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Inspiration & Life Style

Se mi seguite sapete che sono fermamente convinta del fatto che ogni libro arriva nella nostra vita esattamente al momento giusto, ma per Tecniche di resistenza interiore la serendipità è stata così evidente da stupire persino una firm believer come me.

Mi è stato regalato da una persona che mi conosce benissimo, in un momento in cui mi serviva una decisa spinta interiore – ed è qui che è entrato in gioco il pregio più evidente di questo libro: mi ha reso consapevole di alcune fondamentali risorse che ci sono state date in dote in quanto esseri umani – ma che a causa di come la società ci educa e ci abitua a vivere, rimangono tristemente inutilizzate – e solo in virtù di questo è riuscito a motivarmi enormemente all’auto-miglioramento, alla perseveranza, alla lotta. In poche parole: a scovare queste risorse dentro di me e portarle alla luce.

Tecniche di resistenza interiore

Pietro Trabucchi è psicologo, scrittore e docente all’Università di Verona. Si occupa di preparazione mentale di atleti olimpici e squadre nazionali – che, a giudicare da quanto la semplice lettura di questo libro ha motivato me, sono in ottime mani: ancora prima di finirlo avevo incominciato a correre regolarmente e accettato un posto di lavoro che prima non avrei preso in considerazione.

Ho cercato di parlarvene velocemente su Instagram, ma riassumere il suo messaggio in poche righe non gli rendeva giustizia. Ecco qui allora, con più respiro, i miei tre concetti preferiti del libro:

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Nel mondo di oggi, in cui la crisi non è più una situazione transitoria ma la nuova realtà, la soluzione non può essere l’affidarsi a politici e capi di stato. Se ci saranno dei cambiamenti “dall’alto” sicuramente avranno un impatto nella vita dei singoli, ma l’unico cambiamento che può fare veramente la differenza è quello individuale.

Il lavoro sul singolo può essere percepito da alcuni come uno sforzo infimo e irrilevante, oppure egoistico e disinteressato. In realtà, dice Trabucchi:

«La globalizzazione ci rende tutti vincolati e corresponsabili […] ognuno porta su di sé una parte della responsabilità dell’intero pianeta.»

Questo concetto mi ha ricordato una frase in cui mi sono imbattuta spesso sul web: hurt people hurt people. Le persone ferite feriscono le persone. E se questo concetto è vero (e lo è), sono veri anche i suoi vari corollari: le persone felici rendono felici le persone. Le persone libere liberano le persone. Quello che siamo ha impatto su chi entra in contatto con noi come nient’altro. Per questo il lavoro interiore su noi stessi è di importanza capitale.

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La resilienza è una delle caratteristiche che ci differenziano dalle altre specie animali.
La parola resilienza viene dalla metallurgia e indica la resistenza del metallo alla rottura. Viene a sua volta dal latino resilio, che descrive il gesto di risalire su una barca rovesciata dalla forza del mare. In psicologia viene utilizzata per indicare la resistenza di un individuo di fronte alle avversità.

Nell’uomo è enormemente più sviluppata che nelle altre specie. La causa risale al Pleistocene, quando i nostri antenati, a causa delle continue glaciazioni, non hanno più potuto contare sul solo raccolto per il loro sostentamento e hanno dovuto trasformarsi in cacciatori.

Tecniche di resistenza interiore

Visto che a livello fisico l’uomo è nettamente inferiore a qualsiasi altro predatore (nel regno animale siamo l’equivalente del secchione occhialuto negato in educazione fisica), l’unico modo per avere la meglio su una preda era la tecnica che oggi viene chiamata persistence hunting: la preda veniva inseguita e braccata fino a quando non moriva di sfinimento. Questo ci ha resi specialisti di endurance, resistenza a enorme disagio fisico e psicologico.

In più, ci ha resi capaci di tollerare la gratificazione dilazionata: la motivazione degli altri animali è orientata alla gratificazione immediata, il che li rende incapaci di tollerare il disagio in vista di una gratificazione non immediata, cosa che noi invece sappiamo fare.

Se questo è il nostro patrimonio genetico, perchè oggi la maggior parte di noi fatica a portare avanti progetti che non prevedono un risultato immediato, ad allenarci due volte a settimana, o a tollerare un raffreddore senza aspirina? Cosa ci è successo?

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Ci è successo di nascere nel più lungo periodo di pace e benessere mai sperimentato dall’umanità. Il benessere atrofizza la resilienza perchè le toglie ragioni d’essere. La conseguenza è un tragico calo della resistenza alla fatica e al disagio fisico, ma, ancora più preoccupante, psicologico.

Il problema viene accentuato da una società che ci educa a pensare di non potercela fare da soli, e di non poter tollerare neppure una dose minima di scomodità o privazioni (per poi poterci vendere la soluzioni a tali “avversità”), che per i nostri antenati (o semplicemente nonni) sarebbero state irrisorie o inesistenti.

