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Recensioni

Da dove sia arrivato questo improvviso interesse planetario per i ribelli – per le persone che hanno sfidato lo status quo e si oppongono al sistema – con certezza non lo so.

So solo che più o meno da un giorno all’altro ci siamo ritrovati circondati da libri/film/serie TV a loro dedicati (con una particolare attenzione alle donne ribelli: alle femministe che con rabbia o ferma pacatezza pronunciano il loro “ora basta” al patriarcato).
Non sono una sociologa, osservo il mondo semplicemente attraverso le lenti della mia curiosità e sensibilità, ma un’idea di cosa abbia scatenato questo bisogno di rivolta me la sono fatta.

Esattamente un anno fa – proprio come succede nella favole, che sempre prendono ispirazione dalla vita – il nostro Pianeta è entrato nel culmine di un periodo buio che da tempo si preannunciava, quando è stata conferita un’enorme quantità di potere a un uomo profondamente disturbato e pericoloso: cercare di ottenere enormi quantità di potere è quello che gli uomini disturbati e pericolosi fanno.

Quello che a questo punto succede nelle favole, è esattamente quello che succede nella realtà: le persone iniziano a sentire il bisogno di opporsi alla violenza, all’ignoranza, all’inumanità, e a cercare qualcuno che abbia il coraggio di farlo: un eroe.

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È precisamente quello di cui questi due libri parlano: di eroi (in special modo eroine, perchè è in special modo verso le donne che Trump e le forze che rappresenta si scagliano, e quindi quelle che insorgono con maggior forza).

Partendo dal presupposto che i ribelli e i rivoluzionari sono da sempre la mia categoria di persone preferite, e che vedere proliferare questo tipo di libri sugli scaffali delle librerie mi riempie di gioia, devo ammettere che alcuni sono prodotti editoriali meglio riusciti di altri.

Storie della buonanotte per bambine ribelli

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Storie della buonanotte per bambine ribelli, il libro che ha dato il via a questo trend, mi sembra sotto ogni punto di vista un’occasione mancata. Per quanto l’idea che l’ha ispirato sia ottima, e sia esteticamente un bel prodotto – l’ho trovato assolutamente vuoto a livello contenutistico.

Il libro è composto da 100 mini “biografie” di donne che hanno apportato qualche tipo di cambiamento nella società in cui vivevano, ognuna composta da un breve testo, un’illustrazione e una citazione della donna in questione. Considero le bellissime illustrazioni – affidate a 60 diverse artiste – l’unica parte davvero riuscita.

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I testi, invece, sono il grosso problema del libro: niente più che didascalici, praticamente inutili per conoscere il personaggio di cui parlano, e sintetici in maniera addirittura offensiva nel caso di donne dalla vita particolarmente complessa e sofferta, certamente meritevoli di ben più che una trentina di semplicistiche righe, scritte tra l’altro senza nessuno stile, partecipazione o passione.

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Le citazioni scelte per ogni personaggio sono quasi sempre vuote e banali, tanto da far dubitare che siano state pronunciate dalla donne in questione (e se così fosse, fanno dubitare del buon gusto delle due autrici, che hanno scelto proprio quelle in rappresentanza di personaggi anche di spessore enorme, che certo hanno pronunciato parole più significative di quelle).

Farei leggere questo libro ai miei figli? Si, ma utilizzandolo niente di più che come un indice, una lista di personaggi meritevoli di approfondimento.

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Io dico no! Storie di eroica disobbedienza
Che questo bel volume Einaudi sia nato sulla scia delle Storie della buonanotte è indubbio, quello di cui non posso essere sicura ma che mi sembra altamente probabile, è che sia stato creato tenendo conto degli strafalcioni del libro a cui è ispirato, cercando di porvi rimedio – proposito brillantemente mantenuto.

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Prima di tutto, il libro ha ovviato al più grosso difetto delle Storie della buonanotte – la brevità e la superficialità delle “biografie” – riducendo drasticamente il numero dei personaggi trattati (35 anzichè 100) per consentire un più ampio respiro ad ogni storia, che qui viene raccontata in alcune pagine invece che in poche righe. Lo stile dell’autore, Daniele Aristarco (autore di alcuni altri libri di divulgazione storica per l’infanzia, sempre editi da Einaudi) è molto più personale e appassionato: si percepisce la passione dell’autore per l’argomento trattato, e la sua volontà di rendere giustizia a ogni personaggio attraverso una “biografia” sentita, anzichè asettica.

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In più, la scelta di parlare di personaggi di ambo i sessi rende il libro una più “completa” panoramica dei ribelli della storia, invece che essere concentrato solo verso una metà del cielo (con questo non voglio criticare la scelta di Storie della buonanotte di parlare solo di personaggi femminili: è una scelta editoriale precisa e condivisibile, che però, ponendo limitazioni risulta limitata).

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Farei leggere questo libro ai miei figli? Si, appassionatamente si. Per quanto un buon numero delle biografie finisca in tragedia (per tutti i personaggi dell’antichità, con la loro morte), sono certa che non esitano storie delle buonanotte migliori di queste, con protagonisti più meritevoli di essere conosciuti, a qualsiasi età.

Se mi seguite sapete che sono fermamente convinta del fatto che ogni libro arriva nella nostra vita esattamente al momento giusto, ma per Tecniche di resistenza interiore la serendipità è stata così evidente da stupire persino una firm believer come me.

Mi è stato regalato da una persona che mi conosce benissimo, in un momento in cui mi serviva una decisa spinta interiore – ed è qui che è entrato in gioco il pregio più evidente di questo libro: mi ha reso consapevole di alcune fondamentali risorse che ci sono state date in dote in quanto esseri umani – ma che a causa di come la società ci educa e ci abitua a vivere, rimangono tristemente inutilizzate – e solo in virtù di questo è riuscito a motivarmi enormemente all’auto-miglioramento, alla perseveranza, alla lotta. In poche parole: a scovare queste risorse dentro di me e portarle alla luce.

Tecniche di resistenza interiore

Pietro Trabucchi è psicologo, scrittore e docente all’Università di Verona. Si occupa di preparazione mentale di atleti olimpici e squadre nazionali – che, a giudicare da quanto la semplice lettura di questo libro ha motivato me, sono in ottime mani: ancora prima di finirlo avevo incominciato a correre regolarmente e accettato un posto di lavoro che prima non avrei preso in considerazione.

Ho cercato di parlarvene velocemente su Instagram, ma riassumere il suo messaggio in poche righe non gli rendeva giustizia. Ecco qui allora, con più respiro, i miei tre concetti preferiti del libro:

1

Nel mondo di oggi, in cui la crisi non è più una situazione transitoria ma la nuova realtà, la soluzione non può essere l’affidarsi a politici e capi di stato. Se ci saranno dei cambiamenti “dall’alto” sicuramente avranno un impatto nella vita dei singoli, ma l’unico cambiamento che può fare veramente la differenza è quello individuale.

