Category

Books

La recensione di questa settimana è dedicata ad un libro-bussola che ha aiutato milioni di donne a ritrovare la strada di casa: ovviamente, parlo di Mangia prega ama.

Volevo le gioie del mondo e la trascendenza – il duplice splendore di una esistenza pienamente umana. Volevo quello che i greci antichi chiamavano kalòs kai agathòs, l’equilibrio tra ciò che è buono e ciò che è bello.

Mangia, prega, ama è uno dei miei libri del cuore – e mentre lo dico mi sembra di sentire un coro di voci scettiche che si alza: è un romanzo fortemente criticato, per molti motivi diversi, tutti discutibili: da quelli che “se un libro ha fatto i soldi allora sicuramente è spazzatura e l’autore è un venduto” (teoria vera spesso ma non sempre), da quelli che “queste stronzate da fricchettoni new age non fanno per me”, da quelli che “che banalità, viaggiare per ritrovare sè stessi”, ai migliori, gli italiani permalosi che si offendono perchè l’immagine che ne esce di noi è di un popolo di “mangioni, bevoni, mammoni” (falso, il ritratto della Gilbert è fin troppo roseo).

La trama è ormai celebre (grazie anche all’omonimo film del 2010 con Julia Roberts): Elizabeth ha 31 anni, un marito, una grande casa alla periferia di New York, una brillante carriera da scrittrice, e una certezza: Non voglio più essere sposata. E fin qui, niente di nuovo. Quello che è nuovo, e coraggioso, e degno di avere un libro a raccontarlo, è il modo in cui Liz ha deciso di reagire a questa consapevolezza (e al conseguente, disastroso divorzio, seguito da un’altra relazione altrettanto dolorosa): decide di partire per un viaggio lungo un anno, diviso tra Italia, India e Indonesia, alla ricerca della serenità e dell’equilibrio interiore.

Il libro è diviso in tre parti, una per ogni stato visitato, e in 108 brevi capitoli, tanti quante le perline degli japa mala, le collane utilizzate dagli yogi come aiuto per mantenere la concentrazione durante la meditazione. Le tre parti sono ugualmente belle quanto diverse: calda e colorata quella dedicata all’Italia, lenta, profonda e riflessiva quella indiana, passionale e liberatoria quella ambientata a Bali.

[Kenut] Mi mostrò uno schizzo che aveva eseguito durante la meditazione: una figura umana androgina, in piedi, con le mani congiunte in preghiera. Ma quella figura aveva quattro gambe, e al posto della testa un groviglio di foglie e fiori selvatici. Sul cuore era disegnato un piccolo viso sorridente.
«Per trovare l’equilibrio che stai cercando» mi rispose Kenut attraverso l’interprete «devi diventare così. Devi tenere i piedi ben piantati a terra, come se avessi quattro gambe. In questo modo puoi vivere nel mondo, ma devi smettere di guardarlo con la testa, devi guardarlo con il cuore. Così conoscerai Dio.»

Liz è simpaticissima, incasinata, tenera, imbranata, a volte superficiale, a volte profonda, ma sempre vera, e racconta se stessa con una sincerità e un’autoironia disarmanti: la naturalezza con cui racconta imbarazzanti aneddoti che i più farebbero di tutto per tenere ben nascosti non finiva di stupirmi e, ovviamente, mi divertiva da morire.

È un libro che non ha l’intenzione nè la pretesa di proporre soluzioni originali, o intelligenti, o innovative: vuole solo raccontare. Il percorso della Gilbert non può essere giudicato in nessun modo, è semplicemente il suo percorso, quello che ha scelto, voluto, amato, che sentiva giusto per sè stessa. E non è un libro per tutti: evitatelo se cercate un romanzo rosa, evitatelo se siete chiusi rispetto alla spiritualità e alle religioni orientali, evitatelo se non volete che la vostra routine sia scossa dal racconto di chi ha avuto il coraggio di lottare e non arrendersi all’infelicità.

Oltre la godibilità, oltre la simpatia dell’autrice, il grosso pregio di questo libro non è quello di fornire una strada giusta, o originale, ma di ispirare, di mostrare che c’è una strada, sempre, anche quando le cose sembrano senza speranza. Questa è quella di Liz, ed è meravigliosa. Buona lettura.

__________

Mangia prega ama, Elizabeth Gilbert, Rizzoli, 376 p.

Nel #bookdocet di questa settimana Amélie Nothomb ci parla, ebbene si, di darsela a gambe.

Il quarto #bookdocet è tratto dall’incredibilmente delizioso Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb, libro autobiografico, racconta gli anni trascorsi da Amélie in Giappone, e in particolare la sua storia d’amore con Rinri, un ragazzo del luogo.

Si parla di movimento, e quindi cambiamento:

Lo spazio ci libera da tutto. Non c’è tormento che resista all’espansione di sé dell’universo. Il mondo sarebbe così grande per niente? La lingua dice una cosa giusta: darsela a gambe vuol dire salvarsi. Se stai morendo, scappa. Se stai soffrendo, datti una mossa. Non esiste altra legge che il movimento.

ne-di-eva-ne-di-adamo

Questa bellissima quote me ne porta alla mente un’altra, di Jim Rohn:

If you don’t like how things are, change it! You‘re not a tree.

