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Se mi seguite sapete che sono fermamente convinta del fatto che ogni libro arriva nella nostra vita esattamente al momento giusto, ma per Tecniche di resistenza interiore la serendipità è stata così evidente da stupire persino una firm believer come me.

Mi è stato regalato da una persona che mi conosce benissimo, in un momento in cui mi serviva una decisa spinta interiore – ed è qui che è entrato in gioco il pregio più evidente di questo libro: mi ha reso consapevole di alcune fondamentali risorse che ci sono state date in dote in quanto esseri umani – ma che a causa di come la società ci educa e ci abitua a vivere, rimangono tristemente inutilizzate – e solo in virtù di questo è riuscito a motivarmi enormemente all’auto-miglioramento, alla perseveranza, alla lotta. In poche parole: a scovare queste risorse dentro di me e portarle alla luce.

Tecniche di resistenza interiore

Pietro Trabucchi è psicologo, scrittore e docente all’Università di Verona. Si occupa di preparazione mentale di atleti olimpici e squadre nazionali – che, a giudicare da quanto la semplice lettura di questo libro ha motivato me, sono in ottime mani: ancora prima di finirlo avevo incominciato a correre regolarmente e accettato un posto di lavoro che prima non avrei preso in considerazione.

Ho cercato di parlarvene velocemente su Instagram, ma riassumere il suo messaggio in poche righe non gli rendeva giustizia. Ecco qui allora, con più respiro, i miei tre concetti preferiti del libro:

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Nel mondo di oggi, in cui la crisi non è più una situazione transitoria ma la nuova realtà, la soluzione non può essere l’affidarsi a politici e capi di stato. Se ci saranno dei cambiamenti “dall’alto” sicuramente avranno un impatto nella vita dei singoli, ma l’unico cambiamento che può fare veramente la differenza è quello individuale.

Il lavoro sul singolo può essere percepito da alcuni come uno sforzo infimo e irrilevante, oppure egoistico e disinteressato. In realtà, dice Trabucchi:

«La globalizzazione ci rende tutti vincolati e corresponsabili […] ognuno porta su di sé una parte della responsabilità dell’intero pianeta.»

Questo concetto mi ha ricordato una frase in cui mi sono imbattuta spesso sul web: hurt people hurt people. Le persone ferite feriscono le persone. E se questo concetto è vero (e lo è), sono veri anche i suoi vari corollari: le persone felici rendono felici le persone. Le persone libere liberano le persone. Quello che siamo ha impatto su chi entra in contatto con noi come nient’altro. Per questo il lavoro interiore su noi stessi è di importanza capitale.

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La resilienza è una delle caratteristiche che ci differenziano dalle altre specie animali.
La parola resilienza viene dalla metallurgia e indica la resistenza del metallo alla rottura. Viene a sua volta dal latino resilio, che descrive il gesto di risalire su una barca rovesciata dalla forza del mare. In psicologia viene utilizzata per indicare la resistenza di un individuo di fronte alle avversità.

Nell’uomo è enormemente più sviluppata che nelle altre specie. La causa risale al Pleistocene, quando i nostri antenati, a causa delle continue glaciazioni, non hanno più potuto contare sul solo raccolto per il loro sostentamento e hanno dovuto trasformarsi in cacciatori.

Tecniche di resistenza interiore

Visto che a livello fisico l’uomo è nettamente inferiore a qualsiasi altro predatore (nel regno animale siamo l’equivalente del secchione occhialuto negato in educazione fisica), l’unico modo per avere la meglio su una preda era la tecnica che oggi viene chiamata persistence hunting: la preda veniva inseguita e braccata fino a quando non moriva di sfinimento. Questo ci ha resi specialisti di endurance, resistenza a enorme disagio fisico e psicologico.

In più, ci ha resi capaci di tollerare la gratificazione dilazionata: la motivazione degli altri animali è orientata alla gratificazione immediata, il che li rende incapaci di tollerare il disagio in vista di una gratificazione non immediata, cosa che noi invece sappiamo fare.

