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Se sei donna e ami leggere, non puoi perderti questi 5 gioielli (per poi passarli a tutte le bambine/ragazze/donne che conosci): queste bambine letterarie hanno davvero qualcosa da insegnare.

Da bambina – da brava tomboy qual’ero – ho sempre evitato i libri da bambine (detto rigorosamente in tono dispregiativo) come la peste: roba da mocciose. Crescendo e diventando più femminile ho scoperto un amore per la letteratura per bambini (che, diversamente da ciò che la maggior parte delle persone sembra pensare, è letteratura a tutti gli effetti) che non ho mai avuto nell’età in cui sarebbe stato più prevedibile averlo – e, in particolar modo, proprio per quei libri da mocciose che tanto disprezzavo quando ero piccola e passavo le giornate ad arrampicarmi sugli alberi, giocare a Super Mario sul Gameboy e a calcio con i miei fratelli.

I cinque libri di cui vi parlo oggi hanno un comune denominatore: le protagoniste sono delle bambine assolutamente kickass – non trovo un corrispettivo italiano più indicato. Partono tutte (a parte Calpurnia) da una situazione molto difficile e disagiata, e riescono a uscirne contando solo su se stesse, attraverso coraggio, intelligenza e soprattutto – particolarità che adoro – sulla forza della loro immaginazione. Eccole:

1. La piccola principessa, Frances Hodgson Burnett (Sara Crewe – 1905)

Con un titolo così lezioso e una trama del genere – Sara frequenta la prestigiosa accademia londinese di Miss Minchin, ottenendo un trattamento privilegiato grazie alla ricchezza del padre; improvvisamente però cade in rovina, ed è costretta a rimanere nella scuola come sguattera, subendo ogni genere di angheria – non mi aspettavo altro che un libro svenevole intriso di buonismo e zucchero.

E invece, sorpresa, no.

La Burnett ha avuto l’intelligenza (e il talento) di creare il personaggio ideale per non cadere in questa trappola: un personaggio che non si piega al corso degli eventi ma li affronta con coraggio, ottimismo e fantasia. Un personaggio che sa bene, nonostante la sua giovanissima età, che la realtà viene plasmata dai nostri pensieri, e usa il potere della sua immaginazione per trasformare i tristi eventi della sua vita in altrettante avventure.

Qualunque cosa accada, niente di fondamentale può cambiare: resterò sempre una principessa, anche se vestita di stracci, purchè lo sia nell’animo.

Da guardare l’adattamento cinematografico del 1995 di Alfonso Cuarón: nonostante vi siano molte differenze rispetto al libro l’atmosfera è da sogno e lo spirito del libro intatto.

2. Anna dai capelli rossi, Lucy Maud Montgomery (Anne of Green Gables – 1908)

Ho già parlato di questo magnifico libro in questo #bookdocet – non voglio ripetermi, quindi dirò solo che Anna è un eccezionale role model, e che qualsiasi sia la vostra età porterà una ventata di ispirazione e ottimismo nella vostra vita.

Se non puoi essere proprio allegra, cerca almeno di essere più allegra che puoi.

E una volta finito il libro fate in modo di non perdervi l’anime del maestro Isao Takahata (co-fondatore dello studio Ghibli insieme a Hayao Miyazaki, nientepopodimeno) – meraviglioso.

3. Pippi Calzelunghe, Astrid Lindgren (Boken om Pippi Långstrump – 1945)

Ok, da dove si inizia a parlare di Pippi Calzelunghe?

Alla sua uscita, anche nella per noi anticonformista Svezia causò “un profondo rivolgimento di costumi e grande scandalo fra i benpensanti” (e non so voi, ma io un libro che causa rivolgimento dei costumi e scandalo fra i benpensanti lo leggo a priori – se è un libro per bambini a maggior ragione).

Pippi è una bambina di 9 anni che vive completamente sola (se si escludono un cavallo e una scimmia) in una vecchia casa in rovina, Villa Villacolle. La mamma è morta quando Pippi era piccola, e il padre è un capitano di marina che durante un temporale “era volato via ed era scomparso”.

Tralasciando il fatto che questo libro è davvero divertentissimo, il personaggio di Pippi è uno dei migliori in cui io mi sia imbattuta nella mia carriera di lettrice. È puro e semplice anticonformismo, forza di carattere, sfacciataggine, indipendenza e menefreghismo verso l’opinione altrui, tutto nel corpo di una bambina con trecce rosse e lentiggini.

Il capitolo in cui due ladri si introducono a Villa Villacolle per rubare le molte ricchezze di Pippi, e lei li costringe a ballare la tarantella tutta la notte per poi offrirgli la colazione e regalargli una moneta d’oro a testa commentando «Ve la siete proprio guadagnata», è qualcosa di epico – per non parlare di quando decide di andare a scuola:

«Salute a voi!» esclamò Pippi agitando il suo ampio cappello. «Arrivo in tempo per le mortificazioni

Fatevi un regalo, qualsiasi sia la vostra età: leggete Pippi Calzelunghe.

4. Matilde, Roald Dahl (Matilda – 1988)

Roald Dahl è uno dei miei scrittori preferiti of all time – i suoi libri sono spettacolarmente l’esatto contrario di tutto ciò che ci si aspetta dai libri per bambini: per niente politically correct (Furbo, il signor Volpe, Agura Trat, Gli Sporcelli), davvero spaventosi (Le streghe), percorsi da una vena di humor nero (La fabbrica di cioccolato) e i cui protagonisti, spesso bambini, sono perseguitati da adulti molto realisticamente perfidi (alcune scene di Matilde e La magica medicina fanno pensare ad un Full Metal Jacket adattato per l’infanzia) – è la grandezza di Dahl: tratta i bambini come come persone, non come bambini.

