” è senza dubbio il consiglio più usato di sempre, e viene sempre elargito con un’alzata di spalle, come a dire: “È semplice”. In realtà, essere se stessi è una cosa che si impara, è un processo continuo di prove e scoperte, faticoso ma necessario, perchè se mi guardo intorno vedo che le persone più felici e di successo che mi vengono in mente (gli “uomini grandi”) sono anche quelle che scelgono di esprimere se stesse nel modo più autentico possibile.

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Utilizza i bottoni social per condividere questo #bookdocet con tutte le persone a cui vuoi dire: “Sei speciale, non hai motivo di non essere te stesso” ♥

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Le vostre zone erronee. Guida all’indipendenza dello spirito, Wayne W. Dyer, Bur, 239 p.

In questo #bookdocet si parla di Amore (si, con la A maiuscola) – quindi mi faccio da parte e lascio parlare qualcun altro al posto mio (ma vi lascio in cambio la recesione ad un libro speciale).

Hi everyone! Per chi leggesse per la prima volta questa rubrica: i #bookdocet sono una raccolta di tutto quello che i libri mi hanno insegnato nella mia ventennale carriera da lettrice, o almeno ci provano. Questo è il #7 – hope you like it!

Il #bookdocet di oggi è tratto da un romanzo che ho amato profondissimamente: Ho un castello nel cuore di Dodie Smith. Da noi pressappoco sconosciuto (e svalutato da titolo e cover troppo infantili), in Inghliterra è considerato – a ragione – un classico della letteratura femminile. Sarà anche un luogo comune, ma, davvero, avrei voluto che non finisse mai.

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Ambientato negli anni ’30, in Inghilterra, parla di una pazza, sgangherata, poverissima, romantica famiglia che vive in un magnifico castello medievale. La voce narrante, Cassandra, è la protagonista perfetta per questo glorioso romanzo – appassionata e passionale, ingenua ma disincantata – il genere di persona così piena di deliziosi difetti, tutti mostrati con meravigliosa spontaneità, da sembrare perfetta (non per niente J.K.Rowling ha commentato: «This book has one of the most charismatic narrators I’ve ever met»).
Verrebbe da dire che si tratta di una storia d’amore, ma sarebbe molto riduttivo: è anche un romanzo di formazione, una saga famigliare, una deliziosa commedia, una dichiarazione d’amore per un Paese (la Smith, tra l’altro autrice de La carica dei 101, – che sicuramente leggerò ora che so di cosa è capace – inglese, ha iniziato a scrivere questo libro durante la seconda guerra mondiale, spinta dalla nostaglia per il suo paese, dopo essersi trasferita in California con il marito).

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Siccome il tema della quote che ho scelto è niente di meno che l’amore – o meglio, l’Amore – ho preso la decisione di fare qualche riverente passo indietro e non pronunciarmi sull’argomento. Lascerò che a commentare la quote di oggi siano invece Osho e Albert Camus.

La mente umana funziona così: chiede sempre: «Ma l’altro mi ama?» La donna, la moglie, chiede: «Mio marito mi ama?». Il marito continua a chiedere: «Mia moglie, la donna, mi ama?». I figli si chiedono sempre: «La mamma, il papà, mi amano?». E i genitori si chiedono se i figli li amano. La domanda riguarda sempre l’altro. Stai ponendo la domanda sbagliata. Stai procedendo in una direzione sbagliata e andrai a sbattere contro un muro, non troverai alcuna porta. E ti sentirai ferito, perchè avrai sbattuto contro il muro. Ma il tuo approccio era sbagliato dall’inizio; dovevi chiedere: «Amo mia moglie?», «Amo mio marito?», «Amo i miei figli?», «Amo mia madre e mio padre?». Devi partire sempre da te, interrogarti sul tuo amore. E qui è il mistero: se ami, d’un tratto sai che tutti ti amano. Se ami tua moglie, lei ti ama; se ami tuo marito, lui ti ama; se ami i tuoi figli, loro ti amano. Una persona che ama dal profondo del cuore viene contraccambiata da ogni direzione. L’amore non è mai sterile. E’ una fioritura. 

Osho, Yoga: il respiro dell’infinito

Non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare.

Albert Camus, L’estate

Usate i link social per condividere questo #bookdocet con le persone che amate ♥

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Ho un castello nel cuore, Dodie Smith, Rizzoli, 538 p.

Libertà emotiva e lavoro su se stessi, visti attraverso gli occhi di una delle eroine letterarie più amate di tutti i tempi: Jane Eyre.