Se questo è il nostro patrimonio genetico, perchè oggi la maggior parte di noi fatica a portare avanti progetti che non prevedono un risultato immediato, ad allenarci due volte a settimana, o a tollerare un raffreddore senza aspirina? Cosa ci è successo?

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Ci è successo di nascere nel più lungo periodo di pace e benessere mai sperimentato dall’umanità. Il benessere atrofizza la resilienza perchè le toglie ragioni d’essere. La conseguenza è un tragico calo della resistenza alla fatica e al disagio fisico, ma, ancora più preoccupante, psicologico.

Il problema viene accentuato da una società che ci educa a pensare di non potercela fare da soli, e di non poter tollerare neppure una dose minima di scomodità o privazioni (per poi poterci vendere la soluzioni a tali “avversità”), che per i nostri antenati (o semplicemente nonni) sarebbero state irrisorie o inesistenti.

La soluzione, ancora una volta, deve essere una profonda consapevolezza, sia di questi meccanismi dannosi, sia di quanto siano ampie le risorse potenziali degli esseri umani.
Una volta ottenuta questa consapevolezza il nostro compito è quello di sviluppare le nostre risorse interne, processo che non avviene attraverso una conoscenza teorica, ma attraverso un vero e proprio allenamento, che deve essere svolto con perseveranza e costanza. Come? Non vi resta che leggere il libro (:

«La caccia persistente – intesa come arte di imparare a inseguire un obiettivo nonostante ostacoli e difficoltà – non è solo una nozione antropologica: è il paradigma dell’esistenza umana.»

Inverno, sera, presentazione di un libro in una bella, bellissima libreria milanese (Spazio BK!) specializzata in albi illustrati. Nel cesto dei libri a metà prezzo ne trovo uno di quelli che sembrano fatti apposta per accelerarmi il battito del cuore e trasformarmi le pupille in cuoricini pulsanti.

È un albo illustrato dalla grafica impeccabile, magiche illustrazioni ad acquarello, e un titolo che mi fa tremare le ginocchia e l’anima, visceralmente attratta da tutti i temi profondi e complessi dell’esistenza: Life and I. A story abouth death. Il libro ha la copertina ricurva, probabilmente a causa di qualche sbalzo di temperatura, ma non ci penso due volte e vado alla cassa a pagare.

life and I
L’albo illustrato più bello del mondo… e la sua copertina piegata, argh!

Niente di strano, direte voi. E invece io mi rendo conto, dopo aver concluso l’acquisto con assoluta tranquillità, che è avvenuto uno spostamento nel mio asse interiore, nel modo in cui mi rapporto all’oggetto libro.

Fino a non molto tempo fa, comprarne uno con un difetto anche così lieve mi avrebbe infastidito non poco – non parliamo neanche di comprarne di vecchi, rovinati, ingialliti, vissuti, usati.

A cosa devo questo shift interiore? Credo in particolare alla scoperta della filosofia del wabi-sabi, a cui ho già dedicato un articolo che cito qui:

侘  wabi – semplicità, silenzio, eleganza non ostentata

寂  sabi – la bellezza originata dallo scorrere del tempo su una persona o su un oggetto: vecchiaia, usura, riparazioni evidenti

Il wabi-sabi è l’antica arte giapponese di saper vedere la bellezza nell’imperfezione; deriva dal concetto buddhista di transitorietà delle cose secondo il quale tutto è imperfetto, mutevole e incompleto, ed esalta la bellezza dei difetti e dell’irregolarità che diventano simboli di unicità.

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Da persona estremamente precisa quale sono, so bene quanto la spinta verso la perfezione, e la sua ovvia mancanza, sia estenuante e improduttiva – quindi l’aver conosciuto, e soprattutto iniziato ad applicare, questo approccio alla bellezza (e di conseguenza alla vita), mi ha sollevata e alleggerita.

Cercando di applicare il wabi-sabi nei vari ambiti della mia vita, ho notato che in alcuni incontro più resistenza interiore (come l’accettazione del mio aspetto fisico con tutte le sue imperfezioni), in altri il processo è più naturale: il mio rapporto con i libri è uno di questi.

In ordine casuale, ecco tutti i modi in cui il wabi-sabi ha inaspettatamente, radicalmente cambiato il mio rapporto con gli oggetti più importanti della mia vita.