Matilde (inspiegabilmente tradotto dall’originale Matilda) è uno dei migliori di uno scrittore che anche nei suoi “peggiori” è grande. La trama è nota, anche grazie al film di Danny DeVito del 1996, che se sei un ’90 kid annovererai sicuramente tra i tuoi film dell’infanzia: Matilde è una bambina incredibilmente dotata quanto incredibilmente ignorata dai genitori. A diciotto mesi parla correttamente («Ma i suoi genitori, invece che lodarla, le dicevano che era una fastidiosa chiacchierona e aggiunsero seccamente che le brave bambine non dovrebbero farsi nè vedere nè sentire.»), a tre anni impara a leggere da sola, a quattro legge speditamente e incomincia ad avere una gran voglia di libri:

«Papà, mi compreresti un libro?»
«Un libro? E per che cavolo farci?»
«Per leggerlo.»
«Diavolo, ma cosa non va con la tele? Abbiamo una stupenda tele a ventiquattro pollici e vieni a chiedermi un libro! Sei viziata, ragazza mia!»

Questo libro è il racconto di come Matilde impara ad utilizzare i suoi poteri magici (l’intelligenza e la sensibilità, ma anche una misteriosa energia che le esce dagli occhi) per portare se stessa in salvo dagli adulti che non possono/non vogliono apprezzarla ed amarla. Meraviglioso!

5. L’evoluzione di Calpurnia, Jacqueline Kelly (The Evolution of Calpurnia Tate – 2009)

Magari non è un libro perfetto, magari scorre un pò lento, ma volete mettere? Quell’atmosfera: il caldo della campagna del Texas, il profumo del fieno e i campi di cotone… Volete mettere un nonno come Il Nonno, scienziato burbero che molla gli affari per dedicarsi alla Natura? E Viola, la scorbutica-saggia-meravigliosa cuoca nera? E i cerbiatti, e i colibrì? E volete mettere Calpurnia – che non vuole debuttare perchè vuole andare all’università e poi diventare una Scienziata, che arriva in ritardo a cena con il vestito sporco perchè ha inciampato in una tana di tasso e forse si è rotta una caviglia; e la prima automobile, il primo telefono e la prima Coca Cola, e il capodanno del 1899, e la prima neve dopo decenni! E una mamma così non la vorreste anche voi? Volete mettere? Io in questo libro ci voglio abitare.

Un giorno avrei posseduto tutti i libri del mondo, scaffali e scaffali pieni. Avrei vissuto in una torre di libri. Avrei letto tutto il giorno mangiando pesche. E se qualche giovane cavaliere con l’armatura avesse osato passare sul suo bianco destriero e mi avesse implorato di calargli la treccia, lo avrei bersagliato di noccioli di pesca finchè non se ne fosse andato a casa.

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La recensione di questa settimana è dedicata ad un libro che mi ha profondamente sorpresa, un classico d’avventura che ho scoperto essere molto più introspettivo, femminile e profondo di quanto ci si potrebbe aspettare da un’avventura in mare: La linea d’ombra.

La linea d’ombra è il momento di passaggio dalla giovinezza alla maturità, la presa di coscienza della propria indipendenza e responsabilità. Questo libro è il racconto romanzato della reale esperienza di Conrad, il personale passaggio attraverso la sua linea d’ombra«[…] essa è esperienza personale vista in prospettiva con l’occhio della mente».

Il protagonista, giovane annoiato e cinico che aveva già deciso di abbandonare la vita di mare, si ritrova improvvisamente e inaspettatamente nominato capitano di una nave.

– Là! Quella è la vostra nave, capitano, – disse.

[…] qualsiasi cosa lui pensasse della nave, sapevo che, al pari di alcune rare donne, essa era una di quelle creature la cui semplice esistenza è sufficiente a suscitare un diletto disinteressato. Uno sente che è bello essere al mondo, quel mondo in cui essa esiste.

Il suo primo viaggio come capitano si rivela però un’odissea: l’intero equipaggio, a parte lui e il bel Ransome, cuoco della nave malato di cuore, si ammala di febbre tropicale e a bordo non ci sono medicine per poterlo curare; inoltre per settimane si ritrovano in una bonaccia terribile che non permette alla nave di avanzare, mentre il primo ufficiale inizia a delirare riguardo al precedente capitano, che avrebbe gettato una maledizione sulla nave…
Il capitano si ritrova così in una duplice tempesta: quella fisica, reale, e quella interiore, attanagliato dalla paura, dall’insicurezza e dai sensi di colpa per la sua ciurma di moribondi bloccata in mare aperto.

[…] e io stavo ritto in mezzo a loro come una torre di energia, inaccessibile alla malattia, sensibile soltanto al male della mia anima.

Ho iniziato La linea d’ombra piena di pregiudizi, pensavo che si trattasse di un libro totalmente maschile, il genere di libro che mi annoia a morte: non una donna in tutto il romanzo, niente pathos o sentimento, solo una ciurma di marinai e un’avventura in mare. Avevo ragione e torto.

Oltre a tutto questo il libro ha anche una parte femminile: leggendolo si percepisce che il viaggio racontato da Conrad è, oltre che fisico – forse più che fisico – interiore. L’odissea in mare che il protagonista attraversa non è che una mera metafora di quella interiore, niente più che un pretesto usato dall’autore per parlare della vera linea d’ombra, quella dell’anima. L’intero libro è una magnifica sovrapposizione di realtà fisica e interiore, la caratteristica che rende il libro così bello e universalmente condivisibile.

Forse se Conrad avesse intitolato questo libro Primo comando al posto de La linea d’ombra, come per lungo tempo ha avuto intenzione di fare, non avrei avuto questa sensazione decisiva: sono contenta che non l’abbia fatto.

Non posso non concludere questo post con la magnifica canzone che Jovanotti ha scritto ispirandosi a questo libro, anche se «è un racconto, in realtà, non è una canzone» ♥

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La linea d’ombra, Joseph Conrad, Einaudi, 138 p.