Il lavoro sul singolo può essere percepito da alcuni come uno sforzo infimo e irrilevante, oppure egoistico e disinteressato. In realtà, dice Trabucchi:

«La globalizzazione ci rende tutti vincolati e corresponsabili […] ognuno porta su di sé una parte della responsabilità dell’intero pianeta.»

Questo concetto mi ha ricordato una frase in cui mi sono imbattuta spesso sul web: hurt people hurt people. Le persone ferite feriscono le persone. E se questo concetto è vero (e lo è), sono veri anche i suoi vari corollari: le persone felici rendono felici le persone. Le persone libere liberano le persone. Quello che siamo ha impatto su chi entra in contatto con noi come nient’altro. Per questo il lavoro interiore su noi stessi è di importanza capitale.

 2

La resilienza è una delle caratteristiche che ci differenziano dalle altre specie animali.
La parola resilienza viene dalla metallurgia e indica la resistenza del metallo alla rottura. Viene a sua volta dal latino resilio, che descrive il gesto di risalire su una barca rovesciata dalla forza del mare. In psicologia viene utilizzata per indicare la resistenza di un individuo di fronte alle avversità.

Nell’uomo è enormemente più sviluppata che nelle altre specie. La causa risale al Pleistocene, quando i nostri antenati, a causa delle continue glaciazioni, non hanno più potuto contare sul solo raccolto per il loro sostentamento e hanno dovuto trasformarsi in cacciatori.

Tecniche di resistenza interiore

Visto che a livello fisico l’uomo è nettamente inferiore a qualsiasi altro predatore (nel regno animale siamo l’equivalente del secchione occhialuto negato in educazione fisica), l’unico modo per avere la meglio su una preda era la tecnica che oggi viene chiamata persistence hunting: la preda veniva inseguita e braccata fino a quando non moriva di sfinimento. Questo ci ha resi specialisti di endurance, resistenza a enorme disagio fisico e psicologico.

In più, ci ha resi capaci di tollerare la gratificazione dilazionata: la motivazione degli altri animali è orientata alla gratificazione immediata, il che li rende incapaci di tollerare il disagio in vista di una gratificazione non immediata, cosa che noi invece sappiamo fare.

Se questo è il nostro patrimonio genetico, perchè oggi la maggior parte di noi fatica a portare avanti progetti che non prevedono un risultato immediato, ad allenarci due volte a settimana, o a tollerare un raffreddore senza aspirina? Cosa ci è successo?

3

Ci è successo di nascere nel più lungo periodo di pace e benessere mai sperimentato dall’umanità. Il benessere atrofizza la resilienza perchè le toglie ragioni d’essere. La conseguenza è un tragico calo della resistenza alla fatica e al disagio fisico, ma, ancora più preoccupante, psicologico.

Il problema viene accentuato da una società che ci educa a pensare di non potercela fare da soli, e di non poter tollerare neppure una dose minima di scomodità o privazioni (per poi poterci vendere la soluzioni a tali “avversità”), che per i nostri antenati (o semplicemente nonni) sarebbero state irrisorie o inesistenti.

La soluzione, ancora una volta, deve essere una profonda consapevolezza, sia di questi meccanismi dannosi, sia di quanto siano ampie le risorse potenziali degli esseri umani.
Una volta ottenuta questa consapevolezza il nostro compito è quello di sviluppare le nostre risorse interne, processo che non avviene attraverso una conoscenza teorica, ma attraverso un vero e proprio allenamento, che deve essere svolto con perseveranza e costanza. Come? Non vi resta che leggere il libro (:

«La caccia persistente – intesa come arte di imparare a inseguire un obiettivo nonostante ostacoli e difficoltà – non è solo una nozione antropologica: è il paradigma dell’esistenza umana.»

Se avete aperto questa pagina aspettandovi una recensione di Franny e Zooey resterete delusi. Troverete solo una serie di pensieri più o meno sconnessi che ho buttato giù a caldo dopo la prima lettura di questo capolavoro (giugno 2011), perchè hey, che io possa recensire Salinger suona come una blasfemia, e comunque, chi potrebbe mai recensire il proprio Libro del Cuore?

Voglio aggiungere solo una cosa a quanto ho scritto anni fa, l’unico pensiero razionale che riesco a partorire sul perchè reputo questo libro così incredibile: la varietà di temi che vengono trattati, soprattutto la profondità con cui vengono trattati, è assolutamente inusuale per un romanzo. In 150 pagine i protagonisti parlano, tra le altre cose, di religione, spiritualità, educazione, filosofia, letteratura – e su tutti questi argomenti Salinger ha da dire qualcosa di straordinariamente acuto e fuori dal coro.
Leggendo Franny e Zooey si sperimentano le vette più alte della narrativa, e si impara come dal più erudito dei saggi.

E ora beccatevi il mio balbettio e sappiate che dopo queste poche parole in me rimane solo adorazione.

Franny e Zooey

Gioiello.

Salinger parla la mia stessa lingua, sento lui e i suoi personaggi spaventosamente vicini al mio cuore. Ho ritrovato tanto di Holden – quindi anche di me – in Franny e Zooey, e mi sono sentita a casa.

C’è Franny, la più piccola della numerosissima famiglia Glass – sette bambini prodigio ormai cresciuti, e per genitori due artisti musicali di fama internazionale – ventenne bellissima e dolorosamente sensibile, nel bel mezzo di una profonda crisi spirituale, che torna a casa dal college e passa le sue giornate a piangere, dormire e pregare sul divano del soggiorno (nota autobiografica dell’autore, adepto di buddhismo e indusmo), in compagnia del gatto pulcioso:

«Se si continua a ripetere la preghiera senza interruzione (in principio basta che tu lo faccia con le labbra), poi succede che la preghiera diventa autoattiva. Accade qualcosa, dopo un po’ di tempo. Non so cosa, ma qualcosa succede, e le parole si sincronizzano coi battiti del cuore, e allora preghi davvero senza fermarti mai. E questo ha un formidabile effetto mistico su tutto il tuo modo di pensare. Voglio dire, questo è più o meno il succo di tutto quanto.»

C’è Bessie che, povera donna, si è ritrovata madre di sette geni sregolati, e se la cava come può:

Franny e Zooey

E c’è Zooey, attore venticinquenne in lotta con se stesso e con l’ingombrante presenza/fantasma dei fratelli maggiori – Seymour, morto suicida (si veda Nove racconti) e Buddy, che vive da eremita in un bosco:

«Prima di tutto, quando cominci a prendertela con le cose e con la gente invece che con te stessa, sei fuori strada.»

