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Se avete aperto questa pagina aspettandovi una recensione di Franny e Zooey resterete delusi. Troverete solo una serie di pensieri più o meno sconnessi che ho buttato giù a caldo dopo la prima lettura di questo capolavoro (giugno 2011), perchè hey, che io possa recensire Salinger suona come una blasfemia, e comunque, chi potrebbe mai recensire il proprio Libro del Cuore?

Voglio aggiungere solo una cosa a quanto ho scritto anni fa, l’unico pensiero razionale che riesco a partorire sul perchè reputo questo libro così incredibile: la varietà di temi che vengono trattati, soprattutto la profondità con cui vengono trattati, è assolutamente inusuale per un romanzo. In 150 pagine i protagonisti parlano, tra le altre cose, di religione, spiritualità, educazione, filosofia, letteratura – e su tutti questi argomenti Salinger ha da dire qualcosa di straordinariamente acuto e fuori dal coro.
Leggendo Franny e Zooey si sperimentano le vette più alte della narrativa, e si impara come dal più erudito dei saggi.

E ora beccatevi il mio balbettio e sappiate che dopo queste poche parole in me rimane solo adorazione.

Franny e Zooey

Gioiello.

Salinger parla la mia stessa lingua, sento lui e i suoi personaggi spaventosamente vicini al mio cuore. Ho ritrovato tanto di Holden – quindi anche di me – in Franny e Zooey, e mi sono sentita a casa.

C’è Franny, la più piccola della numerosissima famiglia Glass – sette bambini prodigio ormai cresciuti, e per genitori due artisti musicali di fama internazionale – ventenne bellissima e dolorosamente sensibile, nel bel mezzo di una profonda crisi spirituale, che torna a casa dal college e passa le sue giornate a piangere, dormire e pregare sul divano del soggiorno (nota autobiografica dell’autore, adepto di buddhismo e indusmo), in compagnia del gatto pulcioso:

«Se si continua a ripetere la preghiera senza interruzione (in principio basta che tu lo faccia con le labbra), poi succede che la preghiera diventa autoattiva. Accade qualcosa, dopo un po’ di tempo. Non so cosa, ma qualcosa succede, e le parole si sincronizzano coi battiti del cuore, e allora preghi davvero senza fermarti mai. E questo ha un formidabile effetto mistico su tutto il tuo modo di pensare. Voglio dire, questo è più o meno il succo di tutto quanto.»

C’è Bessie che, povera donna, si è ritrovata madre di sette geni sregolati, e se la cava come può:

Franny e Zooey

E c’è Zooey, attore venticinquenne in lotta con se stesso e con l’ingombrante presenza/fantasma dei fratelli maggiori – Seymour, morto suicida (si veda Nove racconti) e Buddy, che vive da eremita in un bosco:

«Prima di tutto, quando cominci a prendertela con le cose e con la gente invece che con te stessa, sei fuori strada.»

Tutto qui. Praticamente non c’è trama.
I libri di Salinger sono fatti di dialoghi, dialoghi così potenti e perfetti – tra personaggi così potenti e perfetti – che da soli tengono letteralmente in piedi il libro.
E’ che Salinger non ha bisogno di una trama.
Mi inchino (e zittisco).

Franny e Zooey


asteriscoCome ho fatto per il post su Virginia Wolf, voglio chiudere questo post raccontandovi un episodio di bookserendipity di cui questo libro è protagonista.
Verso la fine del libro, Zooey entra nella camera che era stata di Seymour e Buddy, e si ferma a leggere alcune delle decine di citazioni riportate con una «scrittura minuta, ma appassionatamente nitida e d’un nero lucente» su un foglio appeso dietro la porta della camera. Tra le altre c’è questa, tratta dalla Bhagavadgītā, uno dei testi sacri dell’Induismo:

«Tu hai diritto di lavorare, ma solo per il piacere di lavorare. Non hai diritto ai frutti del tuo lavoro. Non dev’essere mai il desiderio dei frutti del lavoro a spingerti a lavorare. Ma, d’altro canto, non cedere mai alla pigrizia. […] Il lavoro che compi con l’ansia del risultato è di gran lunga inferiore a quello compiuto senza quest’ansia, nella calma dell’abbandono di sé. […] Chi lavora egoisticamente per il risultato, è un infelice.»