La recensione di questa settimana è dedicata ad un libro-bussola che ha aiutato milioni di donne a ritrovare la strada di casa: ovviamente, parlo di Mangia prega ama.

Volevo le gioie del mondo e la trascendenza – il duplice splendore di una esistenza pienamente umana. Volevo quello che i greci antichi chiamavano kalòs kai agathòs, l’equilibrio tra ciò che è buono e ciò che è bello.

Mangia, prega, ama è uno dei miei libri del cuore – e mentre lo dico mi sembra di sentire un coro di voci scettiche che si alza: è un romanzo fortemente criticato, per molti motivi diversi, tutti discutibili: da quelli che “se un libro ha fatto i soldi allora sicuramente è spazzatura e l’autore è un venduto” (teoria vera spesso ma non sempre), da quelli che “queste stronzate da fricchettoni new age non fanno per me”, da quelli che “che banalità, viaggiare per ritrovare sè stessi”, ai migliori, gli italiani permalosi che si offendono perchè l’immagine che ne esce di noi è di un popolo di “mangioni, bevoni, mammoni” (falso, il ritratto della Gilbert è fin troppo roseo).

La trama è ormai celebre (grazie anche all’omonimo film del 2010 con Julia Roberts): Elizabeth ha 31 anni, un marito, una grande casa alla periferia di New York, una brillante carriera da scrittrice, e una certezza: Non voglio più essere sposata. E fin qui, niente di nuovo. Quello che è nuovo, e coraggioso, e degno di avere un libro a raccontarlo, è il modo in cui Liz ha deciso di reagire a questa consapevolezza (e al conseguente, disastroso divorzio, seguito da un’altra relazione altrettanto dolorosa): decide di partire per un viaggio lungo un anno, diviso tra Italia, India e Indonesia, alla ricerca della serenità e dell’equilibrio interiore.

Il libro è diviso in tre parti, una per ogni stato visitato, e in 108 brevi capitoli, tanti quante le perline degli japa mala, le collane utilizzate dagli yogi come aiuto per mantenere la concentrazione durante la meditazione. Le tre parti sono ugualmente belle quanto diverse: calda e colorata quella dedicata all’Italia, lenta, profonda e riflessiva quella indiana, passionale e liberatoria quella ambientata a Bali.

[Kenut] Mi mostrò uno schizzo che aveva eseguito durante la meditazione: una figura umana androgina, in piedi, con le mani congiunte in preghiera. Ma quella figura aveva quattro gambe, e al posto della testa un groviglio di foglie e fiori selvatici. Sul cuore era disegnato un piccolo viso sorridente.
«Per trovare l’equilibrio che stai cercando» mi rispose Kenut attraverso l’interprete «devi diventare così. Devi tenere i piedi ben piantati a terra, come se avessi quattro gambe. In questo modo puoi vivere nel mondo, ma devi smettere di guardarlo con la testa, devi guardarlo con il cuore. Così conoscerai Dio.»

Liz è simpaticissima, incasinata, tenera, imbranata, a volte superficiale, a volte profonda, ma sempre vera, e racconta se stessa con una sincerità e un’autoironia disarmanti: la naturalezza con cui racconta imbarazzanti aneddoti che i più farebbero di tutto per tenere ben nascosti non finiva di stupirmi e, ovviamente, mi divertiva da morire.

È un libro che non ha l’intenzione nè la pretesa di proporre soluzioni originali, o intelligenti, o innovative: vuole solo raccontare. Il percorso della Gilbert non può essere giudicato in nessun modo, è semplicemente il suo percorso, quello che ha scelto, voluto, amato, che sentiva giusto per sè stessa. E non è un libro per tutti: evitatelo se cercate un romanzo rosa, evitatelo se siete chiusi rispetto alla spiritualità e alle religioni orientali, evitatelo se non volete che la vostra routine sia scossa dal racconto di chi ha avuto il coraggio di lottare e non arrendersi all’infelicità.

Oltre la godibilità, oltre la simpatia dell’autrice, il grosso pregio di questo libro non è quello di fornire una strada giusta, o originale, ma di ispirare, di mostrare che c’è una strada, sempre, anche quando le cose sembrano senza speranza. Questa è quella di Liz, ed è meravigliosa. Buona lettura.

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Mangia prega ama, Elizabeth Gilbert, Rizzoli, 376 p.

Nel #bookdocet di questa settimana Amélie Nothomb ci parla, ebbene si, di darsela a gambe.

Il quarto #bookdocet è tratto dall’incredibilmente delizioso Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb, libro autobiografico, racconta gli anni trascorsi da Amélie in Giappone, e in particolare la sua storia d’amore con Rinri, un ragazzo del luogo.

Si parla di movimento, e quindi cambiamento:

Lo spazio ci libera da tutto. Non c’è tormento che resista all’espansione di sé dell’universo. Il mondo sarebbe così grande per niente? La lingua dice una cosa giusta: darsela a gambe vuol dire salvarsi. Se stai morendo, scappa. Se stai soffrendo, datti una mossa. Non esiste altra legge che il movimento.

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Questa bellissima quote me ne porta alla mente un’altra, di Jim Rohn:

If you don’t like how things are, change it! You‘re not a tree.

Il messaggio è chiaro: accettare situazioni che ci fanno soffrire o non sono adatte a noi è folle. Quale che sia la situazione in cui ci troviamo, non è mai una condanna, non è mai immutabile, e noi abbiamo sempre il potere di darci una mossa.

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Né di Eva né di Adamo, Amélie Nothomb, Voland, 170 p.

侘  wabi – semplicità, silenzio, eleganza non ostentata

寂  sabi – la bellezza originata dallo scorrere del tempo su una persona o su un oggetto: vecchiaia, usura, riparazioni evidenti

Il wabi-sabi è l’antica arte giapponese di saper vedere la bellezza nell’imperfezione; deriva dal concetto buddhista di transitorietà delle cose secondo il quale tutto è imperfetto, mutevole e incompleto, ed esalta la bellezza dei difetti e dell’irregolarità che diventano simboli di unicità.