Il sesto #bookdocet è dedicato a un libro immenso, dal messaggio rivoluzionario per il tempo in cui è stato scritto (1847): una donna può essere e fare tutto quello che desidera, a dispetto delle sue fragilità, anzi, in virtù delle sue fragilità – stò parlando, ovviamente, del capolavoro di Charlotte Brontë, Jane Eyre.

La quote che ho scelto è la seguente:

Posso vivere sola, se il rispetto per me stessa e le circostanze me lo richiederanno. Non mi è necessario vendere l’anima per comprare la felicità. Ho un tesoro interiore, nato insieme a me, che può mantenermi viva anche se tutti i piaceri esterni mi verranno negati; o offerti ad un prezzo che non potrò accettare.

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Il messaggio forte e chiaro che io ne traggo è questo: una volta che abbiamo costruito dentro di noi un tesoro interiore abbastanza florido e solido, una volta che abbiamo lavorato abbastanza su di noi, la nostra psiche e la nostra visione del mondo da raggiungere l’indipendenza emotiva, non abbiamo più bisogno di vendere l’anima per comprare la felicità.

La conclusione è sempre la stessa: lavora sulla tua interiorità (e, ovviamente, leggi Jane Eyre).

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Jane Eyre, Charlotte Brontë, Einaudi, 593 p.

Lezioni sulla vita e il fallimento da uno dei più amati personaggi della letteratura per l’infanzia di tutti i tempi: Anna dai capelli rossi.

Il quinto #bookdocet è tratto da un libro che mi è piaciuto così tanto che è diventato il nome del mio blog: Anne of Green Gables ovvero Anna dai capelli rossi.

La cosa che più mi ha colpita di questo libro, ancora più del talento di Lucy Montgomery, sono le lezioni di vita nascoste (ma neanche tanto) ad ogni riga. Come tutta la grande letteratura, questo libro insegna a vivere. Senza retorica, senza moralismi o pedanteria – solo attraverso l’esempio (l’unico modo valido di insegnare) di un personaggio eccezionale.
Anna è l’incarnazione del pensiero positivo, della gratitudine apparentemente immotivata, della comunione con l’Universo – e insegna tutte queste cose al lettore come difficilmente un libro di saggistica riuscirebbe a fare: è la forza della letteratura.

Una delle più belle lezioni contenute in questo piccolo capolavoro è il #bookdocet di oggi:

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La nostra cultura ci ha abituati a pensare al fallimento come a qualcosa di negativo e definitivo, come una marchio d’infamia che ci seguirà per sempre. In realtà, un fallimento non è mai negativo e non è mai definitivo: è semplicemente l’opportunità di riprovare, questa volta dalla posizione avantaggiata di chi ha più esperienza.

Failure is a bruise not a tattoo. – Jon Sinclair

Nel #bookdocet di questa settimana Amélie Nothomb ci parla, ebbene si, di darsela a gambe.

Il quarto #bookdocet è tratto dall’incredibilmente delizioso Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb, libro autobiografico, racconta gli anni trascorsi da Amélie in Giappone, e in particolare la sua storia d’amore con Rinri, un ragazzo del luogo.

Si parla di movimento, e quindi cambiamento:

Lo spazio ci libera da tutto. Non c’è tormento che resista all’espansione di sé dell’universo. Il mondo sarebbe così grande per niente? La lingua dice una cosa giusta: darsela a gambe vuol dire salvarsi. Se stai morendo, scappa. Se stai soffrendo, datti una mossa. Non esiste altra legge che il movimento.

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Questa bellissima quote me ne porta alla mente un’altra, di Jim Rohn:

If you don’t like how things are, change it! You‘re not a tree.

Il messaggio è chiaro: accettare situazioni che ci fanno soffrire o non sono adatte a noi è folle. Quale che sia la situazione in cui ci troviamo, non è mai una condanna, non è mai immutabile, e noi abbiamo sempre il potere di darci una mossa.

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Né di Eva né di Adamo, Amélie Nothomb, Voland, 170 p.

Eccoci al terzo #bookdocet! (traduzione per chi si connette per la prima volta: sproloqui della sottoscritta su tutte le cose belle che i libri mi hanno insegnato nella mia vita da lettrice ♥)

La citazione di oggi è tratta da un pamphlet – piccolo piccolo per quanto riguarda il numero di pagine, gigantesco circa il contenuto – che ho letto questo inverno: Discorso della servitù volontaria di Étienne de La Boétie, filosofo francese, grande amico di Michel de Montaigne.

L’argomento – la libertà – mi stà così a cuore ed è un agomento di così vitale importanza che ho timore a parlarne: fisso lo schermo, scrivo qualche parola, cancello, ricomincio.

Discorso della servitù volontaria è stato scritto nel 1549, quando Étienne aveva, ebbene si, 18 anni.