Il messaggio è chiaro: accettare situazioni che ci fanno soffrire o non sono adatte a noi è folle. Quale che sia la situazione in cui ci troviamo, non è mai una condanna, non è mai immutabile, e noi abbiamo sempre il potere di darci una mossa.

__________

Né di Eva né di Adamo, Amélie Nothomb, Voland, 170 p.

侘  wabi – semplicità, silenzio, eleganza non ostentata

寂  sabi – la bellezza originata dallo scorrere del tempo su una persona o su un oggetto: vecchiaia, usura, riparazioni evidenti

Il wabi-sabi è l’antica arte giapponese di saper vedere la bellezza nell’imperfezione; deriva dal concetto buddhista di transitorietà delle cose secondo il quale tutto è imperfetto, mutevole e incompleto, ed esalta la bellezza dei difetti e dell’irregolarità che diventano simboli di unicità.

Nella definizione di Leonard Koren, di cui vi parlo tra pochissimo:

«Il wabi-sabi è l’aspetto più evidente e caratteristico di quella che noi consideriamo la bellezza giapponese tradizionale, e nel pantheon giapponese dei valori estetici occupa pressappoco lo stesso ruolo che noi occidentali attribuiamo agli ideali greci di bellezza e perfezione.»

Lo trovo un magnifico modo di guardare il mondo, le cose, le persone – il perfetto antidoto agli ideali Occidentali di bellezza perfetta e senza macchia, tanto radicati in profondità nella nostra cultura quanto inadatti e innaturali nel nostro mondo per definizione imperfetto.

Riuscite ad immaginare di vivere in un mondo che non solo accetta, ma celebra l’imperfezione?

Dato il mio carattere perfezionista, un pò control freak, molto esteta, e quindi naturalmente portato alla (inutile ed estenuante) ricerca della perfezione, fare mia la filosofia wabi-sabi è qualcosa che somiglia molto alla necessità.

Mi sono prevedibilmente procurata dei libri a riguardo e il post di oggi ne è il risultato: vi parlo di due libri che applicano il wabi-sabi a due ambiti diversi ma ugualmente universali: l’amore e l’arte.

 

Il primo è Wabi sabi love – Come trovare equilibrio e bellezza nell’amore (im)perfetto di Arielle Ford. Ora, è chiaro che un libro che parla di filosofia orientale applicata alle relazioni sentimentali (per chi non mi conoscesse: due degli argomenti che più mi esaltano – si, esaltano – e su cui più ho letto) chiamava a gran voce il mio nome – con questa copertina poi, l’avete vista la copertina?!

L’intuizione della Ford di applicare la filosofia wabi-sabi alle relazioni sentimentali è assolutamente vincente. Riuscite a pensare ad un ambito in cui sia di più vitale importanza riuscire ad accettare – anzi, amare – le imperfezioni altrui?

Quando ho letto questo libro per la prima volta, nel 2012, non avevo particolarmente apprezzato il modo in cui il tema viene sviluppato: quasi esclusivamente attraverso testimonianze e racconti di coppie che sono riuscite a vivere secondo la filosofia wabi sabi, e questo, insieme al fatto di essere ancora acerba per digerire la spiritualità che di tanto in tanto fa capolino nel testo, mi aveva guastato la lettura.

La seconda lettura, per scrivere questo post, è stata invece decisamente più soddisfacente: la spiritualità non mi spaventa più, e ho trovato che la scelta di affidare il messaggio del libro a storie vere sia estremamente azzeccata, forse l’unica possibile.

Ma la cosa che adoro di questo libro è l’estrema concretezza e fattibilità: spesso i manuali di questo tipo si perdono nella psicologia e nella filosofia, dimenticandosi di andare oltre l’astrazione e di fornire esempi e soluzioni concrete. Wabi sabi love, no – i consigli dell’autrice sono estremamente pratici e facilmente applicabili, e, ciò che più conta, efficaci. Da leggere.

Quando vi scoprite a notare le crepe del vostro partner, chiudete gli occhi e immaginate di riempire quelle crepe con l’oro.

Kintsugi-bowl-wabi-sabi
Photo courtesy of David Pike

Il secondo libro di cui vi parlo è Wabi-sabi per artisti, designer, poeti e filosofi, libriccino di una settantina di pagine ma dal contenuto molto denso, ideale se volete approfondire il concetto di wabi-sabi (anche se non siete artisti, designer, poeti o filosofi).