La soluzione, ancora una volta, deve essere una profonda consapevolezza, sia di questi meccanismi dannosi, sia di quanto siano ampie le risorse potenziali degli esseri umani.
Una volta ottenuta questa consapevolezza il nostro compito è quello di sviluppare le nostre risorse interne, processo che non avviene attraverso una conoscenza teorica, ma attraverso un vero e proprio allenamento, che deve essere svolto con perseveranza e costanza. Come? Non vi resta che leggere il libro (:

«La caccia persistente – intesa come arte di imparare a inseguire un obiettivo nonostante ostacoli e difficoltà – non è solo una nozione antropologica: è il paradigma dell’esistenza umana.»

Se mi conoscete un pochino lo sapete: credo che se poniamo una domanda – ad alta voce o a bocca chiusa – l’Universo non tarderà a darci una risposta, sotto forma di coincidenze, segnali, seredipità varie: come palline di pane che ci indicano la Via. E penso anche che queste risposte saranno in una lingua che noi possiamo capire. Per me, ovviamente, questa lingua è quella dei libri: spesso coincidenze e segnali mi appaiono sotto forma di titoli eloquenti, frasi lapidarie che sembrano rivolgersi proprio a me, nomi speciali che spuntano all’improvviso tra le righe. Così spesso che ho coniato un termine per descrivere il fenomeno: bookserendipity.

In questo periodo le domande che pongo silenziosamente ma insistentemente all’Universo parlano di pazienza, tempistiche, fretta, attese – e credo siano abbastanza universali. Suonano più o meno così: quanto ancora dovrò aspettare per ottenere X e Y? Perchè ogni progresso nella mia vita sembra così lento? È normale che il viaggio per arrivare da A a B sia così lungo? 

Quello che è successo poi è che l’Universo ha incominciato a rispondere alle mie domande, e lo ha fatto nel suo solito modo sottile ma inequivocabile: ha incominciato a nascondere (ma neanche troppo) risposte alle mie domande in ogni libro che leggo, sfoglio, o anche solo apro casualmente – una valanga di saggezza sul tema della pazienza è piovuta dal cielo su di me. Eccole qui, tutte le citazioni che mi sono capitate sotto gli occhi in questo periodo, voglio condividerle con voi, per i momenti in cui vi sembrerà di non avanzare di un passo, e l’impazienza prederà il sopravvento.

* Spoiler: il tempo che ci state mettendo è esattamente il tempo giusto. *

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«Quando un guerriero ha acquisito la pazienza è sulla via che porta alla volontà. Sa come aspettare. La sua morte siede con lui sulla stuoia, sono amici. […] Si accorge di poter veramente toccare tutto ciò che vuole con una sensazione che esce dal suo corpo da un punto appena sotto o sopra il suo ombelico. Quella sensazione è la volontà. E quando l’uomo è capace di afferrare le cose con essa, si può dire a ragion veduta che il guerriero è uno sciamano, e che ha acquisito la volontà.» – Carlos Castaneda, Una realtà separata

«Sono così fortemente consapevole della mia capacità di manifestare l’essenza dei miei desideri che riesco a mantenermi paziente e distaccato dal modo in cui si manifestano i dettagli, anche di fronte a quelle che potrebbero apparire come insormontabili disparità. Ricordate che non ci sono tabelle di marcia quando avete una pazienza infinita. Non c’è fallimento quando siete distaccati dal modo in cui avviene la manifestazione della vostra essenza spirituale. La vita segue il suo corso. Sappiatelo, e lasciate che l’universo pensi ai dettagli. […] Distaccarsi dai risultati significa evitare di attraversare la vita di corsa. Pensate a quel seme che è stato piantato nel terreno e sta diventando una quercia. Immaginate di tirar fuori dalla terra il seme dopo tre settimane per vedere come sta diventando e capire se c’è qualcosa che potete fare per accelerare il processo in modo tale da rispettare la vostra tabella di marcia.» – Wayne W. Dyer, Inventarsi la vita

«I fiumi lo sanno: non c’è fretta. Arriveremo laggiù, alla fine.» – A.A. Milne, Winnie Puh

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«A chi ha fede, a chi è paziente, a chi è ermeticamente puro, le cose più importanti di questo mondo – non la vita e la morte che sono soltanto dei nomi ma le cose veramente importanti – riescono meravigliosamente.» – J.D. Salinger, Seymour. Introduzione

«Vedi, Kamala, se tu getti una pietra nell’acqua, essa si affretta per la via più breve fino al fondo. E così è di Siddharta, quando ha una meta, un proposito. Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa, aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come la pietra attraverso l’acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia cadere. La sua meta lo tira a sé, poichè egli non conserva nulla nell’anima propria, che potrebbe contrastare questa meta. Questo è ciò che Siddharta ha imparato dai Samana. Questo è ciò che gli stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei demoni. Ognuno può compiere opere di magia, ognuno può raggiungere i proprio fini, se sa pensare, se sa aspettare, se sa digiunare.» – Hermann Hesse, Siddharta


Spero che abbiamo aiutato/ispirato te quanto l’hanno fatto con me – condividi questo articolo con le persone della tua vita che pensi possano beneficiare di questi messaggi  ♥  #sharethelove

P.s. Questa mattina mi è stato detto: «Tu non stai aspettando, ti stai preparando.»