Nella definizione di Leonard Koren, di cui vi parlo tra pochissimo:

«Il wabi-sabi è l’aspetto più evidente e caratteristico di quella che noi consideriamo la bellezza giapponese tradizionale, e nel pantheon giapponese dei valori estetici occupa pressappoco lo stesso ruolo che noi occidentali attribuiamo agli ideali greci di bellezza e perfezione.»

Lo trovo un magnifico modo di guardare il mondo, le cose, le persone – il perfetto antidoto agli ideali Occidentali di bellezza perfetta e senza macchia, tanto radicati in profondità nella nostra cultura quanto inadatti e innaturali nel nostro mondo per definizione imperfetto.

Riuscite ad immaginare di vivere in un mondo che non solo accetta, ma celebra l’imperfezione?

Dato il mio carattere perfezionista, un pò control freak, molto esteta, e quindi naturalmente portato alla (inutile ed estenuante) ricerca della perfezione, fare mia la filosofia wabi-sabi è qualcosa che somiglia molto alla necessità.

Mi sono prevedibilmente procurata dei libri a riguardo e il post di oggi ne è il risultato: vi parlo di due libri che applicano il wabi-sabi a due ambiti diversi ma ugualmente universali: l’amore e l’arte.

 

Il primo è Wabi sabi love – Come trovare equilibrio e bellezza nell’amore (im)perfetto di Arielle Ford. Ora, è chiaro che un libro che parla di filosofia orientale applicata alle relazioni sentimentali (per chi non mi conoscesse: due degli argomenti che più mi esaltano – si, esaltano – e su cui più ho letto) chiamava a gran voce il mio nome – con questa copertina poi, l’avete vista la copertina?!

L’intuizione della Ford di applicare la filosofia wabi-sabi alle relazioni sentimentali è assolutamente vincente. Riuscite a pensare ad un ambito in cui sia di più vitale importanza riuscire ad accettare – anzi, amare – le imperfezioni altrui?

Quando ho letto questo libro per la prima volta, nel 2012, non avevo particolarmente apprezzato il modo in cui il tema viene sviluppato: quasi esclusivamente attraverso testimonianze e racconti di coppie che sono riuscite a vivere secondo la filosofia wabi sabi, e questo, insieme al fatto di essere ancora acerba per digerire la spiritualità che di tanto in tanto fa capolino nel testo, mi aveva guastato la lettura.

La seconda lettura, per scrivere questo post, è stata invece decisamente più soddisfacente: la spiritualità non mi spaventa più, e ho trovato che la scelta di affidare il messaggio del libro a storie vere sia estremamente azzeccata, forse l’unica possibile.

Ma la cosa che adoro di questo libro è l’estrema concretezza e fattibilità: spesso i manuali di questo tipo si perdono nella psicologia e nella filosofia, dimenticandosi di andare oltre l’astrazione e di fornire esempi e soluzioni concrete. Wabi sabi love, no – i consigli dell’autrice sono estremamente pratici e facilmente applicabili, e, ciò che più conta, efficaci. Da leggere.

Quando vi scoprite a notare le crepe del vostro partner, chiudete gli occhi e immaginate di riempire quelle crepe con l’oro.

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Photo courtesy of David Pike

Il secondo libro di cui vi parlo è Wabi-sabi per artisti, designer, poeti e filosofi, libriccino di una settantina di pagine ma dal contenuto molto denso, ideale se volete approfondire il concetto di wabi-sabi (anche se non siete artisti, designer, poeti o filosofi).

Sono molto affezionata a questo libretto per via del modo in cui è arrivato a me: qualche anno fa ho contattato un gentilissimo utente di aNobii che possedeva questo e un altro libro che mi intrigava molto, Sun Tzu e l’arte della seduzione, proponendogli uno scambio con due libri della mia libreria; lui è stato così gentile da inviarmi i due libri senza chiedere niente in cambio, e per di più ha aggiunto nel pacchetto due meravigliosi segnalibri scritti a mano (senza contare che anche la carta in cui li aveva avvolti era completamente scritta a mano, carta che ho strappato aprendo il pacchetto rendendola involontariamente una perfetta opera wabi-sabi). È stato uno dei rari atti di gentilezza totalmente disinteressata da parte di uno sconosciuto a cui abbia mai assistito ♥

Ritornando al libro – approfondisce molto bene la filosofia wabi-sabi, spiega accuratamente il contesto storico e culturale in cui si è sviluppato, fà un interessante parallelismo con il modernismo… ma è freddo. Accademicamente freddo. Non è ovviamente un difetto oggettivo, ma se come me avete bisogno di sentire un contatto emotivo con un libro e il suo autore per arrivare ad amarlo, vi lascerà con un pò di amaro in bocca. Se invece apprezzate l’approccio “scientifico”, questo è il libro che fa per voi.

Wabi-sabi significa muoversi leggeri per il mondo, imparando ad apprezzare qualsiasi cosa incontriamo, per quanto sia insignificante, in qualsiasi momento.

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Wabi sabi love – Come trovare equilibrio e bellezza nell’amore (im)perfetto, Arielle Ford, Leggereditore, 203 p.

Wabi-sabi per artisti, designer, poeti e filosofi, Leonard Koren, Ponte alle Grazie, 92 p.

Eccoci al terzo #bookdocet! (traduzione per chi si connette per la prima volta: sproloqui della sottoscritta su tutte le cose belle che i libri mi hanno insegnato nella mia vita da lettrice ♥)

La citazione di oggi è tratta da un pamphlet – piccolo piccolo per quanto riguarda il numero di pagine, gigantesco circa il contenuto – che ho letto questo inverno: Discorso della servitù volontaria di Étienne de La Boétie, filosofo francese, grande amico di Michel de Montaigne.