Sono molto affezionata a questo libretto per via del modo in cui è arrivato a me: qualche anno fa ho contattato un gentilissimo utente di aNobii che possedeva questo e un altro libro che mi intrigava molto, Sun Tzu e l’arte della seduzione, proponendogli uno scambio con due libri della mia libreria; lui è stato così gentile da inviarmi i due libri senza chiedere niente in cambio, e per di più ha aggiunto nel pacchetto due meravigliosi segnalibri scritti a mano (senza contare che anche la carta in cui li aveva avvolti era completamente scritta a mano, carta che ho strappato aprendo il pacchetto rendendola involontariamente una perfetta opera wabi-sabi). È stato uno dei rari atti di gentilezza totalmente disinteressata da parte di uno sconosciuto a cui abbia mai assistito ♥

Ritornando al libro – approfondisce molto bene la filosofia wabi-sabi, spiega accuratamente il contesto storico e culturale in cui si è sviluppato, fà un interessante parallelismo con il modernismo… ma è freddo. Accademicamente freddo. Non è ovviamente un difetto oggettivo, ma se come me avete bisogno di sentire un contatto emotivo con un libro e il suo autore per arrivare ad amarlo, vi lascerà con un pò di amaro in bocca. Se invece apprezzate l’approccio “scientifico”, questo è il libro che fa per voi.

Wabi-sabi significa muoversi leggeri per il mondo, imparando ad apprezzare qualsiasi cosa incontriamo, per quanto sia insignificante, in qualsiasi momento.

___________

Wabi sabi love – Come trovare equilibrio e bellezza nell’amore (im)perfetto, Arielle Ford, Leggereditore, 203 p.

Wabi-sabi per artisti, designer, poeti e filosofi, Leonard Koren, Ponte alle Grazie, 92 p.

Eccoci al terzo #bookdocet! (traduzione per chi si connette per la prima volta: sproloqui della sottoscritta su tutte le cose belle che i libri mi hanno insegnato nella mia vita da lettrice ♥)

La citazione di oggi è tratta da un pamphlet – piccolo piccolo per quanto riguarda il numero di pagine, gigantesco circa il contenuto – che ho letto questo inverno: Discorso della servitù volontaria di Étienne de La Boétie, filosofo francese, grande amico di Michel de Montaigne.

L’argomento – la libertà – mi stà così a cuore ed è un agomento di così vitale importanza che ho timore a parlarne: fisso lo schermo, scrivo qualche parola, cancello, ricomincio.

Discorso della servitù volontaria è stato scritto nel 1549, quando Étienne aveva, ebbene si, 18 anni.

Il contenuto è di quelli esposivi, che come minimo ti fanno riflettere, molto più probabilmente ti scuotono. De La Boétie sostiene che la sottomissione ad un tiranno è una scelta, in quanto egli ha solo il potere che i sudditi decidono di concedergli. L’uomo, nato libero e destinato alla libertà, sceglie, per debolezza e abitudine, la schiavitù. Il Discorso è una denuncia verso tutti i meccanismi psicologici e sociali che portano l’individuo a sopportare senza proteste il dominio della società.

Processed with VSCOcam with t1 preset

Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi. Non voglio che lo abbattiate o lo facciate a pezzi: soltanto, non sostenetelo più, e allora, come un grande colosso cui sia stata tolta la base, lo vedrete precipitare sotto il suo peso e andare in frantumi.

 

Ma costoro vogliono servire per avere delle ricchezze: come se qualcosa potesse mai appartenere a chi non può dire di appartenersi;

Proprio come accade ai migliori cavalli da battaglia, che all’inizio mordono il freno e poi ci prendono gusto, che prima recalcitrano sotto la sella, poi invece si addobbano di finimenti e, tutti fieri, si pavoneggiano nella loro bardatura. Così gli uomini dicono di essere sempre stati sottomessi, perchè così hanno vissuto i loro padri; pensano di essere tenuti a sopportare il male, se ne convincono a forza di esempi, e gettano loro stessi, con il passare del tempo, le fondamenta del potere di chi li tiranneggia. Ma lo scorrere degli anni, in verità, non conferisce a nessuno il diritto di fare del male, aggrava se mai l’ingiustizia. Così c’è sempre qualcuno, nato meglio degli altri, che sente il peso del giogo e non può fare a meno di scuoterlo; che non si lascia mai addomesticare dalla sottomissione e che, come Ulisse, che per mare e per terra sempre cercava di scorgere il fumo del suo focolare, non può mai trattenersi dal pensare ai suoi privilegi naturali, dal ricordarsi dei suoi precursori e della loro condizione. Sono spesso e volentieri individui del genere, dalla mente lucida e dallo spirito chiaroveggente, che non si accontentano, come fa il grosso della plebe, di guardare solo quello che sta davanti alla punta dei loro piedi. Pensano invece a quanto sta dietro e davanti, ricordano le cose passate per giudicare quelle del tempo a venire e trovare la misura di quelle presenti; sono quelli che, avendo già di per se una bella testa, l’hanno ulteriormente affinata con lo studio e la cultura. Costoro, quand’anche la liberta fosse per intero perduta e scacciata dal mondo, riuscirebbero a immaginarla e a sentirla nella loro mente, ad assaporarla ancora; la servitù non è mai di loro gusto, per bene che la si addobbi.

Se dovessi riassumere in poche parole il Discorso, sarebbero queste: la libertà è una scelta.

Concludo con una citazione di Emma Goldman, anarchica russa che certamente aveva letto De La Boétie:

People have only as much liberty as they have the intelligence to want and the courage to take.

____________

Discorso della servitù volontaria, Étienne de La Boétie, Feltrinelli, 125 p.