Da quando ho riletto Franny e Zooey due mesi fa, sono stata letteralmente perseguitata da questo brano: sbuca fuori ovunque, nei posti (libri) più impensabili. L’ultima volta, settimana scorsa, in Cambiare idea di Zadie Smith, in un saggio su E. M. Forster. Amo il modo discreto che hanno i libri di suggerirmi la strada 

Franny e Zooey

La sua assenza è come il cielo: si stende sopra ogni cosa.

Una delle qualità che più ammiro in un essere umano è l’onestà intellettuale. Ci sono  molti modi per definirla, probabilmente tanti quante sono le persone dotate di opinione. La mia personale definizione è:

Onestà intellettuale: la decisione di mettere la ricerca della verità sopra ogni cosa, sopra il proprio ego, sopra le proprie necessità di conferme o rassicurazioni. Il saper ammettere i propri errori e saper dire “hai ragione”, passando sopra il proprio ego per amore della Verità.

Quando C.S. Lewis ha scritto questo libriccino si trovava nella condizione ideale per dimenticare la propria onestà intellettuale e cedere a facili rassicurazioni: era prostrato dalla morte dell’amatissima moglie, appena uccisa da un cancro – questo diario è l’annotazione chirurgica della sua reazione a questa perdita. Una cronaca brutale del suo dolore.

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Credo che il modo in cui le persone decidono di reagire al dolore dica molto di loro – il modo in cui Lewis decide di reagire al suo dice: «Sono abbastanza forte da mostrare la mia debolezza. Soffro, ma non permetterò che il mio dolore mi conduca al vittimismo o al compatimento di me stesso. Non cederò a facili rassicurazioni. Non permetterò che il dolore mi rubi la mia onestà intellettuale.»

Lewis è un fervente cristiano, e qui si trova nella condizione ottimale per cedere alle lusinghe della sua religione riguardo la vita dopo la morte, sarebbe stata la via più facile – sicuramente la più battuta – ma è la più onestà che gli interessa. Sa che c’è solo una strada per superare il dolore: quella che gli passa attraverso. Tutte le altre sono menzogne.

Parlatemi della verità della religione e ascolterò con gioia. Parlatemi del dovere della religione e ascolterò con umiltà. Ma non venite a parlarmi delle consolazioni della religione, o sospetterò che non capite.

A meno, naturalmente, di non prendere per buone tutte quelle storie di ricongiungimenti «sull’altra riva», dipinti in termini affatto terreni. Ma sono cose che non hanno nulla a che fare con le Scritture, cose derivate da inni e litografie dozzinali. Nella Bibbia non ce n’è traccia. E poi suonano false. Lo sappiamo che non può essere così. La realtà non si ripete. Ciò che viene tolto e ciò che viene ridato non sono mai la stessa identica cosa.

Accarezza l’idea di negare del tutto l’esistenza del suo Dio, ma anche questa sarebbe una soluzione troppo semplicistica:

Una risposta, fin troppo facile, è che Dio sembra assente nel momento del nostro maggior bisogno appunto perchè è assente, perchè non esiste. Ma allora perchè sembra così presente quando noi, per dirla con franchezza, non Lo cerchiamo?

Affronta da tutti i punti di vista l’idea di un Dio malvagio, ma neanche questa soluzione lo soddisfa.
Quindi, abbandona la facile consolazione della promessa di un futuro ricongiungimento, abbandona la facile scappatoia del rifiuto e dell’odio verso Dio – e parte alla ricerca della Verità, passando attraverso il dolore.

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La “soluzione” a cui arriva è insieme spaventosa e rassicurante, ma è l’unica che riesce ad accettare, perchè è l’unica che sente vera: Dio è buono, ed è appunto per questo che ci fa sperimentare il dolore – perchè è l’unica via possibile per la nostra crescita.