L’argomento – la libertà – mi stà così a cuore ed è un agomento di così vitale importanza che ho timore a parlarne: fisso lo schermo, scrivo qualche parola, cancello, ricomincio.

Discorso della servitù volontaria è stato scritto nel 1549, quando Étienne aveva, ebbene si, 18 anni.

Il contenuto è di quelli esposivi, che come minimo ti fanno riflettere, molto più probabilmente ti scuotono. De La Boétie sostiene che la sottomissione ad un tiranno è una scelta, in quanto egli ha solo il potere che i sudditi decidono di concedergli. L’uomo, nato libero e destinato alla libertà, sceglie, per debolezza e abitudine, la schiavitù. Il Discorso è una denuncia verso tutti i meccanismi psicologici e sociali che portano l’individuo a sopportare senza proteste il dominio della società.

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Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi. Non voglio che lo abbattiate o lo facciate a pezzi: soltanto, non sostenetelo più, e allora, come un grande colosso cui sia stata tolta la base, lo vedrete precipitare sotto il suo peso e andare in frantumi.

 

Ma costoro vogliono servire per avere delle ricchezze: come se qualcosa potesse mai appartenere a chi non può dire di appartenersi;

Proprio come accade ai migliori cavalli da battaglia, che all’inizio mordono il freno e poi ci prendono gusto, che prima recalcitrano sotto la sella, poi invece si addobbano di finimenti e, tutti fieri, si pavoneggiano nella loro bardatura. Così gli uomini dicono di essere sempre stati sottomessi, perchè così hanno vissuto i loro padri; pensano di essere tenuti a sopportare il male, se ne convincono a forza di esempi, e gettano loro stessi, con il passare del tempo, le fondamenta del potere di chi li tiranneggia. Ma lo scorrere degli anni, in verità, non conferisce a nessuno il diritto di fare del male, aggrava se mai l’ingiustizia. Così c’è sempre qualcuno, nato meglio degli altri, che sente il peso del giogo e non può fare a meno di scuoterlo; che non si lascia mai addomesticare dalla sottomissione e che, come Ulisse, che per mare e per terra sempre cercava di scorgere il fumo del suo focolare, non può mai trattenersi dal pensare ai suoi privilegi naturali, dal ricordarsi dei suoi precursori e della loro condizione. Sono spesso e volentieri individui del genere, dalla mente lucida e dallo spirito chiaroveggente, che non si accontentano, come fa il grosso della plebe, di guardare solo quello che sta davanti alla punta dei loro piedi. Pensano invece a quanto sta dietro e davanti, ricordano le cose passate per giudicare quelle del tempo a venire e trovare la misura di quelle presenti; sono quelli che, avendo già di per se una bella testa, l’hanno ulteriormente affinata con lo studio e la cultura. Costoro, quand’anche la liberta fosse per intero perduta e scacciata dal mondo, riuscirebbero a immaginarla e a sentirla nella loro mente, ad assaporarla ancora; la servitù non è mai di loro gusto, per bene che la si addobbi.

Se dovessi riassumere in poche parole il Discorso, sarebbero queste: la libertà è una scelta.

Concludo con una citazione di Emma Goldman, anarchica russa che certamente aveva letto De La Boétie:

People have only as much liberty as they have the intelligence to want and the courage to take.

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Discorso della servitù volontaria, Étienne de La Boétie, Feltrinelli, 125 p.

«Basta appena sfiorare quei vecchi romanzi dimenticati e ascoltare il tono di voce in cui sono scritti per intuire che la scrittrice stava compiacendo la critica; diceva questa cosa con tono aggressivo, quell’altra con tono conciliatorio. Ammmetteva di essere “soltanto una donna”, oppure protestava di essere “brava quanto un uomo”. Faceva fronte alla critica come il suo temperamento le dettava, con docilità e timidezza oppure con rabbia e veemenza. Non importa quale delle due; lei pensava ad altro che non alla cosa sulla quale stava lavorando. Ecco che il suo libro ci cade sulla testa. Aveva un difetto, proprio al centro. […] L’autrice aveva alterato i propri valori per condiscendeza verso l’opinione degli altri.
Ma come deve essere stato difficile per loro non spostarsi nè a destra nè a sinistra. Quale ricchezza d’ingegno, quale integrità deve essere stata necessaria per fronteggiare tutta quella critica, nel cuore di quella società totalmente patriarcale, per tenersi saldamente attaccate alle loro convinzioni senza deflettere. Soltanto Jane Austen riuscì a farlo, e poi Emily Brontë. Il che aggiunge un’altra piuma, la più bella, forse, al loro copricapo. Scrivevano come scrivono le donne, non come scrivono gli uomini.» Una stanza tutta per sé – Virginia Woolf

«L‘artista più perfetta tra le donne» – così Virginia Woolf descrive Jane Austen; tra le donne e per le donne, aggiungo io. Non so se succeda solo a me (ne dubito), ma poche cose mi regalano un piacere più prettamente femminile, poche cose mi distendono e mi mettono in pace con il mondo e con me stessa come leggere Jane Austen. Poche cose si adattano in modo così ideale al mio essere donna.

Il più grande merito che la Woolf le riconosce – e non potrei essere più daccordo, e non esiste merito più grande – è l’essere sempre stata fedele a sè stessa, e al suo essere donna. Essere fedeli a se stessi – che significa non alterare il proprio essere più autentico per compiacere l’opinione altui o adattarsi alla società – lo sappiamo, è difficile sempre, anche nella nostra in teoria moderna, in teoria progressista società, deve essere stata un’impresa al limite dell’eroico per una donna, nella società ancora completamente patriarcale di fine ‘700 – donna, e che volesse, per di più, scrivere – attività che fino a quel momento poteva essere svolta da una donna solo in privato, se non in segreto.

