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La sua assenza è come il cielo: si stende sopra ogni cosa.

Una delle qualità che più ammiro in un essere umano è l’onestà intellettuale. Ci sono  molti modi per definirla, probabilmente tanti quante sono le persone dotate di opinione. La mia personale definizione è:

Onestà intellettuale: la decisione di mettere la ricerca della verità sopra ogni cosa, sopra il proprio ego, sopra le proprie necessità di conferme o rassicurazioni. Il saper ammettere i propri errori e saper dire “hai ragione”, passando sopra il proprio ego per amore della Verità.

Quando C.S. Lewis ha scritto questo libriccino si trovava nella condizione ideale per dimenticare la propria onestà intellettuale e cedere a facili rassicurazioni: era prostrato dalla morte dell’amatissima moglie, appena uccisa da un cancro – questo diario è l’annotazione chirurgica della sua reazione a questa perdita. Una cronaca brutale del suo dolore.

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Credo che il modo in cui le persone decidono di reagire al dolore dica molto di loro – il modo in cui Lewis decide di reagire al suo dice: «Sono abbastanza forte da mostrare la mia debolezza. Soffro, ma non permetterò che il mio dolore mi conduca al vittimismo o al compatimento di me stesso. Non cederò a facili rassicurazioni. Non permetterò che il dolore mi rubi la mia onestà intellettuale.»

Lewis è un fervente cristiano, e qui si trova nella condizione ottimale per cedere alle lusinghe della sua religione riguardo la vita dopo la morte, sarebbe stata la via più facile – sicuramente la più battuta – ma è la più onestà che gli interessa. Sa che c’è solo una strada per superare il dolore: quella che gli passa attraverso. Tutte le altre sono menzogne.

Parlatemi della verità della religione e ascolterò con gioia. Parlatemi del dovere della religione e ascolterò con umiltà. Ma non venite a parlarmi delle consolazioni della religione, o sospetterò che non capite.

A meno, naturalmente, di non prendere per buone tutte quelle storie di ricongiungimenti «sull’altra riva», dipinti in termini affatto terreni. Ma sono cose che non hanno nulla a che fare con le Scritture, cose derivate da inni e litografie dozzinali. Nella Bibbia non ce n’è traccia. E poi suonano false. Lo sappiamo che non può essere così. La realtà non si ripete. Ciò che viene tolto e ciò che viene ridato non sono mai la stessa identica cosa.

Accarezza l’idea di negare del tutto l’esistenza del suo Dio, ma anche questa sarebbe una soluzione troppo semplicistica:

Una risposta, fin troppo facile, è che Dio sembra assente nel momento del nostro maggior bisogno appunto perchè è assente, perchè non esiste. Ma allora perchè sembra così presente quando noi, per dirla con franchezza, non Lo cerchiamo?

Affronta da tutti i punti di vista l’idea di un Dio malvagio, ma neanche questa soluzione lo soddisfa.
Quindi, abbandona la facile consolazione della promessa di un futuro ricongiungimento, abbandona la facile scappatoia del rifiuto e dell’odio verso Dio – e parte alla ricerca della Verità, passando attraverso il dolore.

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La “soluzione” a cui arriva è insieme spaventosa e rassicurante, ma è l’unica che riesce ad accettare, perchè è l’unica che sente vera: Dio è buono, ed è appunto per questo che ci fa sperimentare il dolore – perchè è l’unica via possibile per la nostra crescita.

La cosa terribile è che, sotto questo aspetto, un Dio perfettamente buono non incute meno paura di un Sadico Cosmico. Più siamo convinti che Dio ci fa soffrire solo per guarirci, meno credibile ci sembra che implorare di non far male serva a qualcosa. Un uomo crudele lo si potrebbe corrompere, potrebbe stancarsi del suo infame passatempo, potrebbe avere la sua parentesi di misericordia, come un alcolizzato ha le sue parentesi di sobrietà. Ma mettiamo invece di avere a che fare con un chirurgo che ha a cuore solo il nostro bene. Più sarà buono e coscienzioso, più sarà inesorabile nel tagliare. […]
Che cosa vogliono dire quelli che proclamano «Non ho paura di Dio, perchè so che è buono»? Non sono mai stati da un dentista?

Per quanto Diario di un dolore analizzi perfettamente la perdita di una persona amata, e sia quindi dolorosamente terapeutico per chi stia affrontando un lutto o una rottura sentimentale, cosiderarlo “solo” questo sarebbe riduttivo. Questo diario racchiude alcune delle più acute e sincere riflessioni sulla vita e la morte, Dio e la religione, l’amore e la condizione umana che io abbia mai letto. Immenso.