Il contenuto è di quelli esposivi, che come minimo ti fanno riflettere, molto più probabilmente ti scuotono. De La Boétie sostiene che la sottomissione ad un tiranno è una scelta, in quanto egli ha solo il potere che i sudditi decidono di concedergli. L’uomo, nato libero e destinato alla libertà, sceglie, per debolezza e abitudine, la schiavitù. Il Discorso è una denuncia verso tutti i meccanismi psicologici e sociali che portano l’individuo a sopportare senza proteste il dominio della società.

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Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi. Non voglio che lo abbattiate o lo facciate a pezzi: soltanto, non sostenetelo più, e allora, come un grande colosso cui sia stata tolta la base, lo vedrete precipitare sotto il suo peso e andare in frantumi.

 

Ma costoro vogliono servire per avere delle ricchezze: come se qualcosa potesse mai appartenere a chi non può dire di appartenersi;

Proprio come accade ai migliori cavalli da battaglia, che all’inizio mordono il freno e poi ci prendono gusto, che prima recalcitrano sotto la sella, poi invece si addobbano di finimenti e, tutti fieri, si pavoneggiano nella loro bardatura. Così gli uomini dicono di essere sempre stati sottomessi, perchè così hanno vissuto i loro padri; pensano di essere tenuti a sopportare il male, se ne convincono a forza di esempi, e gettano loro stessi, con il passare del tempo, le fondamenta del potere di chi li tiranneggia. Ma lo scorrere degli anni, in verità, non conferisce a nessuno il diritto di fare del male, aggrava se mai l’ingiustizia. Così c’è sempre qualcuno, nato meglio degli altri, che sente il peso del giogo e non può fare a meno di scuoterlo; che non si lascia mai addomesticare dalla sottomissione e che, come Ulisse, che per mare e per terra sempre cercava di scorgere il fumo del suo focolare, non può mai trattenersi dal pensare ai suoi privilegi naturali, dal ricordarsi dei suoi precursori e della loro condizione. Sono spesso e volentieri individui del genere, dalla mente lucida e dallo spirito chiaroveggente, che non si accontentano, come fa il grosso della plebe, di guardare solo quello che sta davanti alla punta dei loro piedi. Pensano invece a quanto sta dietro e davanti, ricordano le cose passate per giudicare quelle del tempo a venire e trovare la misura di quelle presenti; sono quelli che, avendo già di per se una bella testa, l’hanno ulteriormente affinata con lo studio e la cultura. Costoro, quand’anche la liberta fosse per intero perduta e scacciata dal mondo, riuscirebbero a immaginarla e a sentirla nella loro mente, ad assaporarla ancora; la servitù non è mai di loro gusto, per bene che la si addobbi.

Se dovessi riassumere in poche parole il Discorso, sarebbero queste: la libertà è una scelta.

Concludo con una citazione di Emma Goldman, anarchica russa che certamente aveva letto De La Boétie:

People have only as much liberty as they have the intelligence to want and the courage to take.

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Discorso della servitù volontaria, Étienne de La Boétie, Feltrinelli, 125 p.

Il secondo #bookdocet è forse il mio preferito tra quelli che ho preparato finora, perchè introduce un concetto di capitale importanza, uno di quei concetti che sono così rivoluzionari e fuori dal senso comune che la prima volta che li senti ti appaiono folli …

Poi piano piano incominciano ad acquistare senso, e alla fine, quando li capisci pienamente e li fai tuoi, ti cambiano la vita.

Il brano è tratto da uno dei libri più belli che ho letto nell’ultimo anno, L’isola di Arturo di Elsa Morante:

Allora, a conclusione dei miei discorsi, io ripresi a dire, battendo la copertina degli Eccellenti Condottieri col rovescio della mano:
– Questo qui non è un libro di racconti inventati, è proprio storia vera, è scienza! I condottieri storici, pure i più famosi come Alessandro di Macedonia, non erano persone fatate (le persone fatate sono favole); erano persone uguali a tutte le altre in tutte le cose, fuorchè nei pensieri! Uno, per principiare a essere come loro, e anche meglio di loro, deve prima tenere nella mente certi veri, grandi pensieri…

Riassumendo, il concetto life changing che Arturo ci trasmette con il suo consueto furore è questo: il Mondo è stato fatto da persone come te e me.

Ma non si ferma qui – ci spiega anche qual’è, quest’unica differenza tra un Alessandro Magno e chi il mondo finisce invece per non cambiarlo, ed è questa: i pensieri.

I nostri pensieri sono tutto, tutto. Finiamo per ottenere ciò che pensiamo di poter ottenere. Finiamo per essere quello che pensiamo di essere.