La Austen ha iniziato la stesura di Ragione e sentimento – inizialmente intitolato Elinor and Marianne e concepito come un romanzo epistolare – alla giovane età di 20 anni (!), ma fu pubblicato per la prima volta, anonimo, solo sedici anni dopo.
Inutile parlare della trama, che va scoperta leggendolo, dirò solo che il tema di fondo è la contrapposizione tra sense – la ragione, rappresentata dalla equilibrata, stoica Elinor – e sensibility – il sentimento, incarnato dalla impetuosa Marianne.

Marianne Dashwood era nata con un destino straordinario. Era nata per scoprire la falsità delle proprie opinioni, e per contraddire, con la sua condotta, le sue massime favorite.

Universalmente posizionato un gradino sotto il perfetto Orgoglio e pregiudizio, in Sense and sensibility non mancano comunque tutti i fattori che fanno dalla Austen una Grande: la psicologia dei personaggi è magnificamente caratterizzata, impeccabile (e qui sento l’eco delle parole di Virginia: “scriveva come scrivono le donne”, perchè cosa c’è di più puramente femminile dell’analisi psicologica e dell’attitudine per l’interiorità?), i dialoghi magistrali e elegantissimi, il tutto condito da uno sense of humor tagliente e impietoso.

Inoltre, lasciatemi dire per quanto possa risultare bizzarro, ancora una volta nel finale mi ha ricordato Agatha Christie, e in generale i romanzi gialli: il modo in cui i nodi vengono al pettine, in cui i personaggi mostrano il loro vero essere, in cui tutti i misteri vengono svelati e la verità viene a galla è tipico delle conclusioni dei romanzi gialli. Ecco, se dovessi descrivere i libri della cara Jane lo farei così: dei magnifici gialli-rosa, in cui l’oggetto di investigazione sono i sentimenti.

«Quanto più il mondo cerca di consolidare un’immagine di te, tanto più devi perseverare nella determinazione a essere un Artista.» – Steve Jobs

«Vivi la vita avendo sempre presente la tua biografia. Ovviamente non sarà data alle stampe, a meno che tu non abbia un Motivo Meraviglioso, ma come minimo avrai vissuto in grande.» – Marisha Pessl

Di Motivi Meravigliosi per pubblicare una biografia di Jobs ce ne sono in abbondanza e infatti eccoci qui – e io non so dire quale sia l’aspetto migliore di questo libro – letto nel 2014, è rientrato senza ombra di dubbio nella rosa dei libri che hanno segnato il mio anno letterario.

Per quando adori Steve Jobs, ero convinta che una biografia potesse al massimo raccontarmi la vita del protagonista, se scritta bene potevo al massimo sperare che mi catturasse come un romanzo – mai mi sarei aspettata che potesse anche ispirarmi, emozionarmi, smuovermi.

Di Motivi Meravigliosi per pubblicare una biografia di Jobs ce ne sono in abbondanza e infatti eccoci qui - e io non so dire quale sia l'aspetto migliore di questo libro

Dopo aver letto le sue biografie di Albert Einstein e Benjamin Franklin Jobs ha ‘corteggiato’ Walter Isaacson per anni nel tentativo di convincerlo a scrivere anche la sua; è un’altra conferma del suo incredibile fiuto per la bellezza e la qualità, perchè Isaacson si è rivelato una scelta vincente: è riuscito a scrivere più di 600 pagine di cui neanche una noiosa, pesante o superflua – con interi capitoli dedicati a complesse questioni tecniche che si leggono con la fluidità di un romanzo. Ma il vero tocco di classe di Isaacson è la totale imparzialità verso Jobs: è impietoso nel parlare dei suoi lati oscuri e dei suoi fallimenti quanto generoso in elogi verso il suo operato quando meritati,  e sempre delicato nel parlare della sua malattia e della sua morte.

Già le prime righe dell’introduzione mettono in chiaro – con la consueta ironica classe di Isaacson – che non verranno applicati sconti e favoritismi e che i fatti verranno brutalmente riportati così come sono avvenuti:

«All’inizio dell’estate 2004, ricevetti una telefonata da parte di Steve Jobs. Nel corso degli anni era stato sempre molto cordiale con me, con saltuarie vampate di intensità, in particolare in occasione del lancio di un nuovo prodotto che desiderava vedere sulla copertina del Time o presentare alla CNN, per i quali all’epoca lavoravo.»

Ma credo che la parte migliore di questo libro non sia nè lo stile elegante e impeccabile, nè la classe dell’autore, ma il fatto che leggerlo fa venire voglia di alzarsi e mettersi a fare, di smetterla di procrastinare e iniziare a creare, di sognare più in grande, di realizzare qualcosa.

Sono di parte, sono innamorata di Jobs e della sua arte, ma credo fermamente che qualunque sia il campo di vostro interesse o competenza – tecnologia? web? design? grafica? psicologia? marketing? pubblicità? – questo libro sarà per voi di immenso interesse. Per non parlare dei fondatori o aspiranti tali di start-up/aziende, per i quali è ovviamente d’obbligo. Non potrei consigliarlo più vivamente.

 

Il secondo libro Jobs-related di cui vi voglio parlare è Lo zen di Steve Jobs, una graphic novel nata dalla collaborazione del celebre gruppo mediatico Forbes e l’agenzia creativa JESS3.

«Hai fatto quel che dovevi.»
«Ho fatto quel che volevo.»
«Mai capita la differenza.»

Ambientata a metà degli anni ’80, negli anni in cui Jobs venne allontanato dalla sua Apple e fondò la Next, questa ovviamente-molto-zen graphic novel racconta – o meglio, immagina – i dialoghi e le vicende dell’amicizia di Jobs con Kobun Chino Otogawa, un monaco buddista zen, emigrato negli USA dal Giappone.