Io, che per tutta la vita ho comprato solo libri nuovi, scegliendo ossessivamente il più intonso della pila, mi sono ritrovata a comprarli (quasi solo) usati, e a percepire quasi come innaturale il gesto di comprarne di nuovi.

Temo un po’ meno l’idea di esporre i miei libri alla vita. Inorridisco un po’ meno nel toccarli con mani non perfettamente pulite, tremo un po’ meno nell’infilarli in borse che potrebbero rovinarli. (Solo un pochino meno, ok, ma ci sto lavorando).

wabi sabi books

Ho incominciato ad amare, di un amore intenso e particolare, i libri vecchi e sgualciti, quelli che mostrano i segni di una vita travagliata – come si amano di un amore più intenso le persone quando ti mostrano le loro cicatrici.

Wabi sabi books

Una cosa su cui ancora sto lavorando: cerco di accettare, forse persino apprezzare, i segni che inevitabilmente io, o – brividi! – le persone a cui ho prestato i miei libri, lasciamo leggendoli. Incomincio a sentire che non avrebbe senso rammaricarsene, un po’ come non ha senso rammaricarsi di una cicatrice.

Wabi sabi books

Ho incominciato ad amare così tanto i libri letti da altri occhi e toccati da altre mani che quelli nuovi hanno incominciato a sembrarmi mancanti di qualcosa: l’elemento umano, forse. Tutta la vita e le emozioni che si incagliano tra le pagine quando viene letto, e che per forza di cose mancano in un libro nuovo, rendendolo in quale modo meno intenso.

Wabi sabi books

Ho fatto così mia la filosofia del wabi-sabi books che ho creato un sito che ne è l’incarnazione: AccioBooks, un portale per scambiare, vendere, comprare, dare nuova vita a libri che ne hanno già vissuta una, o più.


Nelle foto di questo post vi mostro i miei libri wabi-sabi preferiti (e continuo qui sotto), ma sono curiosissima di sentire le vostre storie, di sapere qual’è il vostro rapporto con i libri rovinati e vissuti: fatemelo sapere nei commenti qui sotto e mostratemeli taggando le foto #wabisabibooks su Instagram (:

Wabi sabi books

Wabi sabi books

Wabi sabi books

Se mi conoscete un pochino lo sapete: credo che se poniamo una domanda – ad alta voce o a bocca chiusa – l’Universo non tarderà a darci una risposta, sotto forma di coincidenze, segnali, seredipità varie: come palline di pane che ci indicano la Via. E penso anche che queste risposte saranno in una lingua che noi possiamo capire. Per me, ovviamente, questa lingua è quella dei libri: spesso coincidenze e segnali mi appaiono sotto forma di titoli eloquenti, frasi lapidarie che sembrano rivolgersi proprio a me, nomi speciali che spuntano all’improvviso tra le righe. Così spesso che ho coniato un termine per descrivere il fenomeno: bookserendipity.

In questo periodo le domande che pongo silenziosamente ma insistentemente all’Universo parlano di pazienza, tempistiche, fretta, attese – e credo siano abbastanza universali. Suonano più o meno così: quanto ancora dovrò aspettare per ottenere X e Y? Perchè ogni progresso nella mia vita sembra così lento? È normale che il viaggio per arrivare da A a B sia così lungo? 

Quello che è successo poi è che l’Universo ha incominciato a rispondere alle mie domande, e lo ha fatto nel suo solito modo sottile ma inequivocabile: ha incominciato a nascondere (ma neanche troppo) risposte alle mie domande in ogni libro che leggo, sfoglio, o anche solo apro casualmente – una valanga di saggezza sul tema della pazienza è piovuta dal cielo su di me. Eccole qui, tutte le citazioni che mi sono capitate sotto gli occhi in questo periodo, voglio condividerle con voi, per i momenti in cui vi sembrerà di non avanzare di un passo, e l’impazienza prederà il sopravvento.