La cosa terribile è che, sotto questo aspetto, un Dio perfettamente buono non incute meno paura di un Sadico Cosmico. Più siamo convinti che Dio ci fa soffrire solo per guarirci, meno credibile ci sembra che implorare di non far male serva a qualcosa. Un uomo crudele lo si potrebbe corrompere, potrebbe stancarsi del suo infame passatempo, potrebbe avere la sua parentesi di misericordia, come un alcolizzato ha le sue parentesi di sobrietà. Ma mettiamo invece di avere a che fare con un chirurgo che ha a cuore solo il nostro bene. Più sarà buono e coscienzioso, più sarà inesorabile nel tagliare. […]
Che cosa vogliono dire quelli che proclamano «Non ho paura di Dio, perchè so che è buono»? Non sono mai stati da un dentista?

Per quanto Diario di un dolore analizzi perfettamente la perdita di una persona amata, e sia quindi dolorosamente terapeutico per chi stia affrontando un lutto o una rottura sentimentale, cosiderarlo “solo” questo sarebbe riduttivo. Questo diario racchiude alcune delle più acute e sincere riflessioni sulla vita e la morte, Dio e la religione, l’amore e la condizione umana che io abbia mai letto. Immenso.

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Diario di un dolore, C.S. Lewis, Adelphi, 85 p.

Libertà emotiva e lavoro su se stessi, visti attraverso gli occhi di una delle eroine letterarie più amate di tutti i tempi: Jane Eyre.

Il sesto #bookdocet è dedicato a un libro immenso, dal messaggio rivoluzionario per il tempo in cui è stato scritto (1847): una donna può essere e fare tutto quello che desidera, a dispetto delle sue fragilità, anzi, in virtù delle sue fragilità – stò parlando, ovviamente, del capolavoro di Charlotte Brontë, Jane Eyre.

La quote che ho scelto è la seguente:

Posso vivere sola, se il rispetto per me stessa e le circostanze me lo richiederanno. Non mi è necessario vendere l’anima per comprare la felicità. Ho un tesoro interiore, nato insieme a me, che può mantenermi viva anche se tutti i piaceri esterni mi verranno negati; o offerti ad un prezzo che non potrò accettare.

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Il messaggio forte e chiaro che io ne traggo è questo: una volta che abbiamo costruito dentro di noi un tesoro interiore abbastanza florido e solido, una volta che abbiamo lavorato abbastanza su di noi, la nostra psiche e la nostra visione del mondo da raggiungere l’indipendenza emotiva, non abbiamo più bisogno di vendere l’anima per comprare la felicità.

La conclusione è sempre la stessa: lavora sulla tua interiorità (e, ovviamente, leggi Jane Eyre).

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Jane Eyre, Charlotte Brontë, Einaudi, 593 p.

La recensione di questa settimana è dedicata ad un libro che mi ha profondamente sorpresa, un classico d’avventura che ho scoperto essere molto più introspettivo, femminile e profondo di quanto ci si potrebbe aspettare da un’avventura in mare: La linea d’ombra.

La linea d’ombra è il momento di passaggio dalla giovinezza alla maturità, la presa di coscienza della propria indipendenza e responsabilità. Questo libro è il racconto romanzato della reale esperienza di Conrad, il personale passaggio attraverso la sua linea d’ombra«[…] essa è esperienza personale vista in prospettiva con l’occhio della mente».

Il protagonista, giovane annoiato e cinico che aveva già deciso di abbandonare la vita di mare, si ritrova improvvisamente e inaspettatamente nominato capitano di una nave.

– Là! Quella è la vostra nave, capitano, – disse.

[…] qualsiasi cosa lui pensasse della nave, sapevo che, al pari di alcune rare donne, essa era una di quelle creature la cui semplice esistenza è sufficiente a suscitare un diletto disinteressato. Uno sente che è bello essere al mondo, quel mondo in cui essa esiste.

Il suo primo viaggio come capitano si rivela però un’odissea: l’intero equipaggio, a parte lui e il bel Ransome, cuoco della nave malato di cuore, si ammala di febbre tropicale e a bordo non ci sono medicine per poterlo curare; inoltre per settimane si ritrovano in una bonaccia terribile che non permette alla nave di avanzare, mentre il primo ufficiale inizia a delirare riguardo al precedente capitano, che avrebbe gettato una maledizione sulla nave…
Il capitano si ritrova così in una duplice tempesta: quella fisica, reale, e quella interiore, attanagliato dalla paura, dall’insicurezza e dai sensi di colpa per la sua ciurma di moribondi bloccata in mare aperto.