«Basta appena sfiorare quei vecchi romanzi dimenticati e ascoltare il tono di voce in cui sono scritti per intuire che la scrittrice stava compiacendo la critica; diceva questa cosa con tono aggressivo, quell’altra con tono conciliatorio. Ammmetteva di essere “soltanto una donna”, oppure protestava di essere “brava quanto un uomo”. Faceva fronte alla critica come il suo temperamento le dettava, con docilità e timidezza oppure con rabbia e veemenza. Non importa quale delle due; lei pensava ad altro che non alla cosa sulla quale stava lavorando. Ecco che il suo libro ci cade sulla testa. Aveva un difetto, proprio al centro. […] L’autrice aveva alterato i propri valori per condiscendeza verso l’opinione degli altri.
Ma come deve essere stato difficile per loro non spostarsi nè a destra nè a sinistra. Quale ricchezza d’ingegno, quale integrità deve essere stata necessaria per fronteggiare tutta quella critica, nel cuore di quella società totalmente patriarcale, per tenersi saldamente attaccate alle loro convinzioni senza deflettere. Soltanto Jane Austen riuscì a farlo, e poi Emily Brontë. Il che aggiunge un’altra piuma, la più bella, forse, al loro copricapo. Scrivevano come scrivono le donne, non come scrivono gli uomini.» Una stanza tutta per sé – Virginia Woolf

«L‘artista più perfetta tra le donne» – così Virginia Woolf descrive Jane Austen; tra le donne e per le donne, aggiungo io. Non so se succeda solo a me (ne dubito), ma poche cose mi regalano un piacere più prettamente femminile, poche cose mi distendono e mi mettono in pace con il mondo e con me stessa come leggere Jane Austen. Poche cose si adattano in modo così ideale al mio essere donna.

Il più grande merito che la Woolf le riconosce – e non potrei essere più daccordo, e non esiste merito più grande – è l’essere sempre stata fedele a sè stessa, e al suo essere donna. Essere fedeli a se stessi – che significa non alterare il proprio essere più autentico per compiacere l’opinione altui o adattarsi alla società – lo sappiamo, è difficile sempre, anche nella nostra in teoria moderna, in teoria progressista società, deve essere stata un’impresa al limite dell’eroico per una donna, nella società ancora completamente patriarcale di fine ‘700 – donna, e che volesse, per di più, scrivere – attività che fino a quel momento poteva essere svolta da una donna solo in privato, se non in segreto.

La Austen ha iniziato la stesura di Ragione e sentimento – inizialmente intitolato Elinor and Marianne e concepito come un romanzo epistolare – alla giovane età di 20 anni (!), ma fu pubblicato per la prima volta, anonimo, solo sedici anni dopo.
Inutile parlare della trama, che va scoperta leggendolo, dirò solo che il tema di fondo è la contrapposizione tra sense – la ragione, rappresentata dalla equilibrata, stoica Elinor – e sensibility – il sentimento, incarnato dalla impetuosa Marianne.

Marianne Dashwood era nata con un destino straordinario. Era nata per scoprire la falsità delle proprie opinioni, e per contraddire, con la sua condotta, le sue massime favorite.

Universalmente posizionato un gradino sotto il perfetto Orgoglio e pregiudizio, in Sense and sensibility non mancano comunque tutti i fattori che fanno dalla Austen una Grande: la psicologia dei personaggi è magnificamente caratterizzata, impeccabile (e qui sento l’eco delle parole di Virginia: “scriveva come scrivono le donne”, perchè cosa c’è di più puramente femminile dell’analisi psicologica e dell’attitudine per l’interiorità?), i dialoghi magistrali e elegantissimi, il tutto condito da uno sense of humor tagliente e impietoso.

Inoltre, lasciatemi dire per quanto possa risultare bizzarro, ancora una volta nel finale mi ha ricordato Agatha Christie, e in generale i romanzi gialli: il modo in cui i nodi vengono al pettine, in cui i personaggi mostrano il loro vero essere, in cui tutti i misteri vengono svelati e la verità viene a galla è tipico delle conclusioni dei romanzi gialli. Ecco, se dovessi descrivere i libri della cara Jane lo farei così: dei magnifici gialli-rosa, in cui l’oggetto di investigazione sono i sentimenti.

Il secondo #bookdocet è forse il mio preferito tra quelli che ho preparato finora, perchè introduce un concetto di capitale importanza, uno di quei concetti che sono così rivoluzionari e fuori dal senso comune che la prima volta che li senti ti appaiono folli …

Poi piano piano incominciano ad acquistare senso, e alla fine, quando li capisci pienamente e li fai tuoi, ti cambiano la vita.

Il brano è tratto da uno dei libri più belli che ho letto nell’ultimo anno, L’isola di Arturo di Elsa Morante:

Allora, a conclusione dei miei discorsi, io ripresi a dire, battendo la copertina degli Eccellenti Condottieri col rovescio della mano:
– Questo qui non è un libro di racconti inventati, è proprio storia vera, è scienza! I condottieri storici, pure i più famosi come Alessandro di Macedonia, non erano persone fatate (le persone fatate sono favole); erano persone uguali a tutte le altre in tutte le cose, fuorchè nei pensieri! Uno, per principiare a essere come loro, e anche meglio di loro, deve prima tenere nella mente certi veri, grandi pensieri…

Riassumendo, il concetto life changing che Arturo ci trasmette con il suo consueto furore è questo: il Mondo è stato fatto da persone come te e me.