La mattina del 1 gennaio ho deciso di iniziare il nuovo anno con qualcosa che mi facesse guardare a quello passato con gratitudine, e al 2016 con speranza. Mi sono alzata dal letto e ancora in pigiama/piedi nudi ho incominciato ad arrampicarmi qui e là sulle librerie di casa per trovare tutti i libri che quest’anno ho ottenuto su AccioBooks (il sito dedicato allo scambio di libri che ho aperto da poco più di un anno).

E, oh hey!, la pila è altissima e pericolante — sono 29 libri! (con un 30esimo in arrivo). 
Sono tutti in ottime condizioni, molti grandi successi, qualche perla rara — ma la cosa migliore è che non li ho pagati con soldi, ma con altri libri, che io avevo già letto e che quindi potevo lasciar andare (QUI trovate tutto sul funzionamento di AccioBooks). E sapete una cosa? Mi è sembrato l’unico modo in cui i libri andrebbero ottenuti.

Lo scambio di libri è una di quelle pratiche che ti cambiano la vita; sia materialmente (da quando ho iniziato a praticarlo non ho quasi più comprato un libro nuovo e, dopo aver eliminato tutti i libri che non mi interessavano più, ho una libreria che davvero parla di me) sia interiormente (liberarsi dal superfluo dà una meravigliosa sensazione di leggerezza).

Qui sotto trovate i 7 motivi principali per cui consiglio ad ogni appassionato di libri di provarlo, con la certezza che una volta iniziato, smettere sarà impossibile. Si parte!

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1. Restituisci ai libri la loro vera ragione d’essere
Questo principio è la certezza che c’è alla base di AccioBooks: vedo i libri come dei messaggeri, e sono convinta che la loro ragione d’esistere sia di portare il loro messaggio a più persone possibili.
Lasciando i libri a prendere polvere su uno scaffale li priviamo del loro scopo ultimo. Avete mai pensato che un libro che a voi non è piaciuto potrebbe cambiare la vita di qualcun altro? E non è un gesto meraviglioso dargli la possibilità di farlo, rendendolo di nuovo libero di viaggiare? Io credo fortissimamente che la risposta sia si.

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2. I libri usati sono oggetti affascinanti e magici
Per tutta la vita ho comprato solo libri nuovi, i più intonsi e perfetti che riuscivo a trovare, ma lo scambio di libri mi ha iniziata al fantastico mondo dei libri di seconda mano. A parte gli ovvi vantaggi pratici – libri scontatissimi, fuori catalogo o in fascinose edizioni vintage – i libri usati, con le loro pagine segnate dal tempo e impregnate delle emozioni, dalle risate e dalle lacrime dei precedenti proprietari, sono oggetti letteralmente magici. Lo pensava anche Virginia Woolf.

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3. La condivisione aumenta la ricchezza
Avete notato che quando condividete qualcosa che amate con qualcun altro la magia non si dimezza ma si moltiplica? Condividere un oggetto carico di significato come un libro aumenta esponenzialmente questa semplice legge della natura.

4. Ti allena al distacco dai beni materiali
Se separarci dai libri del cuore ci sembra un’impresa ai limiti dell’impossibile, diversa è la questione per tutti quei libri che non ci sono piaciuti, che ci sono piaciuti discretamente, o anche molto, ma con cui non abbiamo nessun legame affettivo e sappiamo non rileggeremo di nuovo. Guardate le vostra libreria: se andasse a fuoco, quanti sono i libri che vi spezzerebbe davvero il cuore perdere, con cui avete un vero legame emotivo? E di quanti invece non sentireste la mancanza? Gli appartenenti al secondo gruppo sono i candidati ideali per lo scambio, e grazie a loro ti abituerai gradualmente a liberarti di beni materiali che non ci sono indispensabili, ma ci danno l’illusione di esserlo – è una pratica che fa bene al cuore. E chissà che un giorno non arriveremo tutti a condividere anche i nostri libri del cuore ; )

5. Ti aiuta a creare una libreria che ti somiglia davvero
Prima che iniziassi a praticare lo scambio la mia libreria era un miscuglio disordinato dei libri di tutta una vita, conteneva: i libri illustrati di quando ancora non avevo imparato a leggere, i tremendi libri adolescenziali, i libri del cuore, libri che avevo odiato, libri che non mi ricordavo nemmeno di possedere, i libri che mi avevano cambiato la vita e quelli con cui avevo sprecato un pomeriggio.
Dopo un anno di scambi la mia libreria contiene: i libri che ho davvero amato e con cui ho un vero legame emotivo, e libri che non ho ancora letto ma che non vedo l’ora di iniziare.
E senza che il numero sia variato. Tornerei indietro? Mai. Voglio che la mia libreria, come ogni altra cosa nella mia vita, sia sgombra dal superfluo e mi somigli davvero.