Tutto qui. Praticamente non c’è trama.
I libri di Salinger sono fatti di dialoghi, dialoghi così potenti e perfetti – tra personaggi così potenti e perfetti – che da soli tengono letteralmente in piedi il libro.
E’ che Salinger non ha bisogno di una trama.
Mi inchino (e zittisco).

Franny e Zooey


asteriscoCome ho fatto per il post su Virginia Wolf, voglio chiudere questo post raccontandovi un episodio di bookserendipity di cui questo libro è protagonista.
Verso la fine del libro, Zooey entra nella camera che era stata di Seymour e Buddy, e si ferma a leggere alcune delle decine di citazioni riportate con una «scrittura minuta, ma appassionatamente nitida e d’un nero lucente» su un foglio appeso dietro la porta della camera. Tra le altre c’è questa, tratta dalla Bhagavadgītā, uno dei testi sacri dell’Induismo:

«Tu hai diritto di lavorare, ma solo per il piacere di lavorare. Non hai diritto ai frutti del tuo lavoro. Non dev’essere mai il desiderio dei frutti del lavoro a spingerti a lavorare. Ma, d’altro canto, non cedere mai alla pigrizia. […] Il lavoro che compi con l’ansia del risultato è di gran lunga inferiore a quello compiuto senza quest’ansia, nella calma dell’abbandono di sé. […] Chi lavora egoisticamente per il risultato, è un infelice.»

Da quando ho riletto Franny e Zooey due mesi fa, sono stata letteralmente perseguitata da questo brano: sbuca fuori ovunque, nei posti (libri) più impensabili. L’ultima volta, settimana scorsa, in Cambiare idea di Zadie Smith, in un saggio su E. M. Forster. Amo il modo discreto che hanno i libri di suggerirmi la strada 

Franny e Zooey

«Un giorno mia sorella Virginia si è svegliata che aveva un lupo dentro. Faceva versi da lupo e si comportava in modo strano…»

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

La prima volta che ho posato gli occhi sul titolo di questo libro – Virginia Wolf; La bambina con il lupo dentro – che la mia amica Cristina mi mostrava durante una visita in biblioteca, il mio cuore ha sussultato: da ex bambina-lupo ho saputo istintivamente cos’era il lupo di cui parlano sottotitolo e titolo (con il geniale gioco di parole tra il cognome di Virginia, Woolf, e Wolf, lupo).

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Con ammirevole profondità e accuratezza le autrici utilizzano la metafora del lupo interiore per rappresentare simbolicamente la malattia mentale, gli esaurimenti nervosi e le crisi depressive (diagnosticati poi dall’odierna psicologia come sintomi di un disturbo bipolare) che portarono la scrittrice al suicidio, a 59 anni.

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Ma il triste tema della malattia viene qui utilizzato come pretesto per concentrarsi su un tema ben più luminoso: lo strettissimo rapporto tra Virginia e la sorella, di due anni maggiore, Vanessa Bell (pittrice e arredatrice d’interni), che legò le due donne per tutta la vita.

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In un breve saggio sull’infanzia a casa Stephen – il cognome originario di Virginia e Vanessa – letto da quest’ultima alla BBC nel 1956 (Notes on Virginia’s childhood), Vanessa descrive la sorella con queste parole:

«Persino allora lei aveva il potere di riuscire a creare all’improvviso un’atmosfera di insostenibile tristezza. Credo che ne sia sempre stata capace, forse è un’abilità tipica degli Stephen, ma io non mi rendevo conto di come la creasse. Improvvisamente il cielo si rannuvolava e io piombavo nella tristezza. Poteva durare un’eternità (agli occhi di un bambino) e poi dissolversi.»

Parole che, credo, abbiamo ispirato queste parole di Virginia Wolf:

«Le casa è sprofondata.
Su è diventato giù.
Chiaro è diventato scuro.
Allegro è diventato triste.»

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Ma, sempre nello stesso saggio, sembra che Vanessa faccia risalire l’inizio di una sensibilità più spiccata in Virginia ad un’epidemia di pertosse che contagiò tutti i bambini della famiglia e che, a causa di cure sbagliate, durò più del necessario e segnò Virginia più degli altri:

«Noi ci riprendemmo in fretta, ma mi sembra che per Virginia le cose siano state diverse. Non fu mai pù rosea e paffuta e credo che fosse realmente entrata, abbastanza all’improvviso, in uno stadio di maggiore consapevolezza e che si fosse di colpo resa conto di problemi e possibilità che prima ignorava.»

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La bambina con il lupo dentro, invece, è probabilmente ispirato al tragico periodo della vita di Virginia che diede origine ai suoi crolli nervosi: a 13 anni perse la madre, due anni dopo la sorellastra Stella e, non molti anni dopo, il padre.

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Ho trovato sublime il fatto che in pochissime righe (in questo sta la magia degli albi illustrati e la grandezza dei loro autori, come ho già detto QUI) Kyo Maclear riesca a raccontare con incredibile accuratezza lo stato di una psiche sofferente – senza nascondere nulla, senza dire una parola di troppo:

«Ha detto “NON METTERTI QUEL BEL VESTITO GIALLO.” (È il mio preferito!)
“NON LAVARTI I DENTI COSI’ FORTE.”
È arrivata a dire all’uccellino: “SMETTILA DI FAR CHIASSO!”»

Il testo è accompagnato dalle radiose – di colori e sensibilità – illustrazioni di Isabelle Arsenault, autrice del famoso Jane, la volpe & io.

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Un’altra chicca dell’albo è il rimando al Bloomsbury Group, il circolo intellettuale fondato da Vanessa, Virginia e i loro fratelli Thoby e Adrian, che aveva come sede appunto il quartiere di Bloomsbury a Londra, dove i quattro si erano trasferiti dopo la morte del padre.
In Virginia Wolf, Vanessa, in un tentativo di confortare Virginia le chiede “Se potessi volare, dove vorresti andare?”, e Virginia risponde:

«“Se potessi volare andrei in un posto perfetto. Un posto pieno di dolcetti glassati e bei fiori e alberi da arrampicarcisi sopra. E niente niente malinconia.”
“Dov’è questo posto?” ho chiesto io.
Lei ci ha pensato un momento e ha detto: “A Bloomsberry, naturalmente.”»

Come tutti i libri che parlano di noi e ci fanno da specchio, Virginia Wolf è entrato, immediatamente e a passo sicuro, nella lista dei miei libri del cuore.


asteriscoPer chiudere il post vorrei raccontare un piccolo episodio di bookserendipity: contemporaneamente a Virginia Wolf ho letto L’albero delle bugie di Frances Hardinge; i due libri sono appoggiati uno sull’altro sulla mia scrivania da una settimana, ma solo oggi, scrivendo questo post, ho notato la curiosa somiglianza delle copertine, e pensandoci ho notato corrispondenze anche nei temi: entrambi parlano di ragazzine fuori dal comune, e entrambi utilizzano la metafora di un mostro/lupo interiore per rappresentare la loro fame, la loro diversità.