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Da anticonformista con una scarsa considerazione delle regole e una grande passione per il design e l’arte, Kobun rappresentava per il buddismo zen quello che Jobs rappresentò per la tecnologia: una svolta. Non stupisce quindi il loro rapporto di allievo-maestro prima, e di amicizia poi – Kobun è stato il mentore e guida spirituale di Jobs, e ha celebrato il suo matrimonio con Laurene Powell.

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Il volume mette in evidenza i parallelismi tra la disciplina zen e l’estetica Apple, certamente influenzata dalla pratica di Jobs di questa disciplina, come fa notare anche Isaacson nella sua biografia:

«In un mondo pieno di apparecchi elettronici di bassa lega, software scadenti, imperscrutabili messaggi di errore e interfacce sgradevoli, [Jobs] ha reso possibile la realizzazione di prodotti d’eccellenza, capaci di assicurare un’esperienza d’uso straordinaria. Chi usa un prodotto Apple può provare lo stesso sublime trasporto di chi passeggia in uno dei giardini zen di Kyoto tanto cari a Jobs; l’una e l’altra esperienza non sono state create portando offerte all’altare di una concezione «aperta» o permettendo lo sbocciare di migliaia di fiori. A volte trovarsi nelle mani di un maniaco del controllo è una gran bella cosa.»

E ancora:

«Jobs è riuscito a rimettere in piedi la Apple facendo strame di tutto fuorchè di pochi prodotti chiave. Ha saputo semplificare apparecchi eliminando qualche pulsante, semplificare software rimuovendo qualche funzione, semplificare interfacce escludendo qualche opzione. Amava attribuire questa sua capacità di concentrazione e questa sua passione per la semplicità alla pratica zen, che gli ha fatto avvertire in modo più intenso l’importanza dell’intuizione, gli ha mostrato come spazzare via ogni fattore di distrazione e ogni elemento non necessario e gli ha instillato un senso estetico improntato al minimalismo.»

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Non posso non concludere questo post dedicato al mio amato Steve senza includere l’ormai celeberrimo discorso a Stanford del 2005 – che mi riguardo a cadenza regolare e mi guida come un faro ogni volta che mi sento persa. Sono sicura farà lo stesso anche per voi 

Love,

Gloria

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Steve Jobs, Walter Isaacson, Mondadori, 650 p.

Lo zen di Steve Jobs, Forbes & JESS3, Rizzoli Etas, 87 p.

«Non mi ero reso conto che, con tutte quelle salite, ci eravamo portati su un belvedere privilegiato.
Un pò come a volte succede nella vita: la difficoltà della salita ci fa dimenticare che continuiamo ad avanzare, migliorando la nostra posizione.»

Se mi chiami mollo tutto... però chiamami è un libro dolcissimo, profondamente ottimista, che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo

Esattamente un anno fa questo libro è stato il protagonista del primo vero episodio di sincronicità della mia vita – o meglio, il primo che ho notato sapendo cosa fosse e che significato dargli. Sono entrata in biblioteca con una domanda che mi martellava in testa, la stessa che mi perseguitava da giorni (mesi? anni?). Senza motivo né consapevolezza, ho preso in mano questo libro – solo perchè me lo sono trovata davanti, sul primo espositore all’ingresso della biblioteca – e ho letto la prima frase dell’aletta di copertina: era una descrizione straordinariamente dettagliata e accurata della situazione attuale, con tanto di nome del protagonista dei miei pensieri. E dopo una virgola, la risposta alla mia domanda.

Ieri ho deciso di leggerlo, nonostante avesse già svolto il suo compito nella mia vita rispondendo alla mia domanda un anno prima – e sono felice di averlo fatto.

Se mi chiami mollo tutto... però chiamami è un libro dolcissimo, profondamente ottimista, che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo

Cercherò di parlarvi di Se mi chiami mollo tutto… però chiamami rimanendo molto vaga riguardo alla trama, perchè parte della bellezza di questo libro stà nello scoprire la vita del protagonista poco alla volta, attraverso i continui flashback e il racconto disordinato della sua esistenza. Vi dirò solo che il libro inizia mentre il protagonista, Dani, viene lasciato dalla compagna e, mentre lei fa le valigie, riceve la chiamata di un padre disperato che lo prega di ritrovare suo figlio. Il lavoro di Dani consiste infatti nel ritrovare bambini perduti – essendo stato a sua volta un bambino perso – fisicamente e emotivamente.

Si tratta di un libro dolcissimo, profondamente ottimista (qual’è il senso e l’utilità di libri e film dai messaggi pessimisti e senza speranza?), che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo – ed è originale, con una trama, un messaggio e delle idee non comuni.

Se mi chiami mollo tutto... però chiamami è un libro dolcissimo, profondamente ottimista, che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo

Tra le altre, due sono le idee dell’autore che mi hanno fatto particolarmente sorridere:

1) Fermare il mondo

«Non hai mai fermato il mondo?»
«Che cosa vuol dire?»
«Fermare il mondo significa che decidi consapevolmente di allontanartene per migliorare te stesso e per migliorare lui. Per procedere meglio e per far procedere meglio lui. In quei momenti devi fare in modo che niente e nessuno ti disturbi. Devi nutrirti di ottima letteratura, buon cinema e, soprattutto, parlare con l’unica persona al mondo che tu ammiri.»

2) Giocare a ‘che cosa farebbe un altro al posto mio’

«E se ti sentirai smarrito, senza più punti cardinali, gioca a ‘che cosa farebbe un altro al posto mio’…» […]
«Che cosa farebbe un altro al posto mio?» ripetei. […]
«Si, esatto. Trova una persona che condivida con te quell’energia, e chiedile cosa farebbe se fosse nei tuoi panni per due giorni. Cosa cambierebbe, della tua vita? Come si taglierebbe i capelli? Che cosa mangerebbe? A quali attività si dedicherebbe?… Per farla breve: come vivrebbe la tua esistenza, in quel breve intervallo?»