Ma non si ferma qui – ci spiega anche qual’è, quest’unica differenza tra un Alessandro Magno e chi il mondo finisce invece per non cambiarlo, ed è questa: i pensieri.

I nostri pensieri sono tutto, tutto. Finiamo per ottenere ciò che pensiamo di poter ottenere. Finiamo per essere quello che pensiamo di essere.

l-isola-di-arturo

Ma non è finita. Una volta accettato questo concetto – e non è facile – la logica conseguenza è arrivare a quest’altra conclusione – ancora più apparentemente folle, ancora più fuori dal senso comune (come tutte le idee grandi), ancora più radicale e in grado di rivoluzionare la vostra vita una volta che l’avrete capita davvero. Sedetevi e mettetevi comodi: ogni volta che volete cambiare qualcosa nella vostra vita – qualcosa di concreto: lavoro, condizione economica, sentimentale, qualsiasi cosa – dovete cambiare i vostri pensieri a riguardo.

Ebbene, è così: il mondo fisico non è altro che una conseguenza, un riflesso del vostro mondo interiore. Cambiate i vostri pensieri e cambierete la vostra vita. 

Dal momento che il mondo materiale non è altro che un riflesso del mondo interiore, quando il mondo esterno smette di piacerci è questo mondo interiore che deve essere aggiustato, messo a punto e sfrondato […]
Quando vi preparate ad uscire e volete essere al vostro meglio, probabilmente vi date un’occhiata allo specchio […] Ora, durante tutti questi preparativi, quando cogliete le cose che hanno bisogno di attenzione, allungate forse la mano a ritoccare il riflesso?

Mike Dooley, L’arte di far accadere le cose

L'isola di Arturo, Elsa Morante, citazione

E per concludere, chi meglio di Steve Jobs poteva parlarci di persone fatate?

___________

L’isola di Arturo, Elsa Morante, Einaudi, 380 p.

«Quanto più il mondo cerca di consolidare un’immagine di te, tanto più devi perseverare nella determinazione a essere un Artista.» – Steve Jobs

«Vivi la vita avendo sempre presente la tua biografia. Ovviamente non sarà data alle stampe, a meno che tu non abbia un Motivo Meraviglioso, ma come minimo avrai vissuto in grande.» – Marisha Pessl

Di Motivi Meravigliosi per pubblicare una biografia di Jobs ce ne sono in abbondanza e infatti eccoci qui – e io non so dire quale sia l’aspetto migliore di questo libro – letto nel 2014, è rientrato senza ombra di dubbio nella rosa dei libri che hanno segnato il mio anno letterario.

Per quando adori Steve Jobs, ero convinta che una biografia potesse al massimo raccontarmi la vita del protagonista, se scritta bene potevo al massimo sperare che mi catturasse come un romanzo – mai mi sarei aspettata che potesse anche ispirarmi, emozionarmi, smuovermi.

Di Motivi Meravigliosi per pubblicare una biografia di Jobs ce ne sono in abbondanza e infatti eccoci qui - e io non so dire quale sia l'aspetto migliore di questo libro

Dopo aver letto le sue biografie di Albert Einstein e Benjamin Franklin Jobs ha ‘corteggiato’ Walter Isaacson per anni nel tentativo di convincerlo a scrivere anche la sua; è un’altra conferma del suo incredibile fiuto per la bellezza e la qualità, perchè Isaacson si è rivelato una scelta vincente: è riuscito a scrivere più di 600 pagine di cui neanche una noiosa, pesante o superflua – con interi capitoli dedicati a complesse questioni tecniche che si leggono con la fluidità di un romanzo. Ma il vero tocco di classe di Isaacson è la totale imparzialità verso Jobs: è impietoso nel parlare dei suoi lati oscuri e dei suoi fallimenti quanto generoso in elogi verso il suo operato quando meritati,  e sempre delicato nel parlare della sua malattia e della sua morte.

Già le prime righe dell’introduzione mettono in chiaro – con la consueta ironica classe di Isaacson – che non verranno applicati sconti e favoritismi e che i fatti verranno brutalmente riportati così come sono avvenuti:

«All’inizio dell’estate 2004, ricevetti una telefonata da parte di Steve Jobs. Nel corso degli anni era stato sempre molto cordiale con me, con saltuarie vampate di intensità, in particolare in occasione del lancio di un nuovo prodotto che desiderava vedere sulla copertina del Time o presentare alla CNN, per i quali all’epoca lavoravo.»

Ma credo che la parte migliore di questo libro non sia nè lo stile elegante e impeccabile, nè la classe dell’autore, ma il fatto che leggerlo fa venire voglia di alzarsi e mettersi a fare, di smetterla di procrastinare e iniziare a creare, di sognare più in grande, di realizzare qualcosa.

Sono di parte, sono innamorata di Jobs e della sua arte, ma credo fermamente che qualunque sia il campo di vostro interesse o competenza – tecnologia? web? design? grafica? psicologia? marketing? pubblicità? – questo libro sarà per voi di immenso interesse. Per non parlare dei fondatori o aspiranti tali di start-up/aziende, per i quali è ovviamente d’obbligo. Non potrei consigliarlo più vivamente.

