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«Un giorno mia sorella Virginia si è svegliata che aveva un lupo dentro. Faceva versi da lupo e si comportava in modo strano…»

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

La prima volta che ho posato gli occhi sul titolo di questo libro – Virginia Wolf; La bambina con il lupo dentro – che la mia amica Cristina mi mostrava durante una visita in biblioteca, il mio cuore ha sussultato: da ex bambina-lupo ho saputo istintivamente cos’era il lupo di cui parlano sottotitolo e titolo (con il geniale gioco di parole tra il cognome di Virginia, Woolf, e Wolf, lupo).

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Con ammirevole profondità e accuratezza le autrici utilizzano la metafora del lupo interiore per rappresentare simbolicamente la malattia mentale, gli esaurimenti nervosi e le crisi depressive (diagnosticati poi dall’odierna psicologia come sintomi di un disturbo bipolare) che portarono la scrittrice al suicidio, a 59 anni.

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Ma il triste tema della malattia viene qui utilizzato come pretesto per concentrarsi su un tema ben più luminoso: lo strettissimo rapporto tra Virginia e la sorella, di due anni maggiore, Vanessa Bell (pittrice e arredatrice d’interni), che legò le due donne per tutta la vita.

vanessa-e-virginia

In un breve saggio sull’infanzia a casa Stephen – il cognome originario di Virginia e Vanessa – letto da quest’ultima alla BBC nel 1956 (Notes on Virginia’s childhood), Vanessa descrive la sorella con queste parole:

«Persino allora lei aveva il potere di riuscire a creare all’improvviso un’atmosfera di insostenibile tristezza. Credo che ne sia sempre stata capace, forse è un’abilità tipica degli Stephen, ma io non mi rendevo conto di come la creasse. Improvvisamente il cielo si rannuvolava e io piombavo nella tristezza. Poteva durare un’eternità (agli occhi di un bambino) e poi dissolversi.»

Parole che, credo, abbiamo ispirato queste parole di Virginia Wolf:

«Le casa è sprofondata.
Su è diventato giù.
Chiaro è diventato scuro.
Allegro è diventato triste.»

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Ma, sempre nello stesso saggio, sembra che Vanessa faccia risalire l’inizio di una sensibilità più spiccata in Virginia ad un’epidemia di pertosse che contagiò tutti i bambini della famiglia e che, a causa di cure sbagliate, durò più del necessario e segnò Virginia più degli altri:

«Noi ci riprendemmo in fretta, ma mi sembra che per Virginia le cose siano state diverse. Non fu mai pù rosea e paffuta e credo che fosse realmente entrata, abbastanza all’improvviso, in uno stadio di maggiore consapevolezza e che si fosse di colpo resa conto di problemi e possibilità che prima ignorava.»

1976-7-42

La bambina con il lupo dentro, invece, è probabilmente ispirato al tragico periodo della vita di Virginia che diede origine ai suoi crolli nervosi: a 13 anni perse la madre, due anni dopo la sorellastra Stella e, non molti anni dopo, il padre.

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Ho trovato sublime il fatto che in pochissime righe (in questo sta la magia degli albi illustrati e la grandezza dei loro autori, come ho già detto QUI) Kyo Maclear riesca a raccontare con incredibile accuratezza lo stato di una psiche sofferente – senza nascondere nulla, senza dire una parola di troppo:

«Ha detto “NON METTERTI QUEL BEL VESTITO GIALLO.” (È il mio preferito!)
“NON LAVARTI I DENTI COSI’ FORTE.”
È arrivata a dire all’uccellino: “SMETTILA DI FAR CHIASSO!”»

Il testo è accompagnato dalle radiose – di colori e sensibilità – illustrazioni di Isabelle Arsenault, autrice del famoso Jane, la volpe & io.

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

Un’altra chicca dell’albo è il rimando al Bloomsbury Group, il circolo intellettuale fondato da Vanessa, Virginia e i loro fratelli Thoby e Adrian, che aveva come sede appunto il quartiere di Bloomsbury a Londra, dove i quattro si erano trasferiti dopo la morte del padre.
In Virginia Wolf, Vanessa, in un tentativo di confortare Virginia le chiede “Se potessi volare, dove vorresti andare?”, e Virginia risponde:

«“Se potessi volare andrei in un posto perfetto. Un posto pieno di dolcetti glassati e bei fiori e alberi da arrampicarcisi sopra. E niente niente malinconia.”
“Dov’è questo posto?” ho chiesto io.
Lei ci ha pensato un momento e ha detto: “A Bloomsberry, naturalmente.”»

Come tutti i libri che parlano di noi e ci fanno da specchio, Virginia Wolf è entrato, immediatamente e a passo sicuro, nella lista dei miei libri del cuore.


asteriscoPer chiudere il post vorrei raccontare un piccolo episodio di bookserendipity: contemporaneamente a Virginia Wolf ho letto L’albero delle bugie di Frances Hardinge; i due libri sono appoggiati uno sull’altro sulla mia scrivania da una settimana, ma solo oggi, scrivendo questo post, ho notato la curiosa somiglianza delle copertine, e pensandoci ho notato corrispondenze anche nei temi: entrambi parlano di ragazzine fuori dal comune, e entrambi utilizzano la metafora di un mostro/lupo interiore per rappresentare la loro fame, la loro diversità.