«Era quella Faith, la fanciulla brava e buona?
La ragazza nello specchio era capace di qualunque cosa. Ed era tutto fuorchè brava e buona, lo si capiva al primo sguardo.
“Non sono buona.” Qualcosa nella mente di Faith riuscì a liberarsi, a volare via sbattendo ali nere nel cielo. “Una persona buona non sarebbe mai capace di provare quello che provo io. Sono cattiva e subdola e piena di rabbia. Non c’è salvezza per me.”

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Tra i lettori adulti i pareri sulla letteratura per l’infanzia sono spesso discordanti: c’è chi la disprezza apertamente, convinto che si tratti di libri minori, chi la ignora elegantemente, per mancanza di interesse o convinzione che si tratti di puro intrattenimento, e chi invece la ama follemente. Chiaramente mi ritrovo nell’ultimo gruppo.

Credo che il pregiudizio più diffuso sia che al linguaggio semplice e diretto corrisponda una povertà di contenuti, che siano libri poco profondi per menti poco profonde. Con immensa convinzione io dico: «No, anzi.»

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Anzi, i libri per bambini sono sempre creati con una particolare cura che spesso e volentieri ai libri per adulti manca, hanno sempre un cuore, una morale, un insegnamento nascosto, e sono profondi e meritevoli di essere considerati libri a tutti gli effetti in virtù del loro linguaggio semplice, non nonostante. Bruno Munari ha detto:

Complicare è facile, semplificare è difficile. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare. Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’è in più della scultura che vuole fare. 

Dopo questa doverosa introduzione posso parlarvi di questa meraviglia che si legge in non più di 10 minuti, ma si desidera conservare in libreria (e nel cuore) molto più a lungo.

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I protagonisti sono cinque cosi malfatti — il Bucato, il Piegato, il Molle, il Capovolto e lo Sbagliato — ed è subito chiaro che la meravigliosa Beatrice Alemagna parla di me, di te, di tutti noi.

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Siamo indiscutibilmente noi, degli “ammassi di stranezze”, “piegati in due come una lettera da spedire”. È chiaro a noi, ma è chiaro anche ad un bambino, ed eccola qui la grandezza degli autori di libri per l’infanzia: la capacità di parlare un linguaggio essenziale, universale, che elimina tutto il superfluo e riesce a trovare ed esprimere solo il cuore, il nocciolo delle cose. Che classe! Mica da tutti.

Perchè quando leggiamo una frase come «Non riuscivano a concludere niente nella vita nè avevano voglia di fare granchè» la sentiamo risuonare nel profondo: ecco il linguaggio universale.

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Qual’è la morale del libro? Forse sarebbe meglio che la scopriste leggendolo, ma non resisto e vi dò una piccola preview: questo libro insegna l’amore per sè stessi, più nello specifico per le nostri parti “sbagliate”, “difettose”, “malfatte”, e ci insegna a perdonare la nostra umanissima non-perfezione. Nientepopodimenoche.

Regalatevelo e regalatelo ♥  (Non so decidere se sarebbe più utile a grandi o piccini. Facciamo così, regalatelo a tutti).


I cinque malfatti, Beatrice Alemagna, Topipittori, 40 p.

Ho una seria difficoltà a parlare dei libri che ho amato, rischio di diventare schifosamente scontata e di perdermi in inutili meraviglioso e assolutamente fantastico!. Se poi mi hanno anche emozionata, resto direttamente senza parole. Così di solito non ci provo neanche. Questa volta però voglio fare un tentativo, perchè questo libro merita, veramente.

Prima di tutto è un memoir: uno dei miei generi preferiti. Per una il cui massimo interesse è l’indagare l’animo umano, capirete che il memoir – che per definizione è «fondato sul racconto dei ricordi relativi alle gesta di vari personaggi (memorie) e narra di ricordi reali avvenuti nell’esistenza di una persona o di un popolo che l’ha/hanno segnato/i in maniera particolare» – è una manna dal cielo.

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Come si bacia un serpente (titolo originale, Twenty chicken for a saddle) racconta la magica, inusuale, straordinaria infanzia/adolescenza di Robyn Scott, che gli assolutamente folli genitori decidono improvvisamente di trascinare, insieme a fratello e sorella, Damien e Lulu, in Africa, precisamente in Botswana, nel centro esatto del nulla.

La madre di Robyn, un’appassionata sostenitrice della medicina alternativa, con il suo sfrenato, contagioso ottimismo, ricopre il pavimento della nuova casa, una ex stalla, con della carta da pacchi, per renderla più accogliente; e decide di non mandare i figli a scuola per istruirli personalmente, convinta che il divertimento e l’avventura siano fondamentali nell’apprendimento.
Il padre, un “dottore volante” in perenne fuga dalla medicina e dal bizzarro senso dell’umorismo, arriva a baciare un pitone per dimostrare quanto sia innoquo (da qui la scelta del titolo italiano). Per non parlare di nonno Ivor, un personaggio assolutamente esilarante e «meraviglioso, porca puttana!»

Potendo scegliere tra un chiaro successo e un fallimento reinventato come un trionfo, mamma e papà avrebbero immancabilmente scelto la seconda opzione.

Robyn parla della sua famiglia, e dell’altra grande protagonista del libro, l’Africa, con una passione contagiosa, emozionante. In ogni parola si avverte l’orgoglio e la riconoscenza per essere scresciuta in un ambiente, sia famigliare che non, tanto straordinario.
Il libro è costituito da una quantità di racconti, fatti e aneddoti che, davvero, vale la pena sentire. Se è vero che ogni libro dovrebbe ampliare di un pochino la nostra visione del mondo, questo svolge magnificamente il suo compito, e va oltre, mostrando mille altri mondi possibili, che non avevamo neanche lotanamente immaginato.

Ho così amato questo libro che mi è venuto spontaneo rendergli omaggio a modo mio, nel modo più personale e sincero che conosco: ho creato un remake della cover, eccolo qui, vicino all’originale Guanda.

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* Pag. 114: «Pochi giorni dopo ci condusse al bordo della savana e ci indicò un punto, sotto un ramo basso di mopane. Una palla di sterco grande quanto un arancia si muoveva impercettibilmente – e in apparenza da sola – in mezzo alla sabbia. Solo guardando molto più da vicino vidi lo scarabeo che faceva la verticale e spingeva il suo enorme contenitore di uova con le zampe posteriori, facendo una pausa dopo ogni spinta vana. E fu allora, vedendo come quella creatura minuscola affrontava il suo impossibile compito, che per la prima volta capii come mai gli egiziani considerassero sacro il piccolo scarabeo; e pensassero che fosse lo scarabeo stercorario a spingere il sole attraverso la volta celeste, giorno dopo giorno.»