6. Fai un favore al Pianeta Terra
Scegliere di donare nuova vita ai libri usati e di lasciarli liberi di viaggiare di proprietario in proprietario, riduce l’utilizzo di carta vergine e non necessita di processi di riciclaggio. Riutilizzare è più ecologico che produrre o riciclare.

7. Fai un favore al tuo portafoglio
E per l’ultimo punto, porto il discorso in territori più materiali, ma non per questo meno rilevanti.
Se avessi comprato in libreria tutti i libri che ho ottenuto quest’anno con lo scambio avrei speso oltre 250€; utilizzando il booksharing, gli unici soldi che ho speso sono quelli utilizzati per le spedizioni, per un totale di 37€ – il prezzo di 2-3 libri nuovi, su un totale di 30 libri ottenuti. Devo aggiungere altro?

Ecco qua! Questa è la mia Top 7 dei motivi per cui amo lo scambio di libri, per cui non tornerei mai indietro ai volumi intonsi delle librerie, e del perchè AccioBooks ruota intorno a questa pratica magica e benefica.
Ma ora voglio sapere di te: hai mai provato lo scambio di libri? Lo ami quanto me? E se no, perchè?

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Gloria

21 giorni fa ho iniziato un progetto su Instagram, introducendolo con queste parole: “Tra le milioni di cose che la mia mente iperattiva sta cercando di padroneggiare c’è questa: mantenere una mentalità positiva, riconoscente, ottimista. 
Chi mi conosce sa che la positività non è sempre stata il mio forte, ma sono convinta si tratti di una delle cose più importanti e vitali che possiamo imparare come esseri umani – e guarda caso anche una delle più difficili – quindi ci sto mettendo tutto l’impegno di cui sono capace. Spesso è l’esatto opposto di quello che società, famiglia e amici ci hanno insegnato – quindi praticare la positività richiede uno sforzo costante – sforzo che in questo periodo, per quanto mi riguarda, stà fallendo miseramente. Ouch. 
Così ho raccolto 21 citazioni positive, le più positive che sono riuscita a trovare, e le pubblicheró ogni mattina per 21 giorni – per avere un mantra da seguire che mi mantenga sulla retta via (e spero che accidentalmente aiuti anche voi). Perchè proprio 21? È il numero di giorni per i quali va svolta un’azione prima che la nostra mente la trasformi in un’abitudine.”

E ora che i 21 giorni sono finiti eccole qua, tutte raccolte in questo post, che spero possa essere un antidoto all’umore nero, ai temporali, alle bad day – pronti? Eccole.

[Le quote senza autore sono frasi che circolano sul web ma che non sono attribuite a nessuno in particolare.]

#1 / Quote by Emma Watson

 

#2 / Quote by John Maxwell

#3

#4

#5

#6 / Quote by Zelda Fitzgerald

#7 / Quote by Lao Tzu

#8 / Quote by Francis Scott Fitzgerald

#9 / Quote by Leo Tolstoy

#10

#11

#12 / Quote by Dallas Clayton

#13 / Quote by Marianne Williamson

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#14

#15 / Quote by Chris Assaad

#16

#17 / Quote by Thomas S. Monson

#18 / Quote mia, da questo articolo 😉

#19 / Quote by Samuel Beckett

#20 / Quote by Sarah Breathnach

#21 / Quote by Paulo Coelho

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Se seguite il mio blog sapete quanto amo Elizabeth Gilbert (1 | 2) – e sono sicura che da appassionati di libri conoscete la meravigliosa sensazione di avere tra le mani, finalmente, il nuovo libro – intonso, inedito e perfetto – del vostro autore preferito: è una promessa di felicità.

Con una premessa del genere la delusione era pericolosamente vicina, ma Big Magic non ha deluso le mie – altissime, credetemi – aspettative.

Di cosa si tratta, innanzitutto. È un libro sulla creatività – che non viene qui intesa come una qualità innata di cui sono dotati pochi, fortunati individui – e sull’importanza di vivere una vita creativa – che non viene qui intesa necessariamente come una vita dedicata esclusivamente all’arte.

Il libro si basa invece su questa luminosa definizione dell’essere umano: “siamo tutti depositari ambulanti di tesori sepolti” – il viaggio per portarli alla luce è la vita creativa: “una vita vissuta sulla spinta della curiosità e non della paura”.

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Qualche giorno fa ho pubblicato su Instagram questa citazione di Emil Cioran a cui credo con tutto il cuore:

Un libro deve frugare nelle ferite, anzi, deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo.

E sempre Cioran ribadisce il concetto:

Un libro che lascia il lettore uguale a com’era prima di leggerlo è un libro fallito.

