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Se seguite il mio blog sapete quanto amo Elizabeth Gilbert (1 | 2) – e sono sicura che da appassionati di libri conoscete la meravigliosa sensazione di avere tra le mani, finalmente, il nuovo libro – intonso, inedito e perfetto – del vostro autore preferito: è una promessa di felicità.

Con una premessa del genere la delusione era pericolosamente vicina, ma Big Magic non ha deluso le mie – altissime, credetemi – aspettative.

Di cosa si tratta, innanzitutto. È un libro sulla creatività – che non viene qui intesa come una qualità innata di cui sono dotati pochi, fortunati individui – e sull’importanza di vivere una vita creativa – che non viene qui intesa necessariamente come una vita dedicata esclusivamente all’arte.

Il libro si basa invece su questa luminosa definizione dell’essere umano: “siamo tutti depositari ambulanti di tesori sepolti” – il viaggio per portarli alla luce è la vita creativa: “una vita vissuta sulla spinta della curiosità e non della paura”.

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Qualche giorno fa ho pubblicato su Instagram questa citazione di Emil Cioran a cui credo con tutto il cuore:

Un libro deve frugare nelle ferite, anzi, deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo.

E sempre Cioran ribadisce il concetto:

Un libro che lascia il lettore uguale a com’era prima di leggerlo è un libro fallito.

Io leggo per essere messa in discussione, leggo per cambiare, per essere provocata, sfidata, soccorsa, scossa, illuminata da nuove prospettive – leggo per crescere. In ogni libro leggo la promessa implicita di crescita – e mi sento tradita ogni volta che un libro non muta almeno di un poco la mia visione del mondo.

Dico tutto questo perchè Big Magic – ovviamente arrivato al momento giusto – ha svolto egregiamente il suo lavoro: mi ha dato uno scappellotto in testa, un’amichevole ma decisa strigliata e mi ha rispedito sulla retta vita. E io glie ne sono dannatamente grata.

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Ho amato ogni virgola di questo libro, e ogni aspetto della visione radicale, rivoluzionaria, democratica, dissacrante e spirituale che la Gilbert ha della creatività – ma con un notevole sforzo di volontà ho estrapolato solo 4 concetti e ve li propongo in questo post – nella speranza di convincervi a fare un favore a voi stessi e leggere questo libro. Eccoli.

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1. Invita la paura a venire con te, ma NON lasciarla guidare
Sono il tipo di persona che mette il coraggio nella top three dei suoi valori, fatico a trovare un insulto peggiore di “vigliacco”, e inorridisco e arretro quando viene pronunciata la parola “paura” in mia presenza. Ok, ho calcato un pò la mano, ma avete capito l’antifona.

Ed ecco che come sempre quando si ha una convinzione granitica, arriva qualcuno o qualcosa a infrangerla. In questo caso è stata Liz, gentile ma sicura, che mi dice:

La creatività è fatta per i coraggiosi, ma non per gli impavidi, ed è bene chiarire questa distinzione.
Coraggioso è chi fa qualcosa che gli fa paura.
Impavido è chi non conosce il significato della parola paura.
[…] La verità è che la paura serve, per ovvie ragioni di sopravvivenza. L’evoluzione ha fatto bene a dotarvi di questo istinto, perchè in assenza di paura la vostra sarebbe una vita breve, folle e stupida.

Io ringrazio per l’esame di realtà e lei continua dicendo che in realtà non solo la paura è fondamentale per la sopravvivenza, ma anche per la creatività. Paura e creatività sono come gemelle siamesi, dove c’è una c’è anche l’altra, perchè l’incertezza implicita nel lavoro creativo non può non risvegliare in noi la paura. Cercando di liberarsi della paura, quindi, si rischia di liberarsi inavvertitamente anche della creatività.

La soluzione, quindi, stà nel permettere alla paura di restare, ringraziarla per il lavoro svolto, ma non permetterle mai di guidarci.

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2. Considera l’ispirazione come un’entità esterna a te
Se siete persone scientifiche e razionali fate un bel respiro e aprite la mente più che potete prima di continuare.

Questo libro non è intitolato Big Magic senza cognizione di causa. La magia a cui si riferisce è letterale, “la magia di Hogwarts, per capirci”. La Gilbert crede che il nostro mondo non sia popolato solo dalle forme di vita che conosciamo, ma anche dalle idee:

Le idee sono forme di vita energetiche e incorporee, completamente separate da noi, ma in grado di interagire con noi – sebbene in modo strano. Le idee non hanno un corpo materiale, ma possiedono una coscienza e di sicuro sono dotate di volontà. Sono mosse da un unico impulso: essere rese manifeste. […]
Trascorrono l’eternità a girarci intorno, alla ricerca di un essere umano disponibile e compiacente. […] Quando un’idea pensa di aver trovato qualcuno in grado di portarla al mondo – uno di voi, mettiamo – vi farà visita.