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Parlando di memoir, non posso proprio concludere questo articolo senza consigliarvene altri tre, i più belli che ho mai letto, insieme a quello di Robyn Scott; eccoli qui:

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  1. Non avere paura dei libri di Christian Mascheroni, Hacca, 253 p.
    Una struggente dichiarazione d’amore dell’autore agli amori della sua vita: i genitori scomparsi e i libri. Scrittura di una bellezza rara e luminosa.
    La citazione: «Noi non siamo solo ciò che mangiamo: siamo anche quello che leggiamo (e quindi bisognerebbe fare attenzione a ciò che si legge come si fa per il cibo che si mette in bocca). Siamo tutte le vite dei personaggi che abbiamo amato. Nel nostro sangue scorrono brani di libri.»

  2. Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, Einaudi, 296 p.
    Un classico della letteratura italiana del ‘900, incredibilmente scritto in solo due mesi. Vividissimo ritratto di una famiglia, di un’epoca, di una guerra (ve ne parlerò meglio in una recensione dedicata solo a lui, merita so much).
    La citazione: «Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. […] Ma basta, fra noi, una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.»

  3. Una donna e altri animali di Brunella Gasperini
    Questo libro – tragicamente fuori catalogo – è stata una delle più clamorose sorprese letterarie della mia vita: preso in biblioteca senza sapere di cosa si trattasse, attirata soltanto da titolo e copertina, me ne sono perdutamente innamorata dalla prime righe (ve ne parlerò meglio in una recensione dedicata solo a lui, parte 2).
    La citazione: «Mettete le mie ceneri
    sotto il mio gelsomino
    e scrivete sull’urna:
    viaggiò tutta una vita
    attorno a un tavolo
    – senza peraltro combinare un cavolo.»

Come si bacia un serpente, Robyn Scott, Guanda, 528 p.

Se seguite il mio blog sapete quanto amo Elizabeth Gilbert (1 | 2) – e sono sicura che da appassionati di libri conoscete la meravigliosa sensazione di avere tra le mani, finalmente, il nuovo libro – intonso, inedito e perfetto – del vostro autore preferito: è una promessa di felicità.

Con una premessa del genere la delusione era pericolosamente vicina, ma Big Magic non ha deluso le mie – altissime, credetemi – aspettative.

Di cosa si tratta, innanzitutto. È un libro sulla creatività – che non viene qui intesa come una qualità innata di cui sono dotati pochi, fortunati individui – e sull’importanza di vivere una vita creativa – che non viene qui intesa necessariamente come una vita dedicata esclusivamente all’arte.

Il libro si basa invece su questa luminosa definizione dell’essere umano: “siamo tutti depositari ambulanti di tesori sepolti” – il viaggio per portarli alla luce è la vita creativa: “una vita vissuta sulla spinta della curiosità e non della paura”.

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Qualche giorno fa ho pubblicato su Instagram questa citazione di Emil Cioran a cui credo con tutto il cuore:

Un libro deve frugare nelle ferite, anzi, deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo.

E sempre Cioran ribadisce il concetto:

Un libro che lascia il lettore uguale a com’era prima di leggerlo è un libro fallito.

Io leggo per essere messa in discussione, leggo per cambiare, per essere provocata, sfidata, soccorsa, scossa, illuminata da nuove prospettive – leggo per crescere. In ogni libro leggo la promessa implicita di crescita – e mi sento tradita ogni volta che un libro non muta almeno di un poco la mia visione del mondo.

Dico tutto questo perchè Big Magic – ovviamente arrivato al momento giusto – ha svolto egregiamente il suo lavoro: mi ha dato uno scappellotto in testa, un’amichevole ma decisa strigliata e mi ha rispedito sulla retta vita. E io glie ne sono dannatamente grata.

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Ho amato ogni virgola di questo libro, e ogni aspetto della visione radicale, rivoluzionaria, democratica, dissacrante e spirituale che la Gilbert ha della creatività – ma con un notevole sforzo di volontà ho estrapolato solo 4 concetti e ve li propongo in questo post – nella speranza di convincervi a fare un favore a voi stessi e leggere questo libro. Eccoli.

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1. Invita la paura a venire con te, ma NON lasciarla guidare
Sono il tipo di persona che mette il coraggio nella top three dei suoi valori, fatico a trovare un insulto peggiore di “vigliacco”, e inorridisco e arretro quando viene pronunciata la parola “paura” in mia presenza. Ok, ho calcato un pò la mano, ma avete capito l’antifona.

Ed ecco che come sempre quando si ha una convinzione granitica, arriva qualcuno o qualcosa a infrangerla. In questo caso è stata Liz, gentile ma sicura, che mi dice:

La creatività è fatta per i coraggiosi, ma non per gli impavidi, ed è bene chiarire questa distinzione.
Coraggioso è chi fa qualcosa che gli fa paura.
Impavido è chi non conosce il significato della parola paura.
[…] La verità è che la paura serve, per ovvie ragioni di sopravvivenza. L’evoluzione ha fatto bene a dotarvi di questo istinto, perchè in assenza di paura la vostra sarebbe una vita breve, folle e stupida.

Io ringrazio per l’esame di realtà e lei continua dicendo che in realtà non solo la paura è fondamentale per la sopravvivenza, ma anche per la creatività. Paura e creatività sono come gemelle siamesi, dove c’è una c’è anche l’altra, perchè l’incertezza implicita nel lavoro creativo non può non risvegliare in noi la paura. Cercando di liberarsi della paura, quindi, si rischia di liberarsi inavvertitamente anche della creatività.

La soluzione, quindi, stà nel permettere alla paura di restare, ringraziarla per il lavoro svolto, ma non permetterle mai di guidarci.

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2. Considera l’ispirazione come un’entità esterna a te
Se siete persone scientifiche e razionali fate un bel respiro e aprite la mente più che potete prima di continuare.

Questo libro non è intitolato Big Magic senza cognizione di causa. La magia a cui si riferisce è letterale, “la magia di Hogwarts, per capirci”. La Gilbert crede che il nostro mondo non sia popolato solo dalle forme di vita che conosciamo, ma anche dalle idee:

Le idee sono forme di vita energetiche e incorporee, completamente separate da noi, ma in grado di interagire con noi – sebbene in modo strano. Le idee non hanno un corpo materiale, ma possiedono una coscienza e di sicuro sono dotate di volontà. Sono mosse da un unico impulso: essere rese manifeste. […]
Trascorrono l’eternità a girarci intorno, alla ricerca di un essere umano disponibile e compiacente. […] Quando un’idea pensa di aver trovato qualcuno in grado di portarla al mondo – uno di voi, mettiamo – vi farà visita.