«Era quella Faith, la fanciulla brava e buona?
La ragazza nello specchio era capace di qualunque cosa. Ed era tutto fuorchè brava e buona, lo si capiva al primo sguardo.
“Non sono buona.” Qualcosa nella mente di Faith riuscì a liberarsi, a volare via sbattendo ali nere nel cielo. “Una persona buona non sarebbe mai capace di provare quello che provo io. Sono cattiva e subdola e piena di rabbia. Non c’è salvezza per me.”

virginia woolf la bambina con il lupo dentro

«Basta appena sfiorare quei vecchi romanzi dimenticati e ascoltare il tono di voce in cui sono scritti per intuire che la scrittrice stava compiacendo la critica; diceva questa cosa con tono aggressivo, quell’altra con tono conciliatorio. Ammmetteva di essere “soltanto una donna”, oppure protestava di essere “brava quanto un uomo”. Faceva fronte alla critica come il suo temperamento le dettava, con docilità e timidezza oppure con rabbia e veemenza. Non importa quale delle due; lei pensava ad altro che non alla cosa sulla quale stava lavorando. Ecco che il suo libro ci cade sulla testa. Aveva un difetto, proprio al centro. […] L’autrice aveva alterato i propri valori per condiscendeza verso l’opinione degli altri.
Ma come deve essere stato difficile per loro non spostarsi nè a destra nè a sinistra. Quale ricchezza d’ingegno, quale integrità deve essere stata necessaria per fronteggiare tutta quella critica, nel cuore di quella società totalmente patriarcale, per tenersi saldamente attaccate alle loro convinzioni senza deflettere. Soltanto Jane Austen riuscì a farlo, e poi Emily Brontë. Il che aggiunge un’altra piuma, la più bella, forse, al loro copricapo. Scrivevano come scrivono le donne, non come scrivono gli uomini.» Una stanza tutta per sé – Virginia Woolf

«L‘artista più perfetta tra le donne» – così Virginia Woolf descrive Jane Austen; tra le donne e per le donne, aggiungo io. Non so se succeda solo a me (ne dubito), ma poche cose mi regalano un piacere più prettamente femminile, poche cose mi distendono e mi mettono in pace con il mondo e con me stessa come leggere Jane Austen. Poche cose si adattano in modo così ideale al mio essere donna.

Il più grande merito che la Woolf le riconosce – e non potrei essere più daccordo, e non esiste merito più grande – è l’essere sempre stata fedele a sè stessa, e al suo essere donna. Essere fedeli a se stessi – che significa non alterare il proprio essere più autentico per compiacere l’opinione altui o adattarsi alla società – lo sappiamo, è difficile sempre, anche nella nostra in teoria moderna, in teoria progressista società, deve essere stata un’impresa al limite dell’eroico per una donna, nella società ancora completamente patriarcale di fine ‘700 – donna, e che volesse, per di più, scrivere – attività che fino a quel momento poteva essere svolta da una donna solo in privato, se non in segreto.

La Austen ha iniziato la stesura di Ragione e sentimento – inizialmente intitolato Elinor and Marianne e concepito come un romanzo epistolare – alla giovane età di 20 anni (!), ma fu pubblicato per la prima volta, anonimo, solo sedici anni dopo.
Inutile parlare della trama, che va scoperta leggendolo, dirò solo che il tema di fondo è la contrapposizione tra sense – la ragione, rappresentata dalla equilibrata, stoica Elinor – e sensibility – il sentimento, incarnato dalla impetuosa Marianne.

Marianne Dashwood era nata con un destino straordinario. Era nata per scoprire la falsità delle proprie opinioni, e per contraddire, con la sua condotta, le sue massime favorite.

Universalmente posizionato un gradino sotto il perfetto Orgoglio e pregiudizio, in Sense and sensibility non mancano comunque tutti i fattori che fanno dalla Austen una Grande: la psicologia dei personaggi è magnificamente caratterizzata, impeccabile (e qui sento l’eco delle parole di Virginia: “scriveva come scrivono le donne”, perchè cosa c’è di più puramente femminile dell’analisi psicologica e dell’attitudine per l’interiorità?), i dialoghi magistrali e elegantissimi, il tutto condito da uno sense of humor tagliente e impietoso.

Inoltre, lasciatemi dire per quanto possa risultare bizzarro, ancora una volta nel finale mi ha ricordato Agatha Christie, e in generale i romanzi gialli: il modo in cui i nodi vengono al pettine, in cui i personaggi mostrano il loro vero essere, in cui tutti i misteri vengono svelati e la verità viene a galla è tipico delle conclusioni dei romanzi gialli. Ecco, se dovessi descrivere i libri della cara Jane lo farei così: dei magnifici gialli-rosa, in cui l’oggetto di investigazione sono i sentimenti.