Io leggo per essere messa in discussione, leggo per cambiare, per essere provocata, sfidata, soccorsa, scossa, illuminata da nuove prospettive – leggo per crescere. In ogni libro leggo la promessa implicita di crescita – e mi sento tradita ogni volta che un libro non muta almeno di un poco la mia visione del mondo.

Dico tutto questo perchè Big Magic – ovviamente arrivato al momento giusto – ha svolto egregiamente il suo lavoro: mi ha dato uno scappellotto in testa, un’amichevole ma decisa strigliata e mi ha rispedito sulla retta vita. E io glie ne sono dannatamente grata.

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Ho amato ogni virgola di questo libro, e ogni aspetto della visione radicale, rivoluzionaria, democratica, dissacrante e spirituale che la Gilbert ha della creatività – ma con un notevole sforzo di volontà ho estrapolato solo 4 concetti e ve li propongo in questo post – nella speranza di convincervi a fare un favore a voi stessi e leggere questo libro. Eccoli.

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1. Invita la paura a venire con te, ma NON lasciarla guidare
Sono il tipo di persona che mette il coraggio nella top three dei suoi valori, fatico a trovare un insulto peggiore di “vigliacco”, e inorridisco e arretro quando viene pronunciata la parola “paura” in mia presenza. Ok, ho calcato un pò la mano, ma avete capito l’antifona.

Ed ecco che come sempre quando si ha una convinzione granitica, arriva qualcuno o qualcosa a infrangerla. In questo caso è stata Liz, gentile ma sicura, che mi dice:

La creatività è fatta per i coraggiosi, ma non per gli impavidi, ed è bene chiarire questa distinzione.
Coraggioso è chi fa qualcosa che gli fa paura.
Impavido è chi non conosce il significato della parola paura.
[…] La verità è che la paura serve, per ovvie ragioni di sopravvivenza. L’evoluzione ha fatto bene a dotarvi di questo istinto, perchè in assenza di paura la vostra sarebbe una vita breve, folle e stupida.

Io ringrazio per l’esame di realtà e lei continua dicendo che in realtà non solo la paura è fondamentale per la sopravvivenza, ma anche per la creatività. Paura e creatività sono come gemelle siamesi, dove c’è una c’è anche l’altra, perchè l’incertezza implicita nel lavoro creativo non può non risvegliare in noi la paura. Cercando di liberarsi della paura, quindi, si rischia di liberarsi inavvertitamente anche della creatività.

La soluzione, quindi, stà nel permettere alla paura di restare, ringraziarla per il lavoro svolto, ma non permetterle mai di guidarci.

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2. Considera l’ispirazione come un’entità esterna a te
Se siete persone scientifiche e razionali fate un bel respiro e aprite la mente più che potete prima di continuare.

Questo libro non è intitolato Big Magic senza cognizione di causa. La magia a cui si riferisce è letterale, “la magia di Hogwarts, per capirci”. La Gilbert crede che il nostro mondo non sia popolato solo dalle forme di vita che conosciamo, ma anche dalle idee:

Le idee sono forme di vita energetiche e incorporee, completamente separate da noi, ma in grado di interagire con noi – sebbene in modo strano. Le idee non hanno un corpo materiale, ma possiedono una coscienza e di sicuro sono dotate di volontà. Sono mosse da un unico impulso: essere rese manifeste. […]
Trascorrono l’eternità a girarci intorno, alla ricerca di un essere umano disponibile e compiacente. […] Quando un’idea pensa di aver trovato qualcuno in grado di portarla al mondo – uno di voi, mettiamo – vi farà visita.

È molto probabile che il primo pensiero suscitato in voi – sicuramente il primo suscitato in me – da questa visione soprannaturale della creatività sia qualcosa tipo: “Perchè? Perchè vederla in questo modo così poco concreto e razionale?”. Ma dopo l’iniziale perplessità, ho riconosciuto il fenomeno. Inequivocabilmente. Chiunque sia mai stato attraversato da un lampo di ispirazione sa che la sensazione è proprio questa: percepiamo l’idea come un’entità esterna a noi che improvvisamente ci entra dentro. Ma c’è anche un motivo di ordine pratico per cui sarebbe utile che facessimo nostra questa visione della creatività, ed è il seguente.

I greci e i romani credevano nell’esistenza del genio (o demone) della creatività – un’entità senza corpo fisico che viveva tra le mura di casa e aiutava l’artista durante il processo creativo. Per lungo tempo, quindi, non si è trattato di essere un genio, ma di avere un genio. Questa concezione del genio e della creatività, che oggi ci sembra superstiziosa e arcaica – aveva in realtà un enorme pregio: creava una distanza psicologica tra l’artista e l’opera, che lo proteggeva dai risultati – gloriosi o fallimentari – del suo lavoro. L’ego dell’artista era protetto sia dal prendersi tutto il merito della riuscita di un’opera – era merito anche del genio – sia dal dolore di un eventuale fallimento – la responsabilità non era interamente sua.