È molto probabile che il primo pensiero suscitato in voi – sicuramente il primo suscitato in me – da questa visione soprannaturale della creatività sia qualcosa tipo: “Perchè? Perchè vederla in questo modo così poco concreto e razionale?”. Ma dopo l’iniziale perplessità, ho riconosciuto il fenomeno. Inequivocabilmente. Chiunque sia mai stato attraversato da un lampo di ispirazione sa che la sensazione è proprio questa: percepiamo l’idea come un’entità esterna a noi che improvvisamente ci entra dentro. Ma c’è anche un motivo di ordine pratico per cui sarebbe utile che facessimo nostra questa visione della creatività, ed è il seguente.

I greci e i romani credevano nell’esistenza del genio (o demone) della creatività – un’entità senza corpo fisico che viveva tra le mura di casa e aiutava l’artista durante il processo creativo. Per lungo tempo, quindi, non si è trattato di essere un genio, ma di avere un genio. Questa concezione del genio e della creatività, che oggi ci sembra superstiziosa e arcaica – aveva in realtà un enorme pregio: creava una distanza psicologica tra l’artista e l’opera, che lo proteggeva dai risultati – gloriosi o fallimentari – del suo lavoro. L’ego dell’artista era protetto sia dal prendersi tutto il merito della riuscita di un’opera – era merito anche del genio – sia dal dolore di un eventuale fallimento – la responsabilità non era interamente sua.

L’avvento del Rinascimento, e in particolare dell’Umanesimo, rivoluzionarono questa concezione, distogliendo l’attenzione dal divino e dal soprannaturale, e mettendo l’essere umano al centro dell’universo, considerandolo l’unico e solo artefice del suo destino: per la prima volta nella storia non si aveva un genio, ma si era un genio. Secondo la Gilbert questo fu un “enorme errore” – e se ci si pensa è chiaro che le implicazioni per il nostro fragile ego sono terribili.

In più, aggiungo io, credendo che la creatività venga interamente dall’interiorità dell’indivisuo si crea la falsa convinzione che ci siano individui nati con una provvista di genio, gli “artisti”, e tutti gli altri, che semplicemente ne sono sprovvisti. Io credo invece che la distinzione sia tra persone che sono in contatto, con la propria creatività, e altre che non lo sono.

Credere in un concetto soprannaturale non mi è mai sembrato così razionale.
[Per approfondire questi concetti non perderti questa meravigliosa Ted Talk.]

3. Ricorda che tutto ciò che è autentico è anche originale
Uno dei primi pensieri che mi hanno turbata subito dopo che l’idea di AccioBooks mi ha scelta per essere resa manifesta è stata: “Non funzionerà, non è abbastanza originale, sicuramente è già stato fatto” – fortunatamente non mi sono lasciata bloccare da questo pensiero, ma se avessi potuto leggere la risposta della Gilbert a questo tipo di interrogativi i miei timori si sarebbero sciolti come neve al sole:

Gli aspiranti scrittori mi dicono spesso: “Io un’idea ce l’avrei, ma ho paura che quello che voglio fare sia già stato fatto.” Ebbene si, probabilmente è già stato fatto. Molte cose sono già state fatte, ma non da voi. […] Che male c’è se ogni generazione prova gli stessi bisogni e si pone le stesse domande che gli esseri umani si pongono da anni? In fondo siamo tutti collegati gli uni agli altri e c’è per forza un pò di ripetizione nell’istinto creativo di ciascuno di noi. Tutto ci ricorda qualcosa. Ma mettete dietro un’idea il vostro registro personale e la vostra passione, e quell’idea diventerà vostra. […]
Dite quello che volete dire e fatelo con tutto il cuore. Condividete ciò che siete portati a condividere. Se è abbastanza autentico, credetemi, sarà anche originale.

Trovo l’idea che un lavoro autentico sia anche originale sia buona e giusta, pensateci: se ad ognuno dei 7 miliardi di esseri umani fosse chiesto di svolgere lo stesso tema, otterremo 7 miliardi di interpretazioni diverse. Alla luce di questo, ha senso preoccuparsi che il nostro lavoro sia unico? Non basta il semplice fatto che sia nostro a renderlo tale?

4. Crea sempre e solo per una ragione: il piacere di farlo
E, ultimo ma non ultimo, il concetto che più ha lasciato un segno dentro di me e ha cambiato il mio modo di vedere la creatività.

Non è un concetto che viene espresso in un punto specifico del libro, ma lo spirito che lo permea dalla prima all’ultima parola: l’importanza di creare per il piacere di farlo, e per nessun altra motivazione.

  • Non per il successo: «Questa prospettiva presuppone che il mistero dell’ispirazione operi secondo il nostro metro di giudizio, un metro di giudizio umano e limitato che si basa sul successo e sul fallimento, sul fatto di vincere o perdere […] Ma tutto questo cosa c’entra con la vocazione?»
  • Non per ottenere l’approvazione, il rispetto o le lodi altrui: «Le soddisfazioni non potevano dipendere dalle risposte degli altri, lo sapevo. Le soddisfazioni dovevano arrivare dalla gioia di mettere insieme il lavoro in sè, e dalla consapevolezza di aver scelto una strada di dedizione alla quale restavo fedele.»
  • Non per i soldi: «Intimare alla vostra arte “Devi guadagnare dei soldi per me!” è come dirlo a un gatto; non ha nessuna idea di che cosa stiate parlando e non farete che spaventarla, con tutto quel gridare e quella faccia strana.»
  • E – questa è la più difficile – non per aiutare gli altri, ma per aiutare voi stessi: «Vi prego, non cercate di aiutarmi. È davvero bello voler aiutare gli altri, ma non fatene la vostra motivazione principale, perchè avvertiremmo il peso della vostra intenzione.»