Concludo dicendo che la “coincidenza” della quarta di copertina non è stata l’unica: la lettura del libro ha portato alla luce altre incredibili similitudini con la mia storia personale, e ho scoperto che la sinconicità della vita è a sua volta uno dei concetti cardine del libro. Magia.

«Le coincidenze sono il mio punto debole, le uniche ragioni al mondo che riescano a infrangere le mie stesse regole.»

Se mi chiami mollo tutto... però chiamami è un libro dolcissimo, profondamente ottimista, che si legge in poche ore e cambia la giornata in positivo

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Se mi chiami mollo tutto… però chiamami, Albert Espinosa, Salani Editore, p. 190

Solo dopo averle lette ed essermi apprestata a scrivere questa tripla recensione mi sono resa conto dello scherzo del destino per il quale mi sono trovata a leggere, inconsapevolmente, tre graphic novels nello stesso mese con un forte fil rouge che le collega: in tutti e tre i casi il/la protagonista è un ragazzino/a che entra in contatto con degli esseri fantastici o sovrannaturali: fantasmi, spiriti, dèi, animali guida…

Come persona che non crede alle coincidenze sono sicura ci sia un messaggio per me, qui da qualche parte…

Parto dal mio preferito, il bellissimo NonNonBâ del 93enne fumettista giapponese Shigeru Mizuki – mangaka celebre in tutto il mondo, in Giappone è una vera celebrità: la vita sua e della moglie è documentata in un reality e a Sakaiminato, la sua città d’origine, è stata istituita una via in suo nome, popolata da 100 statue di bronzo raffiguranti gli yōkai (creature soprannaturali della mitologia giapponese) protagonisti delle sue opere – in particolare di Kitaro dei cimiteri, il suo manga più celebre.

NonNonBâ è una splendida opera autobiografica che racconta l’infanzia dell’autore, ambientata nel Giappone rurale del 1930 ma stracolma di magia grazie alla presenza di una vecchia del villaggio a cui Shigeru è particolarmente affezionato: NonNonBâ è un’esperta di spiriti (una strega, diremmo in Occidente), vede ed entra in contatto con gli yōkai che la circondano e condivide con Shigeru la sua conoscenza, influenzando profondamente la sua visione del mondo.

«Perchè lanci fagioli?»
«Non lo so neppure io! È la mia ragione d’essere!»
«Ti piace spaventare la gente?»
«Non particolarmente, ma non spetta a me decidere… dimmi, tu perchè sei nato nella famiglia Muraki?»
«???»
«Perché disegni anche se nessuno te lo ordina? Siamo uguali, io e te… Ogni essere ha un destino già scritto.»

La bellezza di quest’opera sta nell’essere una rappresentazione perfetta del mondo visto attraverso gli occhi di un bambino: non vi è nessuna distinzione tra realtà e fantasia, le due dimensioni si fondono, sono la stessa cosa – ed è impossibile per il lettore distinguere cosa sia autobiografico e cosa sia avvenuto solo nell’immaginazione dell’autore. E, in fondo, sembra suggerire Mizuki, è una distinzione che non importa o, forse, non esiste.

«Mi dica un’ultima cosa» chiese Harry. «E’ vero? O sta succedendo dentro la mia testa?»
Silente gli sorrise e la sua voce risuonò alta e forte nelle orecchie di Harry anche se la nebbiolina luminosa stava calando di nuovo e nascondeva la sua sagoma.
«Certo che sta succedendo dentro la tua testa, Harry. Ma perchè diavolo dovrebbe voler dire che non è vero?» 

J.K. Rowling, Harry Potter e i Doni della Morte

La seconda graphic novel di cui vi voglio parlare è Aurore, dello spagnolo Enrique Fernández, edito in Italia da Tunué.

In una terra dimenticata dagli dèi – offesi perchè dimenticati dagli uomini – Aurore viene colpita da un maleficio e trasformata in pietra. La sua anima viene guidata da un lupo, uno spirito guida mandato dalla sciamana del villaggio, nella creazione di una canzone che parli del suo popolo, per salvarlo dall’oblio del tempo.

Se la vicenda non è riuscita a catturarmi del tutto – per una semplice questione di lunghezza: le opere troppo corte non lasciano mai un’impronta significativa in me – mi sono letteralmente persa nelle magnifiche tavole ad acquarello di Fernández.

La terza e ultima graphic novel è Anya e il suo fantasma, della fumettista russa Vera Brosgol.

È la storia di Anya – tipica adolescente in lotta con il mondo – a cui capita qualcosa di straordinariamente atipico: l’incontro con il fantasma di una ragazza assassinata un secolo prima. Non aggiungerò niente riguardo alla trama perchè gran parte del fascino di quest’opera si basa su un colpo di scena che aggiunge pepe e una notevole ombra nera alla vicenda, che altrimenti risulterebbe simpatica e bene scritta ma sostanzialmente senza spessore.

La copertina ci informa che Neil Gaiman – alla cui opera il fumetto è palesemente ispirato – l’ha definito “un capolavoro” (?) – io lo definirei piuttosto “una piacevole lettura young adults” (perfetto se volete fare felice un’adolescente). Dare retta a Gaiman o a me? A voi l’aurdua sentenza 😉

È la storia di Anya - tipica adolescente in lotta con il mondo - a cui capita qualcosa di straordinariamente atipico: l'incontro con il fantasma di una ragazza assassinata un secolo prima.

Have a nice sunday!

Gloria

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NonNonBâ: Storie di fanatsmi giapponesi, Shigeru Mizuki, Rizzoli Lizard, 414 p.

Aurore, Enrique Fernández, Tunuè, 64 p.

Anya e il suo fantasma, Vera Brosgol, Bao Publishing, 224 p.