L’avvento del Rinascimento, e in particolare dell’Umanesimo, rivoluzionarono questa concezione, distogliendo l’attenzione dal divino e dal soprannaturale, e mettendo l’essere umano al centro dell’universo, considerandolo l’unico e solo artefice del suo destino: per la prima volta nella storia non si aveva un genio, ma si era un genio. Secondo la Gilbert questo fu un “enorme errore” – e se ci si pensa è chiaro che le implicazioni per il nostro fragile ego sono terribili.

In più, aggiungo io, credendo che la creatività venga interamente dall’interiorità dell’indivisuo si crea la falsa convinzione che ci siano individui nati con una provvista di genio, gli “artisti”, e tutti gli altri, che semplicemente ne sono sprovvisti. Io credo invece che la distinzione sia tra persone che sono in contatto, con la propria creatività, e altre che non lo sono.

Credere in un concetto soprannaturale non mi è mai sembrato così razionale.
[Per approfondire questi concetti non perderti questa meravigliosa Ted Talk.]

3. Ricorda che tutto ciò che è autentico è anche originale
Uno dei primi pensieri che mi hanno turbata subito dopo che l’idea di AccioBooks mi ha scelta per essere resa manifesta è stata: “Non funzionerà, non è abbastanza originale, sicuramente è già stato fatto” – fortunatamente non mi sono lasciata bloccare da questo pensiero, ma se avessi potuto leggere la risposta della Gilbert a questo tipo di interrogativi i miei timori si sarebbero sciolti come neve al sole:

Gli aspiranti scrittori mi dicono spesso: “Io un’idea ce l’avrei, ma ho paura che quello che voglio fare sia già stato fatto.” Ebbene si, probabilmente è già stato fatto. Molte cose sono già state fatte, ma non da voi. […] Che male c’è se ogni generazione prova gli stessi bisogni e si pone le stesse domande che gli esseri umani si pongono da anni? In fondo siamo tutti collegati gli uni agli altri e c’è per forza un pò di ripetizione nell’istinto creativo di ciascuno di noi. Tutto ci ricorda qualcosa. Ma mettete dietro un’idea il vostro registro personale e la vostra passione, e quell’idea diventerà vostra. […]
Dite quello che volete dire e fatelo con tutto il cuore. Condividete ciò che siete portati a condividere. Se è abbastanza autentico, credetemi, sarà anche originale.

Trovo l’idea che un lavoro autentico sia anche originale sia buona e giusta, pensateci: se ad ognuno dei 7 miliardi di esseri umani fosse chiesto di svolgere lo stesso tema, otterremo 7 miliardi di interpretazioni diverse. Alla luce di questo, ha senso preoccuparsi che il nostro lavoro sia unico? Non basta il semplice fatto che sia nostro a renderlo tale?

4. Crea sempre e solo per una ragione: il piacere di farlo
E, ultimo ma non ultimo, il concetto che più ha lasciato un segno dentro di me e ha cambiato il mio modo di vedere la creatività.

Non è un concetto che viene espresso in un punto specifico del libro, ma lo spirito che lo permea dalla prima all’ultima parola: l’importanza di creare per il piacere di farlo, e per nessun altra motivazione.

  • Non per il successo: «Questa prospettiva presuppone che il mistero dell’ispirazione operi secondo il nostro metro di giudizio, un metro di giudizio umano e limitato che si basa sul successo e sul fallimento, sul fatto di vincere o perdere […] Ma tutto questo cosa c’entra con la vocazione?»
  • Non per ottenere l’approvazione, il rispetto o le lodi altrui: «Le soddisfazioni non potevano dipendere dalle risposte degli altri, lo sapevo. Le soddisfazioni dovevano arrivare dalla gioia di mettere insieme il lavoro in sè, e dalla consapevolezza di aver scelto una strada di dedizione alla quale restavo fedele.»
  • Non per i soldi: «Intimare alla vostra arte “Devi guadagnare dei soldi per me!” è come dirlo a un gatto; non ha nessuna idea di che cosa stiate parlando e non farete che spaventarla, con tutto quel gridare e quella faccia strana.»
  • E – questa è la più difficile – non per aiutare gli altri, ma per aiutare voi stessi: «Vi prego, non cercate di aiutarmi. È davvero bello voler aiutare gli altri, ma non fatene la vostra motivazione principale, perchè avvertiremmo il peso della vostra intenzione.»

E allora, perchè dovremmo creare? Per divertirci. E perchè, in quanto umani, non possiamo fare altrimenti.

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Big Magic, Elizabeth Gilbert, Rizzoli, 230 p.

In questo post ti racconterò quello che ho imparato nell’ultimo, magico anno sull’inseguire i propri sogni e lavorare per le proprie passioni. Ready? Go!

Se segui il mio blog certamente saprai che sono l’orgogliosa fondatrice di AccioBooks, che da poco – il 22 settembre – ha compiuto il suo primo anno di vita – yeeeeeh!