[…] e io stavo ritto in mezzo a loro come una torre di energia, inaccessibile alla malattia, sensibile soltanto al male della mia anima.

Ho iniziato La linea d’ombra piena di pregiudizi, pensavo che si trattasse di un libro totalmente maschile, il genere di libro che mi annoia a morte: non una donna in tutto il romanzo, niente pathos o sentimento, solo una ciurma di marinai e un’avventura in mare. Avevo ragione e torto.

Oltre a tutto questo il libro ha anche una parte femminile: leggendolo si percepisce che il viaggio racontato da Conrad è, oltre che fisico – forse più che fisico – interiore. L’odissea in mare che il protagonista attraversa non è che una mera metafora di quella interiore, niente più che un pretesto usato dall’autore per parlare della vera linea d’ombra, quella dell’anima. L’intero libro è una magnifica sovrapposizione di realtà fisica e interiore, la caratteristica che rende il libro così bello e universalmente condivisibile.

Forse se Conrad avesse intitolato questo libro Primo comando al posto de La linea d’ombra, come per lungo tempo ha avuto intenzione di fare, non avrei avuto questa sensazione decisiva: sono contenta che non l’abbia fatto.

Non posso non concludere questo post con la magnifica canzone che Jovanotti ha scritto ispirandosi a questo libro, anche se «è un racconto, in realtà, non è una canzone» ♥

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La linea d’ombra, Joseph Conrad, Einaudi, 138 p.

Durante i diciannove anni del suo regno – anni di guerre, pestilenze, estenuanti viaggi e complotti quasi costanti – Marco Aurelio non ha mai trascurato di sedersi e scrivere. Non per un pubblico o per una futura pubblicazione, ma per se stesso.

C’è uno suo scritto, in particolare, che ha colpito Ryan Holiday così tanto da costruirci intorno un libro:

«Le nostre azioni posso essere ostacolate… ma non può esserci impedimento alle nostre intenzioni o alla nostra disposizione d’animo. Perchè possiamo modificarci e adattarci. La mente adatta e converte ai suoi scopi gli ostacoli al nostro agire. L’impedimento all’azione fa progredire l’azione. Ciò che stà sulla strada diventa la strada.»

Intorno a questa intuizione – e se il problema, l’ostacolo di fronte a noi nascondesse un insperato beneficio? E se la soluzione fosse un cambiamento interiore? – Holiday costruisce questo pamphlet intelligente e ispirato.

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Il libro è diviso in tre parti: Perception (il modo in cui decidiamo di vedere l’ostacolo, il significato che decidiamo di dargli), Action (il modo in cui decidiamo di agire per trasformarlo in un’opportunità) e Will (la creazione e il mantenimento di una volontà interiore che ci permetta di superare difficoltà e fallimenti).

Per questa recensione mi sono proposta di trovare e riassumere i 5 concetti del libro che mi sembravano più decisivi e importanti: operazione che può sembrare semplice ma si rivela difficoltosa quando ognuna delle 200 pagine che lo compongono è intrisa di buon senso e bellezza. Eccoli (+ citazioni varie – di Marco Aurelio se non diversamente specificato).

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1) Niente è buono o cattivo in se stesso, tutto ha il significato che decidiamo di dargli. Nello specifico, ogni ostacolo, o perfino disastro, può essere visto come un’opportunità, una fortuna, una scuola – e, dopo un attimo di riflessione, ci si renderà conto che è precisamente quello che è, che i nostri più utili maestri sono stati i nostri momenti bui, i nostri nemici, le difficoltà, gli ostacoli e gli impedimenti che abbiamo dovuto superare, come ognuno di noi può constatare guardando indietro alla sua storia personale. La difficoltà, e il punto di svolta, sta nel saper riconoscere il dono insito in ogni ostacolo ora, nel momento in cui si presenta, e non solo una volta superato.

«La morte, la vita, la fama, l’infamia, il dolore, il piacere, la ricchezza, la povertà, tutto ciò tocca ugualmente a buoni e cattivi, non essendo queste cose né belle né brutte; e, dunque, neppure beni o mali.» (da Pensieri; II, 11)

2) In un mondo (apparentemente?) governato dal caos, l’unico fattore su cui abbiamo pieno dominio è la nostra interiorità – di nuovo: la nostra perception a ciò che ci accade. Il nostro mondo interiore, la nostra immaginazione, la nostra visione (intesa come visione del mondo ma anche come obiettivo), sono le uniche cose che nessuna persona o evento potrà mai scalfire – a meno che noi in prima persona non decidiamo di permetteglierlo.