* Spoiler: il tempo che ci state mettendo è esattamente il tempo giusto. *

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«Quando un guerriero ha acquisito la pazienza è sulla via che porta alla volontà. Sa come aspettare. La sua morte siede con lui sulla stuoia, sono amici. […] Si accorge di poter veramente toccare tutto ciò che vuole con una sensazione che esce dal suo corpo da un punto appena sotto o sopra il suo ombelico. Quella sensazione è la volontà. E quando l’uomo è capace di afferrare le cose con essa, si può dire a ragion veduta che il guerriero è uno sciamano, e che ha acquisito la volontà.» – Carlos Castaneda, Una realtà separata

«Sono così fortemente consapevole della mia capacità di manifestare l’essenza dei miei desideri che riesco a mantenermi paziente e distaccato dal modo in cui si manifestano i dettagli, anche di fronte a quelle che potrebbero apparire come insormontabili disparità. Ricordate che non ci sono tabelle di marcia quando avete una pazienza infinita. Non c’è fallimento quando siete distaccati dal modo in cui avviene la manifestazione della vostra essenza spirituale. La vita segue il suo corso. Sappiatelo, e lasciate che l’universo pensi ai dettagli. […] Distaccarsi dai risultati significa evitare di attraversare la vita di corsa. Pensate a quel seme che è stato piantato nel terreno e sta diventando una quercia. Immaginate di tirar fuori dalla terra il seme dopo tre settimane per vedere come sta diventando e capire se c’è qualcosa che potete fare per accelerare il processo in modo tale da rispettare la vostra tabella di marcia.» – Wayne W. Dyer, Inventarsi la vita

«I fiumi lo sanno: non c’è fretta. Arriveremo laggiù, alla fine.» – A.A. Milne, Winnie Puh

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«A chi ha fede, a chi è paziente, a chi è ermeticamente puro, le cose più importanti di questo mondo – non la vita e la morte che sono soltanto dei nomi ma le cose veramente importanti – riescono meravigliosamente.» – J.D. Salinger, Seymour. Introduzione

«Vedi, Kamala, se tu getti una pietra nell’acqua, essa si affretta per la via più breve fino al fondo. E così è di Siddharta, quando ha una meta, un proposito. Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa, aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come la pietra attraverso l’acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia cadere. La sua meta lo tira a sé, poichè egli non conserva nulla nell’anima propria, che potrebbe contrastare questa meta. Questo è ciò che Siddharta ha imparato dai Samana. Questo è ciò che gli stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei demoni. Ognuno può compiere opere di magia, ognuno può raggiungere i proprio fini, se sa pensare, se sa aspettare, se sa digiunare.» – Hermann Hesse, Siddharta


Spero che abbiamo aiutato/ispirato te quanto l’hanno fatto con me – condividi questo articolo con le persone della tua vita che pensi possano beneficiare di questi messaggi  ♥  #sharethelove

P.s. Questa mattina mi è stato detto: «Tu non stai aspettando, ti stai preparando.»

In questo post ti racconterò quello che ho imparato nell’ultimo, magico anno sull’inseguire i propri sogni e lavorare per le proprie passioni. Ready? Go!

Se segui il mio blog certamente saprai che sono l’orgogliosa fondatrice di AccioBooks, che da poco – il 22 settembre – ha compiuto il suo primo anno di vita – yeeeeeh!

AccioBooks è per me più di un semplice lavoro: è la concretizzazione della passione della mia vita (devo specificare? i libri) oppure, detto in altre parole di uguale significato: il mio Sogno.

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Tirando le somme di questo pazzo, emozionante, gioioso, ansiogeno anno pieno di parole e amore mi sono felicemente resa conto di tutte le cose che mi ha insegnato. Le riassumo per te in questo articolo, sperando che possa essere un’occasione di confronto se anche tu hai intrapreso questo cammino, o un’ispirazione se il grande viaggio è ancora solo un’idea.

1. Scegli il lavoro che ami e non lavorerai mai, neanche per un giorno in tutta la tua vita
Lo dice anche il celebre aforisma di Confucio e io qui lo confermo con tutta me stessa: c’è un solo modo su questa Terra per non rimanere bloccati nelle terribile trappola creata dalla nostra società – dedicare la vita ad attività che non ci danno niente se non i soldi per vivere una vita che non abbiamo il tempo di vivere, se non in vecchiaia – ed è quella di scegliere un lavoro che si ama, o, detto in altre parole, seguire la propria vocazione.