 

Il secondo libro Jobs-related di cui vi voglio parlare è Lo zen di Steve Jobs, una graphic novel nata dalla collaborazione del celebre gruppo mediatico Forbes e l’agenzia creativa JESS3.

«Hai fatto quel che dovevi.»
«Ho fatto quel che volevo.»
«Mai capita la differenza.»

Ambientata a metà degli anni ’80, negli anni in cui Jobs venne allontanato dalla sua Apple e fondò la Next, questa ovviamente-molto-zen graphic novel racconta – o meglio, immagina – i dialoghi e le vicende dell’amicizia di Jobs con Kobun Chino Otogawa, un monaco buddista zen, emigrato negli USA dal Giappone.

Processed with VSCOcam with f2 preset

Da anticonformista con una scarsa considerazione delle regole e una grande passione per il design e l’arte, Kobun rappresentava per il buddismo zen quello che Jobs rappresentò per la tecnologia: una svolta. Non stupisce quindi il loro rapporto di allievo-maestro prima, e di amicizia poi – Kobun è stato il mentore e guida spirituale di Jobs, e ha celebrato il suo matrimonio con Laurene Powell.

steve_jobs_marriage

Il volume mette in evidenza i parallelismi tra la disciplina zen e l’estetica Apple, certamente influenzata dalla pratica di Jobs di questa disciplina, come fa notare anche Isaacson nella sua biografia:

«In un mondo pieno di apparecchi elettronici di bassa lega, software scadenti, imperscrutabili messaggi di errore e interfacce sgradevoli, [Jobs] ha reso possibile la realizzazione di prodotti d’eccellenza, capaci di assicurare un’esperienza d’uso straordinaria. Chi usa un prodotto Apple può provare lo stesso sublime trasporto di chi passeggia in uno dei giardini zen di Kyoto tanto cari a Jobs; l’una e l’altra esperienza non sono state create portando offerte all’altare di una concezione «aperta» o permettendo lo sbocciare di migliaia di fiori. A volte trovarsi nelle mani di un maniaco del controllo è una gran bella cosa.»

E ancora:

«Jobs è riuscito a rimettere in piedi la Apple facendo strame di tutto fuorchè di pochi prodotti chiave. Ha saputo semplificare apparecchi eliminando qualche pulsante, semplificare software rimuovendo qualche funzione, semplificare interfacce escludendo qualche opzione. Amava attribuire questa sua capacità di concentrazione e questa sua passione per la semplicità alla pratica zen, che gli ha fatto avvertire in modo più intenso l’importanza dell’intuizione, gli ha mostrato come spazzare via ogni fattore di distrazione e ogni elemento non necessario e gli ha instillato un senso estetico improntato al minimalismo.»

Processed with VSCOcam with f2 preset

Non posso non concludere questo post dedicato al mio amato Steve senza includere l’ormai celeberrimo discorso a Stanford del 2005 – che mi riguardo a cadenza regolare e mi guida come un faro ogni volta che mi sento persa. Sono sicura farà lo stesso anche per voi 

Love,

Gloria

__________

Steve Jobs, Walter Isaacson, Mondadori, 650 p.

Lo zen di Steve Jobs, Forbes & JESS3, Rizzoli Etas, 87 p.

Sono felicissima di iniziare questo nuovo progetto/tag che condivido qui e sulla mia pagina Instagram @ghiofgreengables – yeeeeeh!

L’ispirazione mi è giunta da questa bellissima quote di Gary Paulsen:

I owe everything I am and everything I will ever be to books.

Inutile dire che la sento straordinariamente mia. I libri mi hanno cresciuta, mi hanno presa e letteralmente trascinata fuori dal fango. Devo loro tutto quello che so e tutto quello che sono. E appena ho realizzato questo fatto, ho sentito di dover condividere in qualche modo quello che i libri mi hanno insegnato.

Ho iniziato a passare in rassegna la mia libreria – fisica e virtuale – e a raccogliere i brani più significativi, le citazioni più memorabili, quelle che io in prima persona voglio essere sicura di tenere bene a mente, e che quindi sono meritevoli di essere condivise.

Sono tratte da romanzi o saggi, saranno principalmente in italiano ma potrebbe essercene qualcuna anche in inglese, potrei voler aggiungere un mio commento personale o altre citazioni/associazioni, ma anche no – quello che le accomuna tutte è che mi hanno insegnato qualcosa.

Se volete condividere con me quello che i libri della vostra vita vi hanno insegnato scattate una foto e pubblicatela su Instagram con il tag #bookdocet ♥

__________

Il mio primo #bookdocet è tratto da Illusioni – Le avventure di un Messia riluttante di Richard Bach, l’autore del famosissimo Il gabbiano Jonathan Livingston.

illusioni-richard-bach

Illusioni è un libretto piccolo piccolo, come tutti quelli di Bach, che ricorderete sia per i suoi meravigliosi, candidi insegnamenti che per la dolcezza della vicenda che racconta: è la storia dell’amicizia tra un aviatore, Richard (alter ego dell’autore) e Donald Shimoda, in apparenza un altro pilota, in realtà un Messia, il Gesù o il Siddharta dei nostri giorni.