È molto probabile che il primo pensiero suscitato in voi – sicuramente il primo suscitato in me – da questa visione soprannaturale della creatività sia qualcosa tipo: “Perchè? Perchè vederla in questo modo così poco concreto e razionale?”. Ma dopo l’iniziale perplessità, ho riconosciuto il fenomeno. Inequivocabilmente. Chiunque sia mai stato attraversato da un lampo di ispirazione sa che la sensazione è proprio questa: percepiamo l’idea come un’entità esterna a noi che improvvisamente ci entra dentro. Ma c’è anche un motivo di ordine pratico per cui sarebbe utile che facessimo nostra questa visione della creatività, ed è il seguente.

I greci e i romani credevano nell’esistenza del genio (o demone) della creatività – un’entità senza corpo fisico che viveva tra le mura di casa e aiutava l’artista durante il processo creativo. Per lungo tempo, quindi, non si è trattato di essere un genio, ma di avere un genio. Questa concezione del genio e della creatività, che oggi ci sembra superstiziosa e arcaica – aveva in realtà un enorme pregio: creava una distanza psicologica tra l’artista e l’opera, che lo proteggeva dai risultati – gloriosi o fallimentari – del suo lavoro. L’ego dell’artista era protetto sia dal prendersi tutto il merito della riuscita di un’opera – era merito anche del genio – sia dal dolore di un eventuale fallimento – la responsabilità non era interamente sua.

L’avvento del Rinascimento, e in particolare dell’Umanesimo, rivoluzionarono questa concezione, distogliendo l’attenzione dal divino e dal soprannaturale, e mettendo l’essere umano al centro dell’universo, considerandolo l’unico e solo artefice del suo destino: per la prima volta nella storia non si aveva un genio, ma si era un genio. Secondo la Gilbert questo fu un “enorme errore” – e se ci si pensa è chiaro che le implicazioni per il nostro fragile ego sono terribili.

In più, aggiungo io, credendo che la creatività venga interamente dall’interiorità dell’indivisuo si crea la falsa convinzione che ci siano individui nati con una provvista di genio, gli “artisti”, e tutti gli altri, che semplicemente ne sono sprovvisti. Io credo invece che la distinzione sia tra persone che sono in contatto, con la propria creatività, e altre che non lo sono.

Credere in un concetto soprannaturale non mi è mai sembrato così razionale.
[Per approfondire questi concetti non perderti questa meravigliosa Ted Talk.]

3. Ricorda che tutto ciò che è autentico è anche originale
Uno dei primi pensieri che mi hanno turbata subito dopo che l’idea di AccioBooks mi ha scelta per essere resa manifesta è stata: “Non funzionerà, non è abbastanza originale, sicuramente è già stato fatto” – fortunatamente non mi sono lasciata bloccare da questo pensiero, ma se avessi potuto leggere la risposta della Gilbert a questo tipo di interrogativi i miei timori si sarebbero sciolti come neve al sole:

Gli aspiranti scrittori mi dicono spesso: “Io un’idea ce l’avrei, ma ho paura che quello che voglio fare sia già stato fatto.” Ebbene si, probabilmente è già stato fatto. Molte cose sono già state fatte, ma non da voi. […] Che male c’è se ogni generazione prova gli stessi bisogni e si pone le stesse domande che gli esseri umani si pongono da anni? In fondo siamo tutti collegati gli uni agli altri e c’è per forza un pò di ripetizione nell’istinto creativo di ciascuno di noi. Tutto ci ricorda qualcosa. Ma mettete dietro un’idea il vostro registro personale e la vostra passione, e quell’idea diventerà vostra. […]
Dite quello che volete dire e fatelo con tutto il cuore. Condividete ciò che siete portati a condividere. Se è abbastanza autentico, credetemi, sarà anche originale.

Trovo l’idea che un lavoro autentico sia anche originale sia buona e giusta, pensateci: se ad ognuno dei 7 miliardi di esseri umani fosse chiesto di svolgere lo stesso tema, otterremo 7 miliardi di interpretazioni diverse. Alla luce di questo, ha senso preoccuparsi che il nostro lavoro sia unico? Non basta il semplice fatto che sia nostro a renderlo tale?

4. Crea sempre e solo per una ragione: il piacere di farlo
E, ultimo ma non ultimo, il concetto che più ha lasciato un segno dentro di me e ha cambiato il mio modo di vedere la creatività.

Non è un concetto che viene espresso in un punto specifico del libro, ma lo spirito che lo permea dalla prima all’ultima parola: l’importanza di creare per il piacere di farlo, e per nessun altra motivazione.

  • Non per il successo: «Questa prospettiva presuppone che il mistero dell’ispirazione operi secondo il nostro metro di giudizio, un metro di giudizio umano e limitato che si basa sul successo e sul fallimento, sul fatto di vincere o perdere […] Ma tutto questo cosa c’entra con la vocazione?»
  • Non per ottenere l’approvazione, il rispetto o le lodi altrui: «Le soddisfazioni non potevano dipendere dalle risposte degli altri, lo sapevo. Le soddisfazioni dovevano arrivare dalla gioia di mettere insieme il lavoro in sè, e dalla consapevolezza di aver scelto una strada di dedizione alla quale restavo fedele.»
  • Non per i soldi: «Intimare alla vostra arte “Devi guadagnare dei soldi per me!” è come dirlo a un gatto; non ha nessuna idea di che cosa stiate parlando e non farete che spaventarla, con tutto quel gridare e quella faccia strana.»
  • E – questa è la più difficile – non per aiutare gli altri, ma per aiutare voi stessi: «Vi prego, non cercate di aiutarmi. È davvero bello voler aiutare gli altri, ma non fatene la vostra motivazione principale, perchè avvertiremmo il peso della vostra intenzione.»

E allora, perchè dovremmo creare? Per divertirci. E perchè, in quanto umani, non possiamo fare altrimenti.

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Big Magic, Elizabeth Gilbert, Rizzoli, 230 p.

La sua assenza è come il cielo: si stende sopra ogni cosa.

Una delle qualità che più ammiro in un essere umano è l’onestà intellettuale. Ci sono  molti modi per definirla, probabilmente tanti quante sono le persone dotate di opinione. La mia personale definizione è:

Onestà intellettuale: la decisione di mettere la ricerca della verità sopra ogni cosa, sopra il proprio ego, sopra le proprie necessità di conferme o rassicurazioni. Il saper ammettere i propri errori e saper dire “hai ragione”, passando sopra il proprio ego per amore della Verità.

Quando C.S. Lewis ha scritto questo libriccino si trovava nella condizione ideale per dimenticare la propria onestà intellettuale e cedere a facili rassicurazioni: era prostrato dalla morte dell’amatissima moglie, appena uccisa da un cancro – questo diario è l’annotazione chirurgica della sua reazione a questa perdita. Una cronaca brutale del suo dolore.