Così facendo non solo il lavoro non sarà mai un lavoro per te – ma una gioia, un divertimento –  ma non ti troverai mai neanche a contare gli anni che ti separano dalla pensione, o a chiederti se il modo in cui stai passando la tua vita ha un senso.

2. L’unico modo per crescere nella vita è decidere di uscire dalla comfort zone, again, and again, and again
La tua comfort zone è quello spazio, fisico o mentale, in cui ti senti protetto dal pericolo, dai colpi, dagli imprevisti – insomma: dal dolore. Può sembrare una meraviglia, ma ecco la fregatura: la comfort zone è una bolla, un nido sicuro, che non ti isola soltanto dal pericolo, ma anche dalla vera gioia e dalla vera soddisfazione. Insomma, ti isola dalla vita vera. Questo schema chiarirà il concetto:

Comfort-zone-smallGià lo sospettavo, ma l’anno appena passato me lo ha confermato: non sperimenterai mai la magia se non sei prima disposto a sperimentare la paura, il pericolo, il disagio. Non c’è ricompensa senza rischio.

3. “No” non significa “no” – significa “Prova di nuovo”
Se avessi dato ascolto ai “No” il mio progetto non sarebbe mai neanche partito. Segui la tua strada e la tua intuizione.

4. Convinciti che sei più in gamba di quanto pensi
Sono una persona decisamente timida e riservata, spesso insicura del suo potenziale e delle sue idee, ma durante questo primo anno di lavoro con AccioBooks ho dovuto sperimentare rischi economici, esporre la mia idea al giudizio di decine di persone più adulte e competenti di me, partecipare a call con sconosciuti dall’altra parte del mondo, contrastare il dilagante pessimismo di quasi tutti i miei conoscenti, esporre il mio progetto davanti ad una sfilza di uomini d’affari portati alla critica e alla distruttività, etc.
Un anno fa avrei mai pensato di poter affrontare tutte queste cose? Assolutamente no.
Abbiamo risorse che mai sospetteremmo di avere e che possono mostrarsi solo quando usciamo dalla nostra comfort zone – fai in modo di scoprire le tue!

5. La qualità più importante da sviluppare è la perseveranza
Ho già parlato della perseveranza nella mia recensione a The Obstacle is the Way e qui mi auto-cito :):

Quando riusciamo a fare nostra la vera perseveranza – che è non fermarsi fino a quando non si è raggiunto l’obiettivo – non c’è più bisogno di preoccuparsi, affrettarsi o affaticarsi, perchè si sa che non è più una questione di riuscire a raggiungere l’obiettivo o no, ma di quando si raggiungerà.

Gli ostacoli non mi fermano. Ogni ostacolo si sottomette alla rigida determinazione. Chi guarda fisso verso le stelle non cambia idea. – Leonardo da Vinci

6. Non sarà semplice, ma sarà meraviglioso
Potremmo paragonare il sogno raggiunto alla cima di una montagna – se ne deduce che la strada per raggiungerlo non sarà semplice nè immediata – ma volete mettere la bellezza del panorama mentre la percorrete? È qui che mi trovo ora e vi posso assicurare che è mozzafiato, e la fatica della salita, lungi dal rovinare la camminata, la rende enormemente più stimolante.

Ecco qua, questo è pretty much quello che questo rocambolesco anno mi ha insegnato! Sono curiosa di sentire di voi, dei vostri sogni, del tratto di strada che state percorrendo e di quello che vi sta insegnando – fatemelo sapere lasciando un commento, e se l’articolo vi è piaciuto usate i social links qui sotto per condividerlo, share the love

Buona serata a voi!
Gloria

* Nelle foto tre dei molti libri che ho ottenuto sul mio AccioBooks: soddisfazioni!

“Be yourself, babydoll!” / Il #bookdocet di questa settiamana è dedicato all’importanza di essere se stessi, attraverso le meravigliose parole di uno degli autori più saggi che conosca.