Amo particolarmente la citazione che ho scelto, perchè mi ricorda che non tutte le catastrofi vengono per nuocere, o meglio, che non esistono catastrofi, ma solo cambiamenti che possono farci soffrire ma sono sempre volti al nostro bene e alla nostra crescita – ma in realtà è stato difficile scegliere quale citazione utilizzare, perchè il libro è costellato di tante piccole perle – eccone alcune:

«Volevo dire, in nome di Dio, se desiderate tanto libertà e felicità, non riuscite a capire che non si trovano in nessun luogo fuori di voi? Dite che le avete, e le avrete! Comportatevi come se vi appartenessero, e così sarà! Richard, cosa c’è di tanto maledettamene difficile in questo?»

Non esite
nulla che sia un problema
senza un dono per te
nelle mani.

Tu cerchi problemi
perchè hai bisogno
dei loro doni.

«Come lo fai?»
«Richard, non si fa niente. Lo si vede già fatto, e così è.»
«Perdinci, sembra facile.»
«È come camminare. Ti domandi come sia mai potuto esserti difficile imparare.»

Mai
ti si concede un desiderio
senza che inoltre ti sia concesso
il potere di farlo avverare.

Spero che amerete questo nuovo progetto almeno quanto lo amo io,

Hugs,

Gloria

___________

Illusioni. Le avventure di un Messia riluttante, Richard Bach, Bur, p. 160

«Non mi ero reso conto che, con tutte quelle salite, ci eravamo portati su un belvedere privilegiato.
Un pò come a volte succede nella vita: la difficoltà della salita ci fa dimenticare che continuiamo ad avanzare, migliorando la nostra posizione.»

Se mi chiami mollo tutto... però chiamami è un libro dolcissimo, profondamente ottimista, che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo

Esattamente un anno fa questo libro è stato il protagonista del primo vero episodio di sincronicità della mia vita – o meglio, il primo che ho notato sapendo cosa fosse e che significato dargli. Sono entrata in biblioteca con una domanda che mi martellava in testa, la stessa che mi perseguitava da giorni (mesi? anni?). Senza motivo né consapevolezza, ho preso in mano questo libro – solo perchè me lo sono trovata davanti, sul primo espositore all’ingresso della biblioteca – e ho letto la prima frase dell’aletta di copertina: era una descrizione straordinariamente dettagliata e accurata della situazione attuale, con tanto di nome del protagonista dei miei pensieri. E dopo una virgola, la risposta alla mia domanda.

Ieri ho deciso di leggerlo, nonostante avesse già svolto il suo compito nella mia vita rispondendo alla mia domanda un anno prima – e sono felice di averlo fatto.

Se mi chiami mollo tutto... però chiamami è un libro dolcissimo, profondamente ottimista, che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo

Cercherò di parlarvi di Se mi chiami mollo tutto… però chiamami rimanendo molto vaga riguardo alla trama, perchè parte della bellezza di questo libro stà nello scoprire la vita del protagonista poco alla volta, attraverso i continui flashback e il racconto disordinato della sua esistenza. Vi dirò solo che il libro inizia mentre il protagonista, Dani, viene lasciato dalla compagna e, mentre lei fa le valigie, riceve la chiamata di un padre disperato che lo prega di ritrovare suo figlio. Il lavoro di Dani consiste infatti nel ritrovare bambini perduti – essendo stato a sua volta un bambino perso – fisicamente e emotivamente.

Si tratta di un libro dolcissimo, profondamente ottimista (qual’è il senso e l’utilità di libri e film dai messaggi pessimisti e senza speranza?), che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo – ed è originale, con una trama, un messaggio e delle idee non comuni.

Se mi chiami mollo tutto... però chiamami è un libro dolcissimo, profondamente ottimista, che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo

Tra le altre, due sono le idee dell’autore che mi hanno fatto particolarmente sorridere:

1) Fermare il mondo

«Non hai mai fermato il mondo?»
«Che cosa vuol dire?»
«Fermare il mondo significa che decidi consapevolmente di allontanartene per migliorare te stesso e per migliorare lui. Per procedere meglio e per far procedere meglio lui. In quei momenti devi fare in modo che niente e nessuno ti disturbi. Devi nutrirti di ottima letteratura, buon cinema e, soprattutto, parlare con l’unica persona al mondo che tu ammiri.»

2) Giocare a ‘che cosa farebbe un altro al posto mio’

«E se ti sentirai smarrito, senza più punti cardinali, gioca a ‘che cosa farebbe un altro al posto mio’…» […]
«Che cosa farebbe un altro al posto mio?» ripetei. […]
«Si, esatto. Trova una persona che condivida con te quell’energia, e chiedile cosa farebbe se fosse nei tuoi panni per due giorni. Cosa cambierebbe, della tua vita? Come si taglierebbe i capelli? Che cosa mangerebbe? A quali attività si dedicherebbe?… Per farla breve: come vivrebbe la tua esistenza, in quel breve intervallo?»