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Ma non è finita. Una volta accettato questo concetto – e non è facile – la logica conseguenza è arrivare a quest’altra conclusione – ancora più apparentemente folle, ancora più fuori dal senso comune (come tutte le idee grandi), ancora più radicale e in grado di rivoluzionare la vostra vita una volta che l’avrete capita davvero. Sedetevi e mettetevi comodi: ogni volta che volete cambiare qualcosa nella vostra vita – qualcosa di concreto: lavoro, condizione economica, sentimentale, qualsiasi cosa – dovete cambiare i vostri pensieri a riguardo.

Ebbene, è così: il mondo fisico non è altro che una conseguenza, un riflesso del vostro mondo interiore. Cambiate i vostri pensieri e cambierete la vostra vita. 

Dal momento che il mondo materiale non è altro che un riflesso del mondo interiore, quando il mondo esterno smette di piacerci è questo mondo interiore che deve essere aggiustato, messo a punto e sfrondato […]
Quando vi preparate ad uscire e volete essere al vostro meglio, probabilmente vi date un’occhiata allo specchio […] Ora, durante tutti questi preparativi, quando cogliete le cose che hanno bisogno di attenzione, allungate forse la mano a ritoccare il riflesso?

Mike Dooley, L’arte di far accadere le cose

L'isola di Arturo, Elsa Morante, citazione

E per concludere, chi meglio di Steve Jobs poteva parlarci di persone fatate?

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L’isola di Arturo, Elsa Morante, Einaudi, 380 p.

Sono felicissima di iniziare questo nuovo progetto/tag che condivido qui e sulla mia pagina Instagram @ghiofgreengables – yeeeeeh!

L’ispirazione mi è giunta da questa bellissima quote di Gary Paulsen:

I owe everything I am and everything I will ever be to books.

Inutile dire che la sento straordinariamente mia. I libri mi hanno cresciuta, mi hanno presa e letteralmente trascinata fuori dal fango. Devo loro tutto quello che so e tutto quello che sono. E appena ho realizzato questo fatto, ho sentito di dover condividere in qualche modo quello che i libri mi hanno insegnato.

Ho iniziato a passare in rassegna la mia libreria – fisica e virtuale – e a raccogliere i brani più significativi, le citazioni più memorabili, quelle che io in prima persona voglio essere sicura di tenere bene a mente, e che quindi sono meritevoli di essere condivise.

Sono tratte da romanzi o saggi, saranno principalmente in italiano ma potrebbe essercene qualcuna anche in inglese, potrei voler aggiungere un mio commento personale o altre citazioni/associazioni, ma anche no – quello che le accomuna tutte è che mi hanno insegnato qualcosa.

Se volete condividere con me quello che i libri della vostra vita vi hanno insegnato scattate una foto e pubblicatela su Instagram con il tag #bookdocet ♥

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Il mio primo #bookdocet è tratto da Illusioni – Le avventure di un Messia riluttante di Richard Bach, l’autore del famosissimo Il gabbiano Jonathan Livingston.

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Illusioni è un libretto piccolo piccolo, come tutti quelli di Bach, che ricorderete sia per i suoi meravigliosi, candidi insegnamenti che per la dolcezza della vicenda che racconta: è la storia dell’amicizia tra un aviatore, Richard (alter ego dell’autore) e Donald Shimoda, in apparenza un altro pilota, in realtà un Messia, il Gesù o il Siddharta dei nostri giorni.

Amo particolarmente la citazione che ho scelto, perchè mi ricorda che non tutte le catastrofi vengono per nuocere, o meglio, che non esistono catastrofi, ma solo cambiamenti che possono farci soffrire ma sono sempre volti al nostro bene e alla nostra crescita – ma in realtà è stato difficile scegliere quale citazione utilizzare, perchè il libro è costellato di tante piccole perle – eccone alcune:

«Volevo dire, in nome di Dio, se desiderate tanto libertà e felicità, non riuscite a capire che non si trovano in nessun luogo fuori di voi? Dite che le avete, e le avrete! Comportatevi come se vi appartenessero, e così sarà! Richard, cosa c’è di tanto maledettamene difficile in questo?»

Non esite
nulla che sia un problema
senza un dono per te
nelle mani.

Tu cerchi problemi
perchè hai bisogno
dei loro doni.

«Come lo fai?»
«Richard, non si fa niente. Lo si vede già fatto, e così è.»
«Perdinci, sembra facile.»
«È come camminare. Ti domandi come sia mai potuto esserti difficile imparare.»

Mai
ti si concede un desiderio
senza che inoltre ti sia concesso
il potere di farlo avverare.

Spero che amerete questo nuovo progetto almeno quanto lo amo io,

Hugs,

Gloria

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Illusioni. Le avventure di un Messia riluttante, Richard Bach, Bur, p. 160