Dopo una lunga assenza eccomi tornata con un altro #bookdocet, yeeeeh!

Si tratta della mia quote preferita, di uno dei miei autori preferiti di libri di psicologia/spiritualità/crescita personale, che ha lasciato questo mondo il 30 settembre 2015, facendomi versare una lacrima di tristezza mista a gratitudine per tutte le cose che mi ha insegnato e mi insegnerà: stò parlando di Wayne Dyer, psicoterapeuta, autore e speaker americano poco conosciuto da noi ma celebre in patria. Questo #bookdocet è il mio piccolo omaggio a lui.

Una delle cose che mi fa amare Dyer così tanto è il tono contemporaneamente dolce ed energico dei suoi libri, come se ti stesse dicendo “Ti capisco, sono con te, ma ora è il momento di agire”. La quote che vi propongo oggi è tratta dal mio preferito tra i suoi libri che ho letto fin ora: Le vostre zone erronee. Guida all’indipendenza dello spirito.

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Cosa potrei aggiungere a questa frase già così completa e perfetta?

“Sii te stesso” è senza dubbio il consiglio più usato di sempre, e viene sempre elargito con un’alzata di spalle, come a dire: “È semplice”. In realtà, essere se stessi è una cosa che si impara, è un processo continuo di prove e scoperte, faticoso ma necessario, perchè se mi guardo intorno vedo che le persone più felici e di successo che mi vengono in mente (gli “uomini grandi”) sono anche quelle che scelgono di esprimere se stesse nel modo più autentico possibile.

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Le vostre zone erronee. Guida all’indipendenza dello spirito, Wayne W. Dyer, Bur, 239 p.

Durante una passeggiata come tutte le altre, mi è passato per la mente un pensiero che non esito a definire “il pensiero più ottimista che io abbia mai pensato”. Voglio condividerlo con te, nelle certezza che ti sarà d’aiuto nelle tempeste e negli inverni della tua vita.

Mai stata ottimista, io.
Anzi, per tutta la vita mi sono definita pessimista. Sentivo Schopenhauer molto vicino al mio cuore e mi rivedevo molto nella sua visione del mondo, non so se mi spiego. Massime come “Il mezzo più sicuro per non diventare molto infelici consiste nel non chiedere di diventare molto felici.” (da L’arte di essere felici, Arthur Schopenhauer, Adelphi) mi sembravano quanto di più sincero e realista una mente potesse concepire.

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Poi, intorno ai 20 anni, ho scoperto che la psicologia e la spiritualità mi interessavano enormemente – passione che si è ovviamente tradotta in una montagna (letterale, non metaforica) di libri letti – che poco a poco, come delle gocce che nel corso degli anni scavano un solco cadendo sempre nello stesso punto – hanno cambiato la mia visione del mondo.
Oggi posso finalmente dirlo con cognizione di causa: sono un’ottimista. Il mondo mi sembra (davvero!) un bel posto e sono (davvero!) convinta che the best is yet to come.

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Ma qualche giorno fa, durante la mia mia consueta passeggiata serale, mi è balenato in mente un pensiero così ottimista da stupire perfino la mia ottimista nuova me.
Un pensiero che credo sinceramente sia il pensiero più ottimista che abbia mai pensato. Anzi, fatemi esagerare: penso sia il pensiero più ottimista che si possa pensare. Eccolo:

Improvvisamente mi ha colpito la consapevolezza – così elementare da passare inosservata – che non è mai esistito e mai esisterà un inverno che non abbia portato alla primavera, mai una notte che non si sia conclusa con l’alba, mai una tempesta che non abbia portato nuova vita.

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Potreste dirmi: “È tutto molto bello, ma perchè questo dovrebbe riguardarci e renderci felici?”
Perchè noi siamo natura, e tutto ciò che riguarda la natura riguarda anche noi – e questa è un’ottima notizia. Quando siamo nel mezzo di un periodo problematico, spesso è difficile immaginare la fine e sperare in un nuovo inizio, ma in virtù delle magnifiche ovvietà riportate sopra è naturale aspettarci – in quanto elementi naturali non meno di un albero, un fiore, una tigre o una nuvola – che gli inverni della nostra vita lasceranno spazio alle estati, che le tempeste porteranno nuove opportunità, e che i periodi bui non dureranno per sempre.