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Diario di un dolore, C.S. Lewis, Adelphi, 85 p.

Il libro-messaggero del #bookdocet #9 è uno dei libri più giustamente, universalmente amati di sempre – che non solo contiene degli enormi, preziosissimi insegnamenti, ma è anche narrato con uno stile eccezionale: parlo di Il buio oltre la siepe.

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Credo di aver incominciato a far caso a questa grande verità solo dopo aver letto questo libro meraviglioso. E non è un concetto facile da accettare, ma è uno di quelli che una volta digeriti cambiano il tuo modo di vedere le persone. Ci avete mai fatto caso? Qualsiasi persona, anche quella che mai avresti pensato potesse ispirare sentimenti positivi in te – può suscitarti simpatia, tenerezza, amore perfino, una volta che ti sei messo nei suoi panni e sei riuscito a guardare il mondo attraverso i suoi occhi.

E questa importanza della comprensione dell’altro è uno dei motivi per cui amo così tanto la psicologia e la reputo un bagaglio fondamentale per chiunque: perchè solo attraverso una conoscenza il più possibile approfondita delle dinamiche del nostro essere umani possiamo provare vera compassione, solidarietà e empatia gli uni per gli altri.

And it’s hard to hate someone once you understand them. – Lucy Christopher

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Il buio oltre la siepe, Harper Lee, Feltrinelli, 306 p.

“Be yourself, babydoll!” / Il #bookdocet di questa settiamana è dedicato all’importanza di essere se stessi, attraverso le meravigliose parole di uno degli autori più saggi che conosca.

Dopo una lunga assenza eccomi tornata con un altro #bookdocet, yeeeeh!

Si tratta della mia quote preferita, di uno dei miei autori preferiti di libri di psicologia/spiritualità/crescita personale, che ha lasciato questo mondo il 30 settembre 2015, facendomi versare una lacrima di tristezza mista a gratitudine per tutte le cose che mi ha insegnato e mi insegnerà: stò parlando di Wayne Dyer, psicoterapeuta, autore e speaker americano poco conosciuto da noi ma celebre in patria. Questo #bookdocet è il mio piccolo omaggio a lui.

Una delle cose che mi fa amare Dyer così tanto è il tono contemporaneamente dolce ed energico dei suoi libri, come se ti stesse dicendo “Ti capisco, sono con te, ma ora è il momento di agire”. La quote che vi propongo oggi è tratta dal mio preferito tra i suoi libri che ho letto fin ora: Le vostre zone erronee. Guida all’indipendenza dello spirito.

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Cosa potrei aggiungere a questa frase già così completa e perfetta?

“Sii te stesso” è senza dubbio il consiglio più usato di sempre, e viene sempre elargito con un’alzata di spalle, come a dire: “È semplice”. In realtà, essere se stessi è una cosa che si impara, è un processo continuo di prove e scoperte, faticoso ma necessario, perchè se mi guardo intorno vedo che le persone più felici e di successo che mi vengono in mente (gli “uomini grandi”) sono anche quelle che scelgono di esprimere se stesse nel modo più autentico possibile.

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Le vostre zone erronee. Guida all’indipendenza dello spirito, Wayne W. Dyer, Bur, 239 p.

Nella recensione di questa settimana vi parlo di uno dei romanzi più belli che ho letto negli ultimi anni, una potente historical novel inserita nelle liste dei migliori libri del 2013 dai più influenti magazine del mondo: The New York Times, O, The Washington Post, Chicago Tribute e The New Yorker. Ladies and gentelman, The Signature of All Things.

Elizabeth Gilbert è una delle mie autrici preferire – come avrà capito chi ha letto la mia recensione a Mangia prega ama – ma non solo: è una donna che mi ispira enormemente e mi commuove per la sua genuinità, il suo coraggio e la sua saggezza.
Se ne stà nel mio Olimpo letterario, tra Salinger, la Austen e Dickens, e qualcuno potrebbe pensare che la cosa la imbarazzi e le faccia nascere un leggero senso di inferiorità, ma vi assicuro che in realtà lei è serafica e soddisfatta della sua posizione.