E allora, perchè dovremmo creare? Per divertirci. E perchè, in quanto umani, non possiamo fare altrimenti.

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Big Magic, Elizabeth Gilbert, Rizzoli, 230 p.

Nella recensione di questa settimana vi parlo di uno dei romanzi più belli che ho letto negli ultimi anni, una potente historical novel inserita nelle liste dei migliori libri del 2013 dai più influenti magazine del mondo: The New York Times, O, The Washington Post, Chicago Tribute e The New Yorker. Ladies and gentelman, The Signature of All Things.

Elizabeth Gilbert è una delle mie autrici preferire – come avrà capito chi ha letto la mia recensione a Mangia prega ama – ma non solo: è una donna che mi ispira enormemente e mi commuove per la sua genuinità, il suo coraggio e la sua saggezza.
Se ne stà nel mio Olimpo letterario, tra Salinger, la Austen e Dickens, e qualcuno potrebbe pensare che la cosa la imbarazzi e le faccia nascere un leggero senso di inferiorità, ma vi assicuro che in realtà lei è serafica e soddisfatta della sua posizione.

La adoro per molti motivi diversi, ma se dovessi scegliere i principali sarebbero questi:

1. I leitmotiv delle sue opere sono i temi che mi stanno più a cuore al mondo: la crescita personale, il viaggio (quello fisico e quello alla ricerca di sé stessi), la spiritualità, la creatività, le relazioni sentimentali – il tutto raccontato attraverso il suo spirito femminista e libero (che ha riversato nella protagonista di The Signature of All Things, come vedremo tra poco).

2. Scrivere è la sua vocazione, e la ammiro enormemente per non averla abbandonata durante molti anni di rifiuti e fallimenti – come racconta in questa intervista che vi consiglio di non perdervi per nessuna ragione al mondo. Adoro il suo riuscire a passare con leggerezza e grazia attraverso ogni genere letterario possibile – giornalismo, racconti, memoir, romanzo, saggio – e riuscire nonostante questo a rimanere sempre se stessa.

Venendo a The Signature of All Things, tradotto in italiano da Rizzoli Il cuore di tutte le cose – l’ho amato, e la cosa non mi ha stupito neanche un pò.

La trama: Alma nasce nel 1800, insieme al nuovo secolo. Figlia dell’imprenditore più ricco di Philadelphia, cresce in un’immensa magione, White Acre; istruita in maniera rigorosa dalla madre fino dalla più tenera età, Alma compensa con intelligenza, curiosità e cultura la sua mancanza di avvenenza e propensione per la vita di società. Vive in relativo isolamento, dedicando la sua vita alla studio della botanica e al mantenimento dell’impero paterno, fino ai 50 anni, quando la sua ormai collaudata e ampiamente accettata vita di zitella viene sconvolta dall’entrata in scena di Ambrose Pike, giovane e dotatissimo illustratore botanico – sognatore quanto Alma è concreta, spirituale quanto Alma è razionale. Ambrose si rivela essere una creatura misteriosa, e porta con se numerosi enigmi che, per la prima volta, spingono Alma oltre i confini di White Acre, e fino a Tahiti prima, e Amsterdam poi.

Si tratta di un lunghissimo, epico romanzo-fiume, che segue Alma dal momento della nascita a quello della morte. Una biografia immaginaria così realistica e accurata, e intrecciata con fatti e personaggi realmente eistiti, da farti dubitare che Alma sia solo un personaggio letterario (quando la sua carriera di naturalista si intreccia con quella di Charles Darwin sono corsa sul web ad assicurarmene).
Ci si affeziona così tanto a lei  – un magistrale esempio di personaggio femminile forte ma profondamente vero, accurato, umano – da sentire un senso di perdita una volta girata l’ultima pagina (personalmente, con una lacrimuccia e un sorriso commosso che riservo solo ai libri che mi hanno davvero toccato il cuore).

I would like to spend the rest of my days in a place so silent–and working at a pace so slow–that I would be able to hear myself living.

La Gilbert si conferma una magistrale, abilissima narratrice – e questo romanzo è così vivido da darti l’illusione di toccare con mano i preziosi muschi di Alma, di sentire la sabbia di Tahiti sotto i piedi, di vedere lo sfarzo di White Acre – questo libro sà di vita vera.

E qui finisce la mia recensione a questo libro amatissimo – fatemi sapere se avete mai letto qualcosa di Liz Gilbert e cosa ne pensate, e se questo post vi è piaciuto non dimenticate di condividerlo sui social – share the love 🙂

Buona settiamana a tutti voi!
Gloria

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Il cuore di tutte le cose, Elizabeth Gilbert, Rizzoli, 636 p.