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Non che inverni rigidi, siccità interminabili e notti oscure non esistano, è solo che non hanno mai l’ultima parola.

Utilizza i bottoni social per condividere questo articolo con tutte le persone che hanno bisogno di un pensieri felici

Lots of love,
Gloria

In questo #bookdocet si parla di Amore (si, con la A maiuscola) – quindi mi faccio da parte e lascio parlare qualcun altro al posto mio (ma vi lascio in cambio la recesione ad un libro speciale).

Hi everyone! Per chi leggesse per la prima volta questa rubrica: i #bookdocet sono una raccolta di tutto quello che i libri mi hanno insegnato nella mia ventennale carriera da lettrice, o almeno ci provano. Questo è il #7 – hope you like it!

Il #bookdocet di oggi è tratto da un romanzo che ho amato profondissimamente: Ho un castello nel cuore di Dodie Smith. Da noi pressappoco sconosciuto (e svalutato da titolo e cover troppo infantili), in Inghliterra è considerato – a ragione – un classico della letteratura femminile. Sarà anche un luogo comune, ma, davvero, avrei voluto che non finisse mai.

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Ambientato negli anni ’30, in Inghilterra, parla di una pazza, sgangherata, poverissima, romantica famiglia che vive in un magnifico castello medievale. La voce narrante, Cassandra, è la protagonista perfetta per questo glorioso romanzo – appassionata e passionale, ingenua ma disincantata – il genere di persona così piena di deliziosi difetti, tutti mostrati con meravigliosa spontaneità, da sembrare perfetta (non per niente J.K.Rowling ha commentato: «This book has one of the most charismatic narrators I’ve ever met»).
Verrebbe da dire che si tratta di una storia d’amore, ma sarebbe molto riduttivo: è anche un romanzo di formazione, una saga famigliare, una deliziosa commedia, una dichiarazione d’amore per un Paese (la Smith, tra l’altro autrice de La carica dei 101, – che sicuramente leggerò ora che so di cosa è capace – inglese, ha iniziato a scrivere questo libro durante la seconda guerra mondiale, spinta dalla nostaglia per il suo paese, dopo essersi trasferita in California con il marito).

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Siccome il tema della quote che ho scelto è niente di meno che l’amore – o meglio, l’Amore – ho preso la decisione di fare qualche riverente passo indietro e non pronunciarmi sull’argomento. Lascerò che a commentare la quote di oggi siano invece Osho e Albert Camus.

La mente umana funziona così: chiede sempre: «Ma l’altro mi ama?» La donna, la moglie, chiede: «Mio marito mi ama?». Il marito continua a chiedere: «Mia moglie, la donna, mi ama?». I figli si chiedono sempre: «La mamma, il papà, mi amano?». E i genitori si chiedono se i figli li amano. La domanda riguarda sempre l’altro. Stai ponendo la domanda sbagliata. Stai procedendo in una direzione sbagliata e andrai a sbattere contro un muro, non troverai alcuna porta. E ti sentirai ferito, perchè avrai sbattuto contro il muro. Ma il tuo approccio era sbagliato dall’inizio; dovevi chiedere: «Amo mia moglie?», «Amo mio marito?», «Amo i miei figli?», «Amo mia madre e mio padre?». Devi partire sempre da te, interrogarti sul tuo amore. E qui è il mistero: se ami, d’un tratto sai che tutti ti amano. Se ami tua moglie, lei ti ama; se ami tuo marito, lui ti ama; se ami i tuoi figli, loro ti amano. Una persona che ama dal profondo del cuore viene contraccambiata da ogni direzione. L’amore non è mai sterile. E’ una fioritura. 

Osho, Yoga: il respiro dell’infinito

Non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare.

Albert Camus, L’estate

Usate i link social per condividere questo #bookdocet con le persone che amate ♥

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Ho un castello nel cuore, Dodie Smith, Rizzoli, 538 p.