La adoro per molti motivi diversi, ma se dovessi scegliere i principali sarebbero questi:

1. I leitmotiv delle sue opere sono i temi che mi stanno più a cuore al mondo: la crescita personale, il viaggio (quello fisico e quello alla ricerca di sé stessi), la spiritualità, la creatività, le relazioni sentimentali – il tutto raccontato attraverso il suo spirito femminista e libero (che ha riversato nella protagonista di The Signature of All Things, come vedremo tra poco).

2. Scrivere è la sua vocazione, e la ammiro enormemente per non averla abbandonata durante molti anni di rifiuti e fallimenti – come racconta in questa intervista che vi consiglio di non perdervi per nessuna ragione al mondo. Adoro il suo riuscire a passare con leggerezza e grazia attraverso ogni genere letterario possibile – giornalismo, racconti, memoir, romanzo, saggio – e riuscire nonostante questo a rimanere sempre se stessa.

Venendo a The Signature of All Things, tradotto in italiano da Rizzoli Il cuore di tutte le cose – l’ho amato, e la cosa non mi ha stupito neanche un pò.

La trama: Alma nasce nel 1800, insieme al nuovo secolo. Figlia dell’imprenditore più ricco di Philadelphia, cresce in un’immensa magione, White Acre; istruita in maniera rigorosa dalla madre fino dalla più tenera età, Alma compensa con intelligenza, curiosità e cultura la sua mancanza di avvenenza e propensione per la vita di società. Vive in relativo isolamento, dedicando la sua vita alla studio della botanica e al mantenimento dell’impero paterno, fino ai 50 anni, quando la sua ormai collaudata e ampiamente accettata vita di zitella viene sconvolta dall’entrata in scena di Ambrose Pike, giovane e dotatissimo illustratore botanico – sognatore quanto Alma è concreta, spirituale quanto Alma è razionale. Ambrose si rivela essere una creatura misteriosa, e porta con se numerosi enigmi che, per la prima volta, spingono Alma oltre i confini di White Acre, e fino a Tahiti prima, e Amsterdam poi.

Si tratta di un lunghissimo, epico romanzo-fiume, che segue Alma dal momento della nascita a quello della morte. Una biografia immaginaria così realistica e accurata, e intrecciata con fatti e personaggi realmente eistiti, da farti dubitare che Alma sia solo un personaggio letterario (quando la sua carriera di naturalista si intreccia con quella di Charles Darwin sono corsa sul web ad assicurarmene).
Ci si affeziona così tanto a lei  – un magistrale esempio di personaggio femminile forte ma profondamente vero, accurato, umano – da sentire un senso di perdita una volta girata l’ultima pagina (personalmente, con una lacrimuccia e un sorriso commosso che riservo solo ai libri che mi hanno davvero toccato il cuore).

I would like to spend the rest of my days in a place so silent–and working at a pace so slow–that I would be able to hear myself living.

La Gilbert si conferma una magistrale, abilissima narratrice – e questo romanzo è così vivido da darti l’illusione di toccare con mano i preziosi muschi di Alma, di sentire la sabbia di Tahiti sotto i piedi, di vedere lo sfarzo di White Acre – questo libro sà di vita vera.

E qui finisce la mia recensione a questo libro amatissimo – fatemi sapere se avete mai letto qualcosa di Liz Gilbert e cosa ne pensate, e se questo post vi è piaciuto non dimenticate di condividerlo sui social – share the love 🙂

Buona settiamana a tutti voi!
Gloria

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Il cuore di tutte le cose, Elizabeth Gilbert, Rizzoli, 636 p.

Vincitore del Premio Bancarella, Premio John Fante e Premio Campiello 2015 – ecco a voi un romanzo “su un guagliuncello incantato che fischia amore e libertà”.

Il mio nome non è proprio Isidoro Sifflotin, eh.

Questo è un libro felice. Non tanto per la trama – quella, come la vita, è tristelice* – ma per lo spirito. È chiarissimo come l’intento (riuscito) di Ianniello fosse quello di scrivere un libro gioioso, leggero, fischiettante. (E tra l’altro, gli occhi a cuore che gli vengono quando parla dei suoi personaggi sono adorabili.)

E ve lo dice una che di libri leggeri se ne intente: sono i miei preferiti. Non ho mai trovato nessun senso o utilità nei libri che trasmettono una visione pessimista del mondo, che ti lasciano con una cappa di grigiore e speranze infrante addosso. E non perchè vedo i libri come un mezzo di evasione per scappare da un mondo doloroso, che ha quindi la responsabilità di essere il più spensierato possibile. Tutto il contrario: perchè sono un’inguaribile ottimista, che nonostante tutti i bassi della vita vede il mondo come un posto davvero positivo, e quindi le opere felici mi sono sempre sembrate anche le più sincere.