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«Tre sono le componenti di cui sei formato: corpo, soffio, mente. Di queste le prime due sono tue, per quanto devi curartene; solo la terza è sovranamente tua.» (da Pensieri, XII, 3)

«- Voialtri, – diceva mio padre, – vi annoiate, perchè non avete una vita interiore» (da Lessico famigliare, Natalia Ginzburg)

«Posso vivere sola, se il rispetto per me stessa e le circostanze me lo richiederanno. Non mi è necessario vendere l’anima per comprare la felicità. Ho un tesoro interiore, nato insieme a me, che può mantenermi viva anche se tutti i piaceri esterni mi verranno negati; o offerti ad un prezzo che non potrò accettare.» (da Jane Eyre, Charlotte Brontë)

3) La nostra percezione determina, in maniera sorprendentemente vasta e precisa, quello che siamo o non siamo in grado di fare. Si può anzi dire che determini la realtà stessa. E se è la nostra percezione del mondo a creare il mondo che abbiamo davanti agli occhi, si può facilmente dedurre che senza eccezioni, quando riconosciamo il problema in un fattore esterno a noi, stiamo guardando nel luogo sbagliato – il luogo giusto in cui guardare siamo sempre e solo noi stessi. Per superare il problema supera la tua percezione negativa, quindi errata, del problema.

«Prima di tutto, quando cominci a prendertela con le cose e con la gente invece che con te stessa, sei fuori strada.» (da Franny e Zooey, J.D. Salinger)

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4) L’importanza della persistenza. Troppo spesso si attribuiscono le grandi scoperte e le grandi vittorie alla fortuna o ad un improvviso lampo di genio, ignorando che «genuis often really is just persistence in disguise» «Il genio spesso è solo persistenza sotto mentite spoglie» (p.78). Quando riusciamo a fare nostra la vera perseveranza – che è non fermarsi fino a quando non si è raggiunto l’obiettivo – non c’è più bisogno di preoccuparsi, affrettarsi o affaticarsi, perchè si sa che non è più una questione di riuscire a raggiungere l’obiettivo o no, ma di quando si raggiungerà.

5) All’età di 67 anni, Thomas Edison venne interrotto durante una cena da un uomo che corse nella stanza per comunicargli una terribile notizia: l’immenso laboratorio di ricerca di Edison stava andando a fuoco, portando con se anni e anni di ricerche e prototipi (si è poi stimato un danno di un milione di dollari, 23 milioni odierni). Arrivato sul posto Edison, osservando le sue proprietà bruciare, disse al figlio «Vai a chiamare tua madre e tutti i suoi amici. Non vedranno più un incendio come questo.»

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Ad una prima valutazione la reazione di Edison può sembrare folle, ma ad un’analisi più attenta ci si rende conto che è l’unica reazione possibile da parte di una persona assennata. Cos’altro avrebbe potuto fare? Arrabbiarsi? Disperarsi? E cosa avrebbe ottenuto? La risposta, ovviamente, è: niente. È ciò che gli antichi chiamavano amor fati, l’amore per tutto ciò che ci accade. L’amore per ciò che ci accade proprio perchè è accaduto – nella convinzione che se è accaduto è perchè era la cosa migliore per noi in questo momento.

«Vivi con gli dei. Perché infatti vive con gli dei chi costantemente mostra loro di essere intimamente soddisfatto di ciò che gli hanno assegnato.» (da Pensieri, V, 27)

«A me ben si adatta, o mondo, ogni cosa che a te si adatta: non viene per me in anticipo né in ritardo ciò che per te è tempestivo. È per me frutto ogni cosa mi rechino le tue stagioni, o natura: da te viene ogni cosa, in te è ogni cosa, a te va ogni cosa.» (da Pensieri, IV, 23)

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The Obstacle is the Way: The timeless art to turning trials into triumph, Ryan Holiday, Portfolio Penguin, 200 p.