Libertà emotiva e lavoro su se stessi, visti attraverso gli occhi di una delle eroine letterarie più amate di tutti i tempi: Jane Eyre.

Il sesto #bookdocet è dedicato a un libro immenso, dal messaggio rivoluzionario per il tempo in cui è stato scritto (1847): una donna può essere e fare tutto quello che desidera, a dispetto delle sue fragilità, anzi, in virtù delle sue fragilità – stò parlando, ovviamente, del capolavoro di Charlotte Brontë, Jane Eyre.

La quote che ho scelto è la seguente:

Posso vivere sola, se il rispetto per me stessa e le circostanze me lo richiederanno. Non mi è necessario vendere l’anima per comprare la felicità. Ho un tesoro interiore, nato insieme a me, che può mantenermi viva anche se tutti i piaceri esterni mi verranno negati; o offerti ad un prezzo che non potrò accettare.

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Il messaggio forte e chiaro che io ne traggo è questo: una volta che abbiamo costruito dentro di noi un tesoro interiore abbastanza florido e solido, una volta che abbiamo lavorato abbastanza su di noi, la nostra psiche e la nostra visione del mondo da raggiungere l’indipendenza emotiva, non abbiamo più bisogno di vendere l’anima per comprare la felicità.

La conclusione è sempre la stessa: lavora sulla tua interiorità (e, ovviamente, leggi Jane Eyre).

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Jane Eyre, Charlotte Brontë, Einaudi, 593 p.

Lezioni sulla vita e il fallimento da uno dei più amati personaggi della letteratura per l’infanzia di tutti i tempi: Anna dai capelli rossi.

Il quinto #bookdocet è tratto da un libro che mi è piaciuto così tanto che è diventato il nome del mio blog: Anne of Green Gables ovvero Anna dai capelli rossi.

La cosa che più mi ha colpita di questo libro, ancora più del talento di Lucy Montgomery, sono le lezioni di vita nascoste (ma neanche tanto) ad ogni riga. Come tutta la grande letteratura, questo libro insegna a vivere. Senza retorica, senza moralismi o pedanteria – solo attraverso l’esempio (l’unico modo valido di insegnare) di un personaggio eccezionale.
Anna è l’incarnazione del pensiero positivo, della gratitudine apparentemente immotivata, della comunione con l’Universo – e insegna tutte queste cose al lettore come difficilmente un libro di saggistica riuscirebbe a fare: è la forza della letteratura.

Una delle più belle lezioni contenute in questo piccolo capolavoro è il #bookdocet di oggi:

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La nostra cultura ci ha abituati a pensare al fallimento come a qualcosa di negativo e definitivo, come una marchio d’infamia che ci seguirà per sempre. In realtà, un fallimento non è mai negativo e non è mai definitivo: è semplicemente l’opportunità di riprovare, questa volta dalla posizione avantaggiata di chi ha più esperienza.

Failure is a bruise not a tattoo. – Jon Sinclair

Nel #bookdocet di questa settimana Amélie Nothomb ci parla, ebbene si, di darsela a gambe.

Il quarto #bookdocet è tratto dall’incredibilmente delizioso Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb, libro autobiografico, racconta gli anni trascorsi da Amélie in Giappone, e in particolare la sua storia d’amore con Rinri, un ragazzo del luogo.

Si parla di movimento, e quindi cambiamento:

Lo spazio ci libera da tutto. Non c’è tormento che resista all’espansione di sé dell’universo. Il mondo sarebbe così grande per niente? La lingua dice una cosa giusta: darsela a gambe vuol dire salvarsi. Se stai morendo, scappa. Se stai soffrendo, datti una mossa. Non esiste altra legge che il movimento.

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Questa bellissima quote me ne porta alla mente un’altra, di Jim Rohn:

If you don’t like how things are, change it! You‘re not a tree.

Il messaggio è chiaro: accettare situazioni che ci fanno soffrire o non sono adatte a noi è folle. Quale che sia la situazione in cui ci troviamo, non è mai una condanna, non è mai immutabile, e noi abbiamo sempre il potere di darci una mossa.

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Né di Eva né di Adamo, Amélie Nothomb, Voland, 170 p.