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Credo che il modo in cui le persone decidono di reagire al dolore dica molto di loro – il modo in cui Lewis decide di reagire al suo dice: «Sono abbastanza forte da mostrare la mia debolezza. Soffro, ma non permetterò che il mio dolore mi conduca al vittimismo o al compatimento di me stesso. Non cederò a facili rassicurazioni. Non permetterò che il dolore mi rubi la mia onestà intellettuale.»

Lewis è un fervente cristiano, e qui si trova nella condizione ottimale per cedere alle lusinghe della sua religione riguardo la vita dopo la morte, sarebbe stata la via più facile – sicuramente la più battuta – ma è la più onestà che gli interessa. Sa che c’è solo una strada per superare il dolore: quella che gli passa attraverso. Tutte le altre sono menzogne.

Parlatemi della verità della religione e ascolterò con gioia. Parlatemi del dovere della religione e ascolterò con umiltà. Ma non venite a parlarmi delle consolazioni della religione, o sospetterò che non capite.

A meno, naturalmente, di non prendere per buone tutte quelle storie di ricongiungimenti «sull’altra riva», dipinti in termini affatto terreni. Ma sono cose che non hanno nulla a che fare con le Scritture, cose derivate da inni e litografie dozzinali. Nella Bibbia non ce n’è traccia. E poi suonano false. Lo sappiamo che non può essere così. La realtà non si ripete. Ciò che viene tolto e ciò che viene ridato non sono mai la stessa identica cosa.

Accarezza l’idea di negare del tutto l’esistenza del suo Dio, ma anche questa sarebbe una soluzione troppo semplicistica:

Una risposta, fin troppo facile, è che Dio sembra assente nel momento del nostro maggior bisogno appunto perchè è assente, perchè non esiste. Ma allora perchè sembra così presente quando noi, per dirla con franchezza, non Lo cerchiamo?

Affronta da tutti i punti di vista l’idea di un Dio malvagio, ma neanche questa soluzione lo soddisfa.
Quindi, abbandona la facile consolazione della promessa di un futuro ricongiungimento, abbandona la facile scappatoia del rifiuto e dell’odio verso Dio – e parte alla ricerca della Verità, passando attraverso il dolore.

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La “soluzione” a cui arriva è insieme spaventosa e rassicurante, ma è l’unica che riesce ad accettare, perchè è l’unica che sente vera: Dio è buono, ed è appunto per questo che ci fa sperimentare il dolore – perchè è l’unica via possibile per la nostra crescita.

La cosa terribile è che, sotto questo aspetto, un Dio perfettamente buono non incute meno paura di un Sadico Cosmico. Più siamo convinti che Dio ci fa soffrire solo per guarirci, meno credibile ci sembra che implorare di non far male serva a qualcosa. Un uomo crudele lo si potrebbe corrompere, potrebbe stancarsi del suo infame passatempo, potrebbe avere la sua parentesi di misericordia, come un alcolizzato ha le sue parentesi di sobrietà. Ma mettiamo invece di avere a che fare con un chirurgo che ha a cuore solo il nostro bene. Più sarà buono e coscienzioso, più sarà inesorabile nel tagliare. […]
Che cosa vogliono dire quelli che proclamano «Non ho paura di Dio, perchè so che è buono»? Non sono mai stati da un dentista?

Per quanto Diario di un dolore analizzi perfettamente la perdita di una persona amata, e sia quindi dolorosamente terapeutico per chi stia affrontando un lutto o una rottura sentimentale, cosiderarlo “solo” questo sarebbe riduttivo. Questo diario racchiude alcune delle più acute e sincere riflessioni sulla vita e la morte, Dio e la religione, l’amore e la condizione umana che io abbia mai letto. Immenso.

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Diario di un dolore, C.S. Lewis, Adelphi, 85 p.

Nella recensione di questa settimana vi parlo di uno dei romanzi più belli che ho letto negli ultimi anni, una potente historical novel inserita nelle liste dei migliori libri del 2013 dai più influenti magazine del mondo: The New York Times, O, The Washington Post, Chicago Tribute e The New Yorker. Ladies and gentelman, The Signature of All Things.

Elizabeth Gilbert è una delle mie autrici preferire – come avrà capito chi ha letto la mia recensione a Mangia prega ama – ma non solo: è una donna che mi ispira enormemente e mi commuove per la sua genuinità, il suo coraggio e la sua saggezza.
Se ne stà nel mio Olimpo letterario, tra Salinger, la Austen e Dickens, e qualcuno potrebbe pensare che la cosa la imbarazzi e le faccia nascere un leggero senso di inferiorità, ma vi assicuro che in realtà lei è serafica e soddisfatta della sua posizione.

La adoro per molti motivi diversi, ma se dovessi scegliere i principali sarebbero questi:

1. I leitmotiv delle sue opere sono i temi che mi stanno più a cuore al mondo: la crescita personale, il viaggio (quello fisico e quello alla ricerca di sé stessi), la spiritualità, la creatività, le relazioni sentimentali – il tutto raccontato attraverso il suo spirito femminista e libero (che ha riversato nella protagonista di The Signature of All Things, come vedremo tra poco).

2. Scrivere è la sua vocazione, e la ammiro enormemente per non averla abbandonata durante molti anni di rifiuti e fallimenti – come racconta in questa intervista che vi consiglio di non perdervi per nessuna ragione al mondo. Adoro il suo riuscire a passare con leggerezza e grazia attraverso ogni genere letterario possibile – giornalismo, racconti, memoir, romanzo, saggio – e riuscire nonostante questo a rimanere sempre se stessa.

Venendo a The Signature of All Things, tradotto in italiano da Rizzoli Il cuore di tutte le cose – l’ho amato, e la cosa non mi ha stupito neanche un pò.

La trama: Alma nasce nel 1800, insieme al nuovo secolo. Figlia dell’imprenditore più ricco di Philadelphia, cresce in un’immensa magione, White Acre; istruita in maniera rigorosa dalla madre fino dalla più tenera età, Alma compensa con intelligenza, curiosità e cultura la sua mancanza di avvenenza e propensione per la vita di società. Vive in relativo isolamento, dedicando la sua vita alla studio della botanica e al mantenimento dell’impero paterno, fino ai 50 anni, quando la sua ormai collaudata e ampiamente accettata vita di zitella viene sconvolta dall’entrata in scena di Ambrose Pike, giovane e dotatissimo illustratore botanico – sognatore quanto Alma è concreta, spirituale quanto Alma è razionale. Ambrose si rivela essere una creatura misteriosa, e porta con se numerosi enigmi che, per la prima volta, spingono Alma oltre i confini di White Acre, e fino a Tahiti prima, e Amsterdam poi.