Concludo dicendo che la “coincidenza” della quarta di copertina non è stata l’unica: la lettura del libro ha portato alla luce altre incredibili similitudini con la mia storia personale, e ho scoperto che la sinconicità della vita è a sua volta uno dei concetti cardine del libro. Magia.

«Le coincidenze sono il mio punto debole, le uniche ragioni al mondo che riescano a infrangere le mie stesse regole.»

Se mi chiami mollo tutto... però chiamami è un libro dolcissimo, profondamente ottimista, che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo

_______

Se mi chiami mollo tutto… però chiamami, Albert Espinosa, Salani Editore, p. 190

Questa storia è una biografia indiretta, la cronaca in terza persona della realizzazione di un sogno. È diviso in sei parti, una per ogni fase della vita di Ultimo, il protagonista, e ognuna viene raccontata da un diverso narratore, persone che hanno in qualche modo incrociato la loro storia con la sua – espediente che ti dà l’impressione di pedinarlo da lontano – e ciascuna ha un suo ritmo, una sua voce peculiare, alti e bassi, pregi e difetti.

Dopo la prima parte dedicata all’infanzia di Ultimo – scorrevole, incalzante, – mi sono ritrovata incagliata nella seconda – pesante, indigesta – sulla Prima Guerra mondiale, a cui il protagonista partecipa. Mentre me la prendevo con Baricco e mi chiedevo come fosse possibile arenarsi così miseramente dopo un inizio tanto promettente, avevo l’impressione di trascinarmi tra le parole come attraverso una melma densa – come fossi in trincea – e lì ho capito.

Ci troviamo davanti a uno di quei libri-mimo che fanno il verso alla vita, la imitano. Potrei chiamarli romanzi-esperienza – sono quei libri che danno l’impressione di fartela vivere, questa storia, non solo leggerla, o ascoltarla. Baricco ha voluto creare un libro tridimensionale, che ricalca gli alti e bassi dell’esistenza. Il risultato è un libro scorrevole e pesante, allegro e triste, bello e brutto, doloroso e lieve. Sono libri rari: quelli che ho incontrato nella mia vita di lettrice si contano sulle dita di una mano – il mio preferito è Questo è tutto (curiosa la somiglianza del titolo), splendido romanzo-fiume del britannico Aidan Chambers.

Nella mente ragazzina capace di simile assioma – che fosse la strada a domare le automobili, e non il contrario – era già iscritta tutta una vita. Curioso come la gente sia già se stessa ancor prima di diventarlo.

Così, quando capita che mi chiedano se Questa storia mi è piaciuto mi trovo particolarmente in difficoltà, perchè non esiste una risposta univoca a questa domanda – come non potrebbe esserci una risposta univoca alla domanda: “Come è stato il tuo primo bacio?”

Non puoi dare un voto a questo libro – ed è lo stesso motivo per cui non puoi dare un voto alle esperienze della tua vita: perchè in ultima analisi non sono nè buone nè cattive, semplicemente, sono.

Come il sogno di Ultimo è quello di costruire un circuito automobilistico le cui curve rappresentino fedelmente le curve della sua esistenza – così Baricco costruisce questo libro, a fedele imitazione della vita. Touchè.

Io però, aggiunse, ho un piano. Che piano?, gli chiesi, sorridendo. È un buon piano, mi disse. Spinse un pò la sua sedia verso di me. Gli si erano illuminati gli occhi. Io costruirò una strada, disse. Da qualche parte, non so, ma la costruirò. Una strada come mai nessuno l’ha immaginata. Una strada che finisce dove inizia. La costruirò in mezzo al niente, neanche una baracca, o uno steccato, niente. Non sarà una strada fatta per la gente, sarà una pista fatta per correre. Non porterà da nessuna parte, perchè porterà a se stessa, e sarà fuori dal mondo, e lontano da qualsiasi imperfezione. Sarà tutte le strade della terra strette in una, e sarà dove sognava di arrivare chiunque sia mai partito. La disegnerò io e, sa una cosa?, la farò abbastanza lunga da mettere in fila tutta la mia vita, curva dopo curva, tutto ciò che i miei occhi hanno visto e non hanno dimenticato. Nulla andrà perduto, nè la curva di un tramonto, nè la piega di un sorriso. Ogni cosa non l’avrò vissuta invano, perchè diventerà terra speciale, e disegno per sempre, e pista perfetta. Voglio dirle questo: quando avrò finito di costruirla, salirò su un’automobile, metterò in moto, e da solo inizierò a girare, sempre più veloce. Continuerò senza fermarmi fino a quando non sentirò più le braccia ed avrò la certezza di percorrere un anello perfetto. Allora mi fermerò nel punto esatto da cui ero partito. Scenderò dall’automobile e, senza voltarmi, me ne andrò.
Sorrideva. Orgoglioso.
Dici sul serio?, chiesi.
Si.
Davvero?
È la cosa per cui vivo.
Scossi la testa, ridendo.
Ti ci vorranno un bel pò di soldi.
Li troverò.
Lo disse con l’aria di uno che li avrebbe trovati.

_____________

Questa storia, Alessandro Baricco, Fandango, 285 p.