Questo è un libro felice. Non tanto per la trama - quella, come la vita, è tristelice* - ma per lo spirito

E La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, comunque, non è quel tipo di leggero che ignora i bassi della vita – è leggero in virtù dei bassi della vita (il miglior tipo di leggero).

Il nostro eroe nasce in Campania, sulla caviglia dello stivale, precisamente nel paesello (realmente esistente) di Mattinella. Isidoro mostra il suo essere speciale fin dal suo primo attimo di vita: al posto di piangere, fischia. Ma non fischia come gli umani, fischia proprio come gli uccelli.

I genitori di Isidoro, Quirino (sindacalista, comunista, poeta, orgogliosamente strabico e amante delle belle parole) e Stella (pastaia dolcissima dal passato misterioso – “perchè chi non attraversa la disgrazia non conoscerà mai la grazia”) sono il prototipo dell’amore genitoriale – e sono quasi riusciti a scalzare Atticus Finch (il padre di Scout ne Il buio oltre la siepe) dalla vetta della mia personale classifica dei perfetti genitori letterari. Che è tutto dire.

Isidò!
Tu ti devi ricordare sempre che sei una persona speciale, che sei straordinario, e non dare lo sfizio alla gente di dirti che sei normale. Quando qualcuno eventualmente ti dice così, perchè qualche strunzo ce sta sempre, tu rispondi: “Guardate che ci sono almeno due persone sulla Terra, ma sicuramente più di due, che vivono per vedere il mio sorriso, che si esaltano pure se mi vedono solo mangiare o correre, e non ti dico poi se gli racconto una cosa che mi è successa quando stavo solo, si fanno divorare dalla contentezza. Quindi, normale, ‘nu par’e palle”.

Questo è un libro felice. Non tanto per la trama - quella, come la vita, è tristelice* - ma per lo spirito

L’essere metà bambino metà uccello porta Isidoro a fare amicizia con Alì, merlo indiano del negozio di animali del paese, con cui inizia a creare un fischiabolario – un vocabolario del loro linguaggio fischiato – che si evolverà poi in un intento utopico e meraviglioso (retaggio paterno): insegnare il linguaggio degli uccelli alla gente comune, ai poveri, ai diseredati, per dotarli di un linguaggio tutto loro, che i potenti non possano capire, per aiutarli a organizzare una rivoluzione pacifica che porterà ad un mondo più giusto.

«Ci insegno alle persone che vengono al concerto, che so’ tutti poveri più o meno, un pò di parole fischiate, così incominciano a impararsi ‘na lingua, diciamo, che sanno solo loro, e la possono usare poi in futuro per parlare senza farsi capire, e organizzano un mondo diverso all’insaputa dei ricchi, e questo mondo naturalmente sarà più giusto di mo, e non che ridono sempre gli stessi e piangono sempre gli stessi, ma che si ride e si piange un pò per uno.»
«O che non si piange proprio, si ride solo!»
«Ah, meglio ancora!»

Ma proprio mentre l’intento di Isidoro incomincia a concretizzarsi, la Natura sconvolge i suoi piani e la sua vita.

Questo è un libro felice. Non tanto per la trama - quella, come la vita, è tristelice* - ma per lo spirito

Si fatica a credere che questa perla sia l’opera prima di Ianniello (attore, regista e traduttore) per quanto la prosa è felice (again!) e naturale (sembra non abbia fatto altro per la sua intera vita) – e una menzione d’onore va fatta all’uso del dialetto napoletano: mai tanto da rendere la lettura difficoltosa, mai così poco da snaturare i personaggi.

Insomma: adorabile, non perdetevelo.

* tristelice è un mix di “triste” e “felice” – uno dei bellissimi mix di parole creati da Quirino. Tanto amore.

“Isidoro!”
“Uè, papà!”
“Qual’è la capitale delle Francia?”
“Praga!”
“Sta bene! E chi è l’uomo più felice?”
“Quello che gode della felicità altrui!”

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La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, Enrico Ianniello, Feltrinelli, 265 p.

In questo #bookdocet si parla di Amore (si, con la A maiuscola) – quindi mi faccio da parte e lascio parlare qualcun altro al posto mio (ma vi lascio in cambio la recesione ad un libro speciale).

Hi everyone! Per chi leggesse per la prima volta questa rubrica: i #bookdocet sono una raccolta di tutto quello che i libri mi hanno insegnato nella mia ventennale carriera da lettrice, o almeno ci provano. Questo è il #7 – hope you like it!