Si tratta di un lunghissimo, epico romanzo-fiume, che segue Alma dal momento della nascita a quello della morte. Una biografia immaginaria così realistica e accurata, e intrecciata con fatti e personaggi realmente eistiti, da farti dubitare che Alma sia solo un personaggio letterario (quando la sua carriera di naturalista si intreccia con quella di Charles Darwin sono corsa sul web ad assicurarmene).
Ci si affeziona così tanto a lei  – un magistrale esempio di personaggio femminile forte ma profondamente vero, accurato, umano – da sentire un senso di perdita una volta girata l’ultima pagina (personalmente, con una lacrimuccia e un sorriso commosso che riservo solo ai libri che mi hanno davvero toccato il cuore).

I would like to spend the rest of my days in a place so silent–and working at a pace so slow–that I would be able to hear myself living.

La Gilbert si conferma una magistrale, abilissima narratrice – e questo romanzo è così vivido da darti l’illusione di toccare con mano i preziosi muschi di Alma, di sentire la sabbia di Tahiti sotto i piedi, di vedere lo sfarzo di White Acre – questo libro sà di vita vera.

E qui finisce la mia recensione a questo libro amatissimo – fatemi sapere se avete mai letto qualcosa di Liz Gilbert e cosa ne pensate, e se questo post vi è piaciuto non dimenticate di condividerlo sui social – share the love 🙂

Buona settiamana a tutti voi!
Gloria

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Il cuore di tutte le cose, Elizabeth Gilbert, Rizzoli, 636 p.

Vincitore del Premio Bancarella, Premio John Fante e Premio Campiello 2015 – ecco a voi un romanzo “su un guagliuncello incantato che fischia amore e libertà”.

Il mio nome non è proprio Isidoro Sifflotin, eh.

Questo è un libro felice. Non tanto per la trama – quella, come la vita, è tristelice* – ma per lo spirito. È chiarissimo come l’intento (riuscito) di Ianniello fosse quello di scrivere un libro gioioso, leggero, fischiettante. (E tra l’altro, gli occhi a cuore che gli vengono quando parla dei suoi personaggi sono adorabili.)

E ve lo dice una che di libri leggeri se ne intente: sono i miei preferiti. Non ho mai trovato nessun senso o utilità nei libri che trasmettono una visione pessimista del mondo, che ti lasciano con una cappa di grigiore e speranze infrante addosso. E non perchè vedo i libri come un mezzo di evasione per scappare da un mondo doloroso, che ha quindi la responsabilità di essere il più spensierato possibile. Tutto il contrario: perchè sono un’inguaribile ottimista, che nonostante tutti i bassi della vita vede il mondo come un posto davvero positivo, e quindi le opere felici mi sono sempre sembrate anche le più sincere.

Questo è un libro felice. Non tanto per la trama - quella, come la vita, è tristelice* - ma per lo spirito

E La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, comunque, non è quel tipo di leggero che ignora i bassi della vita – è leggero in virtù dei bassi della vita (il miglior tipo di leggero).

Il nostro eroe nasce in Campania, sulla caviglia dello stivale, precisamente nel paesello (realmente esistente) di Mattinella. Isidoro mostra il suo essere speciale fin dal suo primo attimo di vita: al posto di piangere, fischia. Ma non fischia come gli umani, fischia proprio come gli uccelli.

I genitori di Isidoro, Quirino (sindacalista, comunista, poeta, orgogliosamente strabico e amante delle belle parole) e Stella (pastaia dolcissima dal passato misterioso – “perchè chi non attraversa la disgrazia non conoscerà mai la grazia”) sono il prototipo dell’amore genitoriale – e sono quasi riusciti a scalzare Atticus Finch (il padre di Scout ne Il buio oltre la siepe) dalla vetta della mia personale classifica dei perfetti genitori letterari. Che è tutto dire.

Isidò!
Tu ti devi ricordare sempre che sei una persona speciale, che sei straordinario, e non dare lo sfizio alla gente di dirti che sei normale. Quando qualcuno eventualmente ti dice così, perchè qualche strunzo ce sta sempre, tu rispondi: “Guardate che ci sono almeno due persone sulla Terra, ma sicuramente più di due, che vivono per vedere il mio sorriso, che si esaltano pure se mi vedono solo mangiare o correre, e non ti dico poi se gli racconto una cosa che mi è successa quando stavo solo, si fanno divorare dalla contentezza. Quindi, normale, ‘nu par’e palle”.

Questo è un libro felice. Non tanto per la trama - quella, come la vita, è tristelice* - ma per lo spirito

L’essere metà bambino metà uccello porta Isidoro a fare amicizia con Alì, merlo indiano del negozio di animali del paese, con cui inizia a creare un fischiabolario – un vocabolario del loro linguaggio fischiato – che si evolverà poi in un intento utopico e meraviglioso (retaggio paterno): insegnare il linguaggio degli uccelli alla gente comune, ai poveri, ai diseredati, per dotarli di un linguaggio tutto loro, che i potenti non possano capire, per aiutarli a organizzare una rivoluzione pacifica che porterà ad un mondo più giusto.

«Ci insegno alle persone che vengono al concerto, che so’ tutti poveri più o meno, un pò di parole fischiate, così incominciano a impararsi ‘na lingua, diciamo, che sanno solo loro, e la possono usare poi in futuro per parlare senza farsi capire, e organizzano un mondo diverso all’insaputa dei ricchi, e questo mondo naturalmente sarà più giusto di mo, e non che ridono sempre gli stessi e piangono sempre gli stessi, ma che si ride e si piange un pò per uno.»
«O che non si piange proprio, si ride solo!»
«Ah, meglio ancora!»

Ma proprio mentre l’intento di Isidoro incomincia a concretizzarsi, la Natura sconvolge i suoi piani e la sua vita.

Questo è un libro felice. Non tanto per la trama - quella, come la vita, è tristelice* - ma per lo spirito

Si fatica a credere che questa perla sia l’opera prima di Ianniello (attore, regista e traduttore) per quanto la prosa è felice (again!) e naturale (sembra non abbia fatto altro per la sua intera vita) – e una menzione d’onore va fatta all’uso del dialetto napoletano: mai tanto da rendere la lettura difficoltosa, mai così poco da snaturare i personaggi.

Insomma: adorabile, non perdetevelo.

* tristelice è un mix di “triste” e “felice” – uno dei bellissimi mix di parole creati da Quirino. Tanto amore.

“Isidoro!”
“Uè, papà!”
“Qual’è la capitale delle Francia?”
“Praga!”
“Sta bene! E chi è l’uomo più felice?”
“Quello che gode della felicità altrui!”

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La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, Enrico Ianniello, Feltrinelli, 265 p.