AccioBooks è per me più di un semplice lavoro: è la concretizzazione della passione della mia vita (devo specificare? i libri) oppure, detto in altre parole di uguale significato: il mio Sogno.

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Tirando le somme di questo pazzo, emozionante, gioioso, ansiogeno anno pieno di parole e amore mi sono felicemente resa conto di tutte le cose che mi ha insegnato. Le riassumo per te in questo articolo, sperando che possa essere un’occasione di confronto se anche tu hai intrapreso questo cammino, o un’ispirazione se il grande viaggio è ancora solo un’idea.

1. Scegli il lavoro che ami e non lavorerai mai, neanche per un giorno in tutta la tua vita
Lo dice anche il celebre aforisma di Confucio e io qui lo confermo con tutta me stessa: c’è un solo modo su questa Terra per non rimanere bloccati nelle terribile trappola creata dalla nostra società – dedicare la vita ad attività che non ci danno niente se non i soldi per vivere una vita che non abbiamo il tempo di vivere, se non in vecchiaia – ed è quella di scegliere un lavoro che si ama, o, detto in altre parole, seguire la propria vocazione.

Così facendo non solo il lavoro non sarà mai un lavoro per te – ma una gioia, un divertimento –  ma non ti troverai mai neanche a contare gli anni che ti separano dalla pensione, o a chiederti se il modo in cui stai passando la tua vita ha un senso.

2. L’unico modo per crescere nella vita è decidere di uscire dalla comfort zone, again, and again, and again
La tua comfort zone è quello spazio, fisico o mentale, in cui ti senti protetto dal pericolo, dai colpi, dagli imprevisti – insomma: dal dolore. Può sembrare una meraviglia, ma ecco la fregatura: la comfort zone è una bolla, un nido sicuro, che non ti isola soltanto dal pericolo, ma anche dalla vera gioia e dalla vera soddisfazione. Insomma, ti isola dalla vita vera. Questo schema chiarirà il concetto:

Comfort-zone-smallGià lo sospettavo, ma l’anno appena passato me lo ha confermato: non sperimenterai mai la magia se non sei prima disposto a sperimentare la paura, il pericolo, il disagio. Non c’è ricompensa senza rischio.

3. “No” non significa “no” – significa “Prova di nuovo”
Se avessi dato ascolto ai “No” il mio progetto non sarebbe mai neanche partito. Segui la tua strada e la tua intuizione.

4. Convinciti che sei più in gamba di quanto pensi
Sono una persona decisamente timida e riservata, spesso insicura del suo potenziale e delle sue idee, ma durante questo primo anno di lavoro con AccioBooks ho dovuto sperimentare rischi economici, esporre la mia idea al giudizio di decine di persone più adulte e competenti di me, partecipare a call con sconosciuti dall’altra parte del mondo, contrastare il dilagante pessimismo di quasi tutti i miei conoscenti, esporre il mio progetto davanti ad una sfilza di uomini d’affari portati alla critica e alla distruttività, etc.
Un anno fa avrei mai pensato di poter affrontare tutte queste cose? Assolutamente no.
Abbiamo risorse che mai sospetteremmo di avere e che possono mostrarsi solo quando usciamo dalla nostra comfort zone – fai in modo di scoprire le tue!

5. La qualità più importante da sviluppare è la perseveranza
Ho già parlato della perseveranza nella mia recensione a The Obstacle is the Way e qui mi auto-cito :):

Quando riusciamo a fare nostra la vera perseveranza – che è non fermarsi fino a quando non si è raggiunto l’obiettivo – non c’è più bisogno di preoccuparsi, affrettarsi o affaticarsi, perchè si sa che non è più una questione di riuscire a raggiungere l’obiettivo o no, ma di quando si raggiungerà.

Gli ostacoli non mi fermano. Ogni ostacolo si sottomette alla rigida determinazione. Chi guarda fisso verso le stelle non cambia idea. – Leonardo da Vinci

6. Non sarà semplice, ma sarà meraviglioso
Potremmo paragonare il sogno raggiunto alla cima di una montagna – se ne deduce che la strada per raggiungerlo non sarà semplice nè immediata – ma volete mettere la bellezza del panorama mentre la percorrete? È qui che mi trovo ora e vi posso assicurare che è mozzafiato, e la fatica della salita, lungi dal rovinare la camminata, la rende enormemente più stimolante.

Ecco qua, questo è pretty much quello che questo rocambolesco anno mi ha insegnato! Sono curiosa di sentire di voi, dei vostri sogni, del tratto di strada che state percorrendo e di quello che vi sta insegnando – fatemelo sapere lasciando un commento, e se l’articolo vi è piaciuto usate i social links qui sotto per condividerlo, share the love

Buona serata a voi!
Gloria

* Nelle foto tre dei molti libri che ho ottenuto sul mio AccioBooks: soddisfazioni!