Il #bookdocet di oggi è tratto da un romanzo che ho amato profondissimamente: Ho un castello nel cuore di Dodie Smith. Da noi pressappoco sconosciuto (e svalutato da titolo e cover troppo infantili), in Inghliterra è considerato – a ragione – un classico della letteratura femminile. Sarà anche un luogo comune, ma, davvero, avrei voluto che non finisse mai.

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Ambientato negli anni ’30, in Inghilterra, parla di una pazza, sgangherata, poverissima, romantica famiglia che vive in un magnifico castello medievale. La voce narrante, Cassandra, è la protagonista perfetta per questo glorioso romanzo – appassionata e passionale, ingenua ma disincantata – il genere di persona così piena di deliziosi difetti, tutti mostrati con meravigliosa spontaneità, da sembrare perfetta (non per niente J.K.Rowling ha commentato: «This book has one of the most charismatic narrators I’ve ever met»).
Verrebbe da dire che si tratta di una storia d’amore, ma sarebbe molto riduttivo: è anche un romanzo di formazione, una saga famigliare, una deliziosa commedia, una dichiarazione d’amore per un Paese (la Smith, tra l’altro autrice de La carica dei 101, – che sicuramente leggerò ora che so di cosa è capace – inglese, ha iniziato a scrivere questo libro durante la seconda guerra mondiale, spinta dalla nostaglia per il suo paese, dopo essersi trasferita in California con il marito).

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Siccome il tema della quote che ho scelto è niente di meno che l’amore – o meglio, l’Amore – ho preso la decisione di fare qualche riverente passo indietro e non pronunciarmi sull’argomento. Lascerò che a commentare la quote di oggi siano invece Osho e Albert Camus.

La mente umana funziona così: chiede sempre: «Ma l’altro mi ama?» La donna, la moglie, chiede: «Mio marito mi ama?». Il marito continua a chiedere: «Mia moglie, la donna, mi ama?». I figli si chiedono sempre: «La mamma, il papà, mi amano?». E i genitori si chiedono se i figli li amano. La domanda riguarda sempre l’altro. Stai ponendo la domanda sbagliata. Stai procedendo in una direzione sbagliata e andrai a sbattere contro un muro, non troverai alcuna porta. E ti sentirai ferito, perchè avrai sbattuto contro il muro. Ma il tuo approccio era sbagliato dall’inizio; dovevi chiedere: «Amo mia moglie?», «Amo mio marito?», «Amo i miei figli?», «Amo mia madre e mio padre?». Devi partire sempre da te, interrogarti sul tuo amore. E qui è il mistero: se ami, d’un tratto sai che tutti ti amano. Se ami tua moglie, lei ti ama; se ami tuo marito, lui ti ama; se ami i tuoi figli, loro ti amano. Una persona che ama dal profondo del cuore viene contraccambiata da ogni direzione. L’amore non è mai sterile. E’ una fioritura. 

Osho, Yoga: il respiro dell’infinito

Non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare.

Albert Camus, L’estate

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Ho un castello nel cuore, Dodie Smith, Rizzoli, 538 p.

Se sei donna e ami leggere, non puoi perderti questi 5 gioielli (per poi passarli a tutte le bambine/ragazze/donne che conosci): queste bambine letterarie hanno davvero qualcosa da insegnare.

Da bambina – da brava tomboy qual’ero – ho sempre evitato i libri da bambine (detto rigorosamente in tono dispregiativo) come la peste: roba da mocciose. Crescendo e diventando più femminile ho scoperto un amore per la letteratura per bambini (che, diversamente da ciò che la maggior parte delle persone sembra pensare, è letteratura a tutti gli effetti) che non ho mai avuto nell’età in cui sarebbe stato più prevedibile averlo – e, in particolar modo, proprio per quei libri da mocciose che tanto disprezzavo quando ero piccola e passavo le giornate ad arrampicarmi sugli alberi, giocare a Super Mario sul Gameboy e a calcio con i miei fratelli.

I cinque libri di cui vi parlo oggi hanno un comune denominatore: le protagoniste sono delle bambine assolutamente kickass – non trovo un corrispettivo italiano più indicato. Partono tutte (a parte Calpurnia) da una situazione molto difficile e disagiata, e riescono a uscirne contando solo su se stesse, attraverso coraggio, intelligenza e soprattutto – particolarità che adoro – sulla forza della loro immaginazione. Eccole:

1. La piccola principessa, Frances Hodgson Burnett (Sara Crewe – 1905)

Con un titolo così lezioso e una trama del genere – Sara frequenta la prestigiosa accademia londinese di Miss Minchin, ottenendo un trattamento privilegiato grazie alla ricchezza del padre; improvvisamente però cade in rovina, ed è costretta a rimanere nella scuola come sguattera, subendo ogni genere di angheria – non mi aspettavo altro che un libro svenevole intriso di buonismo e zucchero.

E invece, sorpresa, no.

La Burnett ha avuto l’intelligenza (e il talento) di creare il personaggio ideale per non cadere in questa trappola: un personaggio che non si piega al corso degli eventi ma li affronta con coraggio, ottimismo e fantasia. Un personaggio che sa bene, nonostante la sua giovanissima età, che la realtà viene plasmata dai nostri pensieri, e usa il potere della sua immaginazione per trasformare i tristi eventi della sua vita in altrettante avventure.

Qualunque cosa accada, niente di fondamentale può cambiare: resterò sempre una principessa, anche se vestita di stracci, purchè lo sia nell’animo.

Da guardare l’adattamento cinematografico del 1995 di Alfonso Cuarón: nonostante vi siano molte differenze rispetto al libro l’atmosfera è da sogno e lo spirito del libro intatto.

2. Anna dai capelli rossi, Lucy Maud Montgomery (Anne of Green Gables – 1908)

Ho già parlato di questo magnifico libro in questo #bookdocet – non voglio ripetermi, quindi dirò solo che Anna è un eccezionale role model, e che qualsiasi sia la vostra età porterà una ventata di ispirazione e ottimismo nella vostra vita.

Se non puoi essere proprio allegra, cerca almeno di essere più allegra che puoi.

E una volta finito il libro fate in modo di non perdervi l’anime del maestro Isao Takahata (co-fondatore dello studio Ghibli insieme a Hayao Miyazaki, nientepopodimeno) – meraviglioso.

3. Pippi Calzelunghe, Astrid Lindgren (Boken om Pippi Långstrump – 1945)

Ok, da dove si inizia a parlare di Pippi Calzelunghe?

Alla sua uscita, anche nella per noi anticonformista Svezia causò “un profondo rivolgimento di costumi e grande scandalo fra i benpensanti” (e non so voi, ma io un libro che causa rivolgimento dei costumi e scandalo fra i benpensanti lo leggo a priori – se è un libro per bambini a maggior ragione).

Pippi è una bambina di 9 anni che vive completamente sola (se si escludono un cavallo e una scimmia) in una vecchia casa in rovina, Villa Villacolle. La mamma è morta quando Pippi era piccola, e il padre è un capitano di marina che durante un temporale “era volato via ed era scomparso”.

Tralasciando il fatto che questo libro è davvero divertentissimo, il personaggio di Pippi è uno dei migliori in cui io mi sia imbattuta nella mia carriera di lettrice. È puro e semplice anticonformismo, forza di carattere, sfacciataggine, indipendenza e menefreghismo verso l’opinione altrui, tutto nel corpo di una bambina con trecce rosse e lentiggini.

Il capitolo in cui due ladri si introducono a Villa Villacolle per rubare le molte ricchezze di Pippi, e lei li costringe a ballare la tarantella tutta la notte per poi offrirgli la colazione e regalargli una moneta d’oro a testa commentando «Ve la siete proprio guadagnata», è qualcosa di epico – per non parlare di quando decide di andare a scuola:

«Salute a voi!» esclamò Pippi agitando il suo ampio cappello. «Arrivo in tempo per le mortificazioni

Fatevi un regalo, qualsiasi sia la vostra età: leggete Pippi Calzelunghe.

4. Matilde, Roald Dahl (Matilda – 1988)

Roald Dahl è uno dei miei scrittori preferiti of all time – i suoi libri sono spettacolarmente l’esatto contrario di tutto ciò che ci si aspetta dai libri per bambini: per niente politically correct (Furbo, il signor Volpe, Agura Trat, Gli Sporcelli), davvero spaventosi (Le streghe), percorsi da una vena di humor nero (La fabbrica di cioccolato) e i cui protagonisti, spesso bambini, sono perseguitati da adulti molto realisticamente perfidi (alcune scene di Matilde e La magica medicina fanno pensare ad un Full Metal Jacket adattato per l’infanzia) – è la grandezza di Dahl: tratta i bambini come come persone, non come bambini.

Matilde (inspiegabilmente tradotto dall’originale Matilda) è uno dei migliori di uno scrittore che anche nei suoi “peggiori” è grande. La trama è nota, anche grazie al film di Danny DeVito del 1996, che se sei un ’90 kid annovererai sicuramente tra i tuoi film dell’infanzia: Matilde è una bambina incredibilmente dotata quanto incredibilmente ignorata dai genitori. A diciotto mesi parla correttamente («Ma i suoi genitori, invece che lodarla, le dicevano che era una fastidiosa chiacchierona e aggiunsero seccamente che le brave bambine non dovrebbero farsi nè vedere nè sentire.»), a tre anni impara a leggere da sola, a quattro legge speditamente e incomincia ad avere una gran voglia di libri:

«Papà, mi compreresti un libro?»
«Un libro? E per che cavolo farci?»
«Per leggerlo.»
«Diavolo, ma cosa non va con la tele? Abbiamo una stupenda tele a ventiquattro pollici e vieni a chiedermi un libro! Sei viziata, ragazza mia!»

Questo libro è il racconto di come Matilde impara ad utilizzare i suoi poteri magici (l’intelligenza e la sensibilità, ma anche una misteriosa energia che le esce dagli occhi) per portare se stessa in salvo dagli adulti che non possono/non vogliono apprezzarla ed amarla. Meraviglioso!

5. L’evoluzione di Calpurnia, Jacqueline Kelly (The Evolution of Calpurnia Tate – 2009)

Magari non è un libro perfetto, magari scorre un pò lento, ma volete mettere? Quell’atmosfera: il caldo della campagna del Texas, il profumo del fieno e i campi di cotone… Volete mettere un nonno come Il Nonno, scienziato burbero che molla gli affari per dedicarsi alla Natura? E Viola, la scorbutica-saggia-meravigliosa cuoca nera? E i cerbiatti, e i colibrì? E volete mettere Calpurnia – che non vuole debuttare perchè vuole andare all’università e poi diventare una Scienziata, che arriva in ritardo a cena con il vestito sporco perchè ha inciampato in una tana di tasso e forse si è rotta una caviglia; e la prima automobile, il primo telefono e la prima Coca Cola, e il capodanno del 1899, e la prima neve dopo decenni! E una mamma così non la vorreste anche voi? Volete mettere? Io in questo libro ci voglio abitare.

Un giorno avrei posseduto tutti i libri del mondo, scaffali e scaffali pieni. Avrei vissuto in una torre di libri. Avrei letto tutto il giorno mangiando pesche. E se qualche giovane cavaliere con l’armatura avesse osato passare sul suo bianco destriero e mi avesse implorato di calargli la treccia, lo avrei bersagliato di noccioli di pesca finchè non se ne fosse andato a casa.

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Libertà emotiva e lavoro su se stessi, visti attraverso gli occhi di una delle eroine letterarie più amate di tutti i tempi: Jane Eyre.

Il sesto #bookdocet è dedicato a un libro immenso, dal messaggio rivoluzionario per il tempo in cui è stato scritto (1847): una donna può essere e fare tutto quello che desidera, a dispetto delle sue fragilità, anzi, in virtù delle sue fragilità – stò parlando, ovviamente, del capolavoro di Charlotte Brontë, Jane Eyre.

La quote che ho scelto è la seguente:

Posso vivere sola, se il rispetto per me stessa e le circostanze me lo richiederanno. Non mi è necessario vendere l’anima per comprare la felicità. Ho un tesoro interiore, nato insieme a me, che può mantenermi viva anche se tutti i piaceri esterni mi verranno negati; o offerti ad un prezzo che non potrò accettare.

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Il messaggio forte e chiaro che io ne traggo è questo: una volta che abbiamo costruito dentro di noi un tesoro interiore abbastanza florido e solido, una volta che abbiamo lavorato abbastanza su di noi, la nostra psiche e la nostra visione del mondo da raggiungere l’indipendenza emotiva, non abbiamo più bisogno di vendere l’anima per comprare la felicità.

La conclusione è sempre la stessa: lavora sulla tua interiorità (e, ovviamente, leggi Jane Eyre).

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Jane Eyre, Charlotte Brontë, Einaudi, 593 p.

La recensione di questa settimana è dedicata ad un libro che mi ha profondamente sorpresa, un classico d’avventura che ho scoperto essere molto più introspettivo, femminile e profondo di quanto ci si potrebbe aspettare da un’avventura in mare: La linea d’ombra.

La linea d’ombra è il momento di passaggio dalla giovinezza alla maturità, la presa di coscienza della propria indipendenza e responsabilità. Questo libro è il racconto romanzato della reale esperienza di Conrad, il personale passaggio attraverso la sua linea d’ombra«[…] essa è esperienza personale vista in prospettiva con l’occhio della mente».

Il protagonista, giovane annoiato e cinico che aveva già deciso di abbandonare la vita di mare, si ritrova improvvisamente e inaspettatamente nominato capitano di una nave.

– Là! Quella è la vostra nave, capitano, – disse.

[…] qualsiasi cosa lui pensasse della nave, sapevo che, al pari di alcune rare donne, essa era una di quelle creature la cui semplice esistenza è sufficiente a suscitare un diletto disinteressato. Uno sente che è bello essere al mondo, quel mondo in cui essa esiste.

Il suo primo viaggio come capitano si rivela però un’odissea: l’intero equipaggio, a parte lui e il bel Ransome, cuoco della nave malato di cuore, si ammala di febbre tropicale e a bordo non ci sono medicine per poterlo curare; inoltre per settimane si ritrovano in una bonaccia terribile che non permette alla nave di avanzare, mentre il primo ufficiale inizia a delirare riguardo al precedente capitano, che avrebbe gettato una maledizione sulla nave…
Il capitano si ritrova così in una duplice tempesta: quella fisica, reale, e quella interiore, attanagliato dalla paura, dall’insicurezza e dai sensi di colpa per la sua ciurma di moribondi bloccata in mare aperto.

[…] e io stavo ritto in mezzo a loro come una torre di energia, inaccessibile alla malattia, sensibile soltanto al male della mia anima.

Ho iniziato La linea d’ombra piena di pregiudizi, pensavo che si trattasse di un libro totalmente maschile, il genere di libro che mi annoia a morte: non una donna in tutto il romanzo, niente pathos o sentimento, solo una ciurma di marinai e un’avventura in mare. Avevo ragione e torto.

Oltre a tutto questo il libro ha anche una parte femminile: leggendolo si percepisce che il viaggio racontato da Conrad è, oltre che fisico – forse più che fisico – interiore. L’odissea in mare che il protagonista attraversa non è che una mera metafora di quella interiore, niente più che un pretesto usato dall’autore per parlare della vera linea d’ombra, quella dell’anima. L’intero libro è una magnifica sovrapposizione di realtà fisica e interiore, la caratteristica che rende il libro così bello e universalmente condivisibile.

Forse se Conrad avesse intitolato questo libro Primo comando al posto de La linea d’ombra, come per lungo tempo ha avuto intenzione di fare, non avrei avuto questa sensazione decisiva: sono contenta che non l’abbia fatto.

Non posso non concludere questo post con la magnifica canzone che Jovanotti ha scritto ispirandosi a questo libro, anche se «è un racconto, in realtà, non è una canzone» ♥

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La linea d’ombra, Joseph Conrad, Einaudi, 138 p.

Lezioni sulla vita e il fallimento da uno dei più amati personaggi della letteratura per l’infanzia di tutti i tempi: Anna dai capelli rossi.

Il quinto #bookdocet è tratto da un libro che mi è piaciuto così tanto che è diventato il nome del mio blog: Anne of Green Gables ovvero Anna dai capelli rossi.

La cosa che più mi ha colpita di questo libro, ancora più del talento di Lucy Montgomery, sono le lezioni di vita nascoste (ma neanche tanto) ad ogni riga. Come tutta la grande letteratura, questo libro insegna a vivere. Senza retorica, senza moralismi o pedanteria – solo attraverso l’esempio (l’unico modo valido di insegnare) di un personaggio eccezionale.
Anna è l’incarnazione del pensiero positivo, della gratitudine apparentemente immotivata, della comunione con l’Universo – e insegna tutte queste cose al lettore come difficilmente un libro di saggistica riuscirebbe a fare: è la forza della letteratura.

Una delle più belle lezioni contenute in questo piccolo capolavoro è il #bookdocet di oggi:

anna-dai-capelli-rossi

La nostra cultura ci ha abituati a pensare al fallimento come a qualcosa di negativo e definitivo, come una marchio d’infamia che ci seguirà per sempre. In realtà, un fallimento non è mai negativo e non è mai definitivo: è semplicemente l’opportunità di riprovare, questa volta dalla posizione avantaggiata di chi ha più esperienza.

Failure is a bruise not a tattoo. – Jon Sinclair