Durante una passeggiata come tutte le altre, mi è passato per la mente un pensiero che non esito a definire “il pensiero più ottimista che io abbia mai pensato”. Voglio condividerlo con te, nelle certezza che ti sarà d’aiuto nelle tempeste e negli inverni della tua vita.

Mai stata ottimista, io.
Anzi, per tutta la vita mi sono definita pessimista. Sentivo Schopenhauer molto vicino al mio cuore e mi rivedevo molto nella sua visione del mondo, non so se mi spiego. Massime come “Il mezzo più sicuro per non diventare molto infelici consiste nel non chiedere di diventare molto felici.” (da L’arte di essere felici, Arthur Schopenhauer, Adelphi) mi sembravano quanto di più sincero e realista una mente potesse concepire.

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Poi, intorno ai 20 anni, ho scoperto che la psicologia e la spiritualità mi interessavano enormemente – passione che si è ovviamente tradotta in una montagna (letterale, non metaforica) di libri letti – che poco a poco, come delle gocce che nel corso degli anni scavano un solco cadendo sempre nello stesso punto – hanno cambiato la mia visione del mondo.
Oggi posso finalmente dirlo con cognizione di causa: sono un’ottimista. Il mondo mi sembra (davvero!) un bel posto e sono (davvero!) convinta che the best is yet to come.

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Ma qualche giorno fa, durante la mia mia consueta passeggiata serale, mi è balenato in mente un pensiero così ottimista da stupire perfino la mia ottimista nuova me.
Un pensiero che credo sinceramente sia il pensiero più ottimista che abbia mai pensato. Anzi, fatemi esagerare: penso sia il pensiero più ottimista che si possa pensare. Eccolo:

Improvvisamente mi ha colpito la consapevolezza – così elementare da passare inosservata – che non è mai esistito e mai esisterà un inverno che non abbia portato alla primavera, mai una notte che non si sia conclusa con l’alba, mai una tempesta che non abbia portato nuova vita.

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Potreste dirmi: “È tutto molto bello, ma perchè questo dovrebbe riguardarci e renderci felici?”
Perchè noi siamo natura, e tutto ciò che riguarda la natura riguarda anche noi – e questa è un’ottima notizia. Quando siamo nel mezzo di un periodo problematico, spesso è difficile immaginare la fine e sperare in un nuovo inizio, ma in virtù delle magnifiche ovvietà riportate sopra è naturale aspettarci – in quanto elementi naturali non meno di un albero, un fiore, una tigre o una nuvola – che gli inverni della nostra vita lasceranno spazio alle estati, che le tempeste porteranno nuove opportunità, e che i periodi bui non dureranno per sempre.

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Non che inverni rigidi, siccità interminabili e notti oscure non esistano, è solo che non hanno mai l’ultima parola.

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Lots of love,
Gloria

La creatività richiede coraggio – Henri Matisse

Questa quote di Matisse – avendo frequentato l’Istututo d’Arte e un’università altrettanto creativa, per non parlare del mio perenne vagabondare sul web – si è ripresentata a me molto spesso, ma credo di non averla capita fino a poche settimane fa, quando dopo anni di totale digiuno dall’arte non digitale, ho ripreso in mano matite e pennelli (qui sotto i risultati!)

Credo che per ogni persona questa frase possa acquistare un diverso significato, per me, la creatività richiede coraggio perchè creare qualcosa, di qualsiasi natura, significa scontrarmi con il mio iper esisgente senso estetico, e uscirne quasi sempre perdente: quello che produco non è quasi mai all’altezza di quello che lui pretende.

Fortunatamente l’Universo mi è venuto in aiuto facendo sì che mi imbattessi a breve distanza di tempo in un video e una quote su Instagram che mi hanno portato lo stesso, importantissimo messaggio.

Il video in questione è Understanding The Gap, di Alex Ikonn, imprenditore e ‘life coach’ il cui canale consiglio appasionatamente. La bellissima quote calligrafica che ho trovato su IG è della talentuosa Ali Makes Things:

pensieri-sulla-creatività

Entrambi si riferiscono a questo illuminante discorso di Ira Glass che spiega un concetto di vitale importanza per chiunque svolga un lavoro creativo: il nostro buon gusto, o senso estetico, è quello che ci ha portato a scegliere un lavoro creativo, ma nello stesso tempo è ciò che potrebbe farci mollare.

Per almeno i primi due anni di pratica, il nostro lavoro non sarà mai all’altezza del nostro senso estetico, nè dei lavori di altri artisti con più esperienza, ed è a questo punto che la maggior parte delle persone mollano. Ed è per questo che è importante capire il gap.

Il gap che vedi tra il tuo lavoro e quello di altre persone non esiste perchè hai meno talento, ma solo perchè hai meno esperienza. Il gap si colma con il lavoro, il sudore, l’allenamento, la costanza.

Quindi, se stai pensando di mollare, tieni duro un altro pò.

Riporto questa bella rappresentazione visuale del discorso di Glass, e il video di Alex Ikonn, buon visione 